Ambientato tra il Polesine e il Garda, nelle sperdute lande di un Veneto sospeso tra gli eccessi della tradizione e quelli della modernità, il romanzo di Francesco Permunian ha come protagonista il nano Teodoro Maria Baseggio, nano perfettamente proporzionato ma destinato a non crescere, abbandonato all’età di otto anni in un pentolone fuori dalla Santa Casa dei trovatelli, affidato alla pietas Christi. Un’azione feroce, seppure dalle vaghe buone intenzioni, che diventa invece una condanna a vita: Teodoro non avrà più un’infanzia, sarà vessato, semi-recluso e persino violentato da uomini in tonaca, servi di Dio in nomine, schiavi dei propri istinti sessuali in pratica. L’esergo del romanzo, affidato alle parole del cardinale Carlo Maria Martini, dice proprio così: «Tutti questi peccati, nessuno escluso, sono stati commessi nella storia del mondo. Ma non solo: sono stati commessi anche nella storia della Chiesa. Da laici, ma anche da preti, da suore, da religiosi, da cardinali, da vescovi, perfino dai papi. Tutti».
Nel tempo del romanzo Teodoro è ormai più che adulto, è riuscito a sopportare - come un gigante e con una sana dose di ironia - i soprusi, le umiliazioni, gli abusi dell’infanzia. Ora li vuole raccontare: raccoglie su alcuni fogli celesti di carta da pesce, ricevuti in dono da una sua partner pescivendola, un sillabario, dove presta voce alle storie di molti come lui, spezzati, rotti nelle viscere dai sacerdoti, o semplicemente rotti dalla crudeltà della vita. Un sillabario che è quindi anche un diario e un bestiario dell’umano troppo umano, popolato da ex mogli che si concedono appassionatamente a cunnilingui canini, vegliarde rincitrullite che ricordano solo vaghi fantasmi di dive del cinema del passato, transessuali pendolari ferroviari che arruffianano fellatio ai viaggiatori, austeri professori con la passione per i sex toys antichi e contemporanei. Teodoro trascrive tutto, dalla A alla Z, mentre medita nei confronti del prelato suo aguzzino vendetta, tremenda vendetta, che prevede un inverosimile patto con i nazifascisti di tutta Europa in festa a Salò. Intanto conduce una vita abbastanza monotona e appartata, intervallata da simpatiche, piccole depravazioni.
Permunian riesce a rendere limpida la voce di questo personaggio dichiaratosi “nano di Verona” – e ammettete di non pensare neanche per un secondo ai personaggi dei film di Fellini – anche nel presentare il lato sporco dei propri ricordi e delle proprie imprese sessuali, ma anche ricca nel descrivere con briosa voluttà un piccolo mondo che sta andando a ramengo. L’impressione nel leggere il Sillabario è quella di prendere uno spritz sulle rive dello Stige, assieme a un nano pronto a traghettarci in questo suo microcosmo carnascialesco pieno di brutture e, insieme, di episodi che ci fanno sorridere. Per questo ci si ricorda di Teodoro Baseggio anche a lunga distanza dalla lettura del romanzo che lo vede protagonista e non tanto per la turpe vicenda di pedofilia, ma per il retaggio goldoniano del personaggio, per «lo sberleffo del nano», come ha scritto Nino Dolfo nel recensire il libro sul “Corriere della Sera” (23.05.2019). Ma è la presenza inquietante della morte che percorre le pagine del romanzo: attesa e temuta, intrisa nel linguaggio che descrive i passaggi più scurrili e che «per polemica si sporca nei bassifondi del linguaggio», come ha notato Salvatore Silvano Nigro ( Ossessivo catalogo del dolore, “(Il Sole 24 Ore, 28.07.2019).
Oscenità senza sensualità, certo, ma necessaria a questa rappresentazione, «e questo semplicemente perché – come afferma il nano –, a furia di guardarsi sempre indietro, come ho sempre fatto io, si finisce inevitabilmente per specchiarsi non tanto negli occhi dell’infanzia, bensì negli occhi di quella vecchia baldracca camuffata da bambina che è la morte» (p. 33). Ars moriendi è allora questo Sillabario che, a un certo punto, ci propone uno spettacolo visto in televisione, la danza de los viejitos (la danza dei vecchietti), un ballo diffuso in diverse regioni del Messico, con origini antichissime, in cui i danzatori, non necessariamente anziani, mimano con maschere da vecchi le movenze di persone in età avanzata. Una danza macabra che sembra scandita dalle note incerte dell’usignolo che canta al crepuscolo, significato questo della parola ‘sillabario’ nel Dizionario del Battaglia che riporta l’uso di Bruno Barilli; svolgimento di un’esistenza monotona e piatta secondo la metafora di Gesualdo Bufalino, riportata nella stessa voce del dizionario. Il nanismo allora – come scrive lo stesso Permunian – «prima che una disgrazia fisica, è innanzitutto un atteggiamento mentale. Una forma mentis» (p. 76), il punto di vista che tiene insieme le fattezze del bambino e la consapevolezza del vecchio, come da sempre nella figura del nano di corte.

Il Sillabario dell’Amor Crudele è quindi allo stesso tempo una parodia sguaiata del morigerato Triveneto novecentesco, defluito malgrado la sua apparente severità nella confusione del mondo contemporaneo, ma assume anche un significato più generale, diventa un omaggio appassionato dell’autore, bibliotecario a Desenzano, nei confronti delle grandi voci della letteratura mitteleuropea che hanno saputo descrivere il disfacimento (penso a Thomas Bernhard) e, insieme, un piccolo ma sincero apologo morale che coinvolge il lettore con un certo affetto.
Un corredo fotografico con alcuni interessanti parafernali presenti nell’intreccio chiude il romanzo di Permunian. La dedica quasi del tutto esplicita che il romanzo fa è nei confronti degli sventurati ospiti della Santa Casa, mentre l’invettiva sale molto più in alto, verso la divinità indifferente: «quando il gelo mi attanaglia la gola, è capitato […] anche a me di sentire una sorta di applauso cosmico che rimbomba sotto un cielo di stelle autunnali. È come se Dio, un Dio malinconico e fanfarone, battesse le mani all’impazzata per non impazzire davanti alla commedia umana. Davanti a quel formidabile teatro dell’assurdo» (p. 123).

 

[Numero 19 - ottobre 2019]