«La storia di Buttarelli sbanda un po’ nel finale e questo non per colpa mia. Cerco solo di mettere i fatti in processione con qualche sentimento e un po’ di carne sulle ossa». Comincia così il nuovo romanzo di Paolo Colagrande (La vita dispari, Einaudi, Torino 2019, pp. 281) e sin dall’incipit troviamo una delle chiavi di lettura e di costruzione del testo, potendolo leggere anche come una lunga riflessione sulla scrittura. A narrare in prima persona è il nipote di Gualtieri, che dallo zio ha ricevuto il racconto della vita di Buttarelli, a cominciare dall’ultima volta in cui l’ha visto. Tuttavia Gualtieri, «come può confermare chi lo ha conosciuto di persona, raccontava le cose per intermittenze e ricadute», dunque non sappiamo quanto sia attendibile. Anche perché c’è una discrasia tra il momento in cui Gualtieri afferma di averlo incontrato per l’ultima volta sul bus numero 12 e la morte di Buttarelli, avvenuta quarantacinque minuti prima del presunto incontro.

La vita dispari è quella del protagonista, Buttarelli detto Buz, il quale sin da bambino comincia a provare insofferenza nei confronti della simmetria, tant’è che di un libro riesce a leggere solo la facciata dispari, mentre su quella pari vede dei grafemi astratti. «Si può dire che Buttarelli provasse un senso di sofferenza, ma più che altro di insofferenza, per la pagina pari intesa come facciata di sinistra di un libro aperto ma anche come area sinistra di un elenco a due colonne». Quello che parrebbe essere un problema neurologico (patologia in verità inesistente), diventa il suo modo di vedere la realtà e la cui origine si potrebbe rintracciare nel trauma vissuto in quarta elementare nel convitto scolastico Dioscoride Polacco - dove Buttarelli e Gualtieri erano entrati da piccoli e usciti preadolescenti - allorché scopre che il maschio di cefalopode Argonauta Argo non superava i dieci millimetri di lunghezza, mentre la femmina poteva arrivare a venti centimetri. Questa terribile superiorità femminile s’incarna subito nella figura minacciosa della direttrice del convitto, Maribél, alta due metri e una voce che ricordava lo Shofar che suona in sinagoga il giorno dell’espiazione, e nei divieti che ne caratterizzano la didattica, come, ad esempio, quello di bere e sudare.
Tutto ciò fa di Buttarelli un diverso e lo rende vittima di derisione e bullismo da parte dei compagni della scuola media. Ma proprio in questi anni scopre il “senso del tumulto”, cioè il suo modo di vivere una scuola da cui piuttosto che imparare riceve confusione, una sorta di conoscenza magmatica che lui chiama cumulo di relitti, a significare che ciò che gli interessa non sono le parti centrali della vita ma tutto ciò che viene scartato, che resta ai margini. E scopre anche il “senso del disinteresse”, con cui, appunto, recepisce gli scarti, quello che viene trascurato dalla conoscenza attenta e interessata. Arrivato agli anni del liceo, per difendersi prova a diventare come tutti gli altri, tentando di vivere la vita nella sua interezza di pagine pari e dispari, ma è chiaro che ciò che veramente lo interessa sono le pagine dispari, quelle indecifrabili alle persone comuni.

Scritto con una lingua fortemente espressiva, ricca di termini scientifici che “sbandano” continuamente verso una dimensione fantastica più che scientifica, paradossale più che logica, comica più che razionale, una lingua che s’interroga continuamente sulla capacità di concettualizzare e definire, dunque di raccontare, il romanzo di Paolo Colagrande s’inserisce nella grande tradizione del romanzo comico di scuola emiliana. Buttarelli è parente prossimo dei personaggi stralunati di Ermanno Cavazzoni, le sue avventure scolastiche possono ricordare La banda dei sospiri e il Guizzardi di Celati, l’ambientazione in un imprecisato sobborgo “mediopolitano” richiama i luoghi fantastici di Benni, ma il lettore ci troverà anche il gusto per l’oralità di Paolo Nori, i paradossi, le digressioni e la comicità assurda di certi romanzi di Malerba.
Accanto a Buttarelli, si agita una folla di personaggi dai tratti originali, come la madre del protagonista, la vedova Buttarelli, il suo amante Fulgenzio, gli avventori della pubblica mescita Enterprise, come i fratelli Landemberger detti Fosforo, le compagne di liceo del protagonista, in particolare le otto con cui, attraversi un suo calcolo matematico, riesce a fidanzarsi contemporaneamente.

Non è un romanzo di facile lettura, La vita dispari, ma di grande intelligenza, costruito con una logica matematico-scientifica che sconfina nella paralogica, con una trama che mette continuamente in discussione se stessa e una lingua sperimentale erede, anche in certe idiosincrasie, del grande Gadda. Che un tale romanzo sia finalista del premio Campiello, fa bene sperare sul futuro della letteratura italiana.

 

[Numero 19 - ottobre 2019]