Io e Tizio siamo tra noi sconosciuti e ce ne freghiamo di toccare i confini dei cazzi propri a meno che uno liberamente dice e in quel momento l’altro liberamente ascolta. Finisce lì, nessun commento. Tizio ha ascoltato una cosa che gli ho detto settimane fa e a un certo punto mi ha detto di questo posto in cui mi trovo ora. In sala d’attesa ci siamo io e un elefante. L’elefante mi dice che senza di lui si sentirebbe la differenza e io annuisco. Sta leggendo una di quelle riviste popolari da sala d’attesa, io invece non ce la faccio, aspetto e basta.
Dagli altoparlanti chiamano il prossimo.
“Dovrebbe toccare a lei”, dico all’elefante.
“Io sono qui solo per aspettare”.
“Ah, ok”.

“Si segga”.
L’orso mi guarda e gli orsi o sono dolci o fanno paura. Lui è dolce, io mi siedo. Viene una iena con un paio di forbici enormi e una macchinetta. Ho i capelli lunghi, lunghi di mesi e mesi o anche anni e molto bianchi. La iena inizia a tagliare.
“Cazzo ridi?” le chiedo.
“Sono una iena, coglione”.
“Ah, ok. Il festival dei luoghi comuni, proprio”.
“I luoghi comuni se ci sono è perché le cose vanno come vanno”, interviene l’orso.
“Cioè sono più banali che altro”.
“Esattamente”.
“Mi aspettavo che qui fosse diverso”.
“Diverso da cosa?”
Taccio. Questi mi sembrano intuitivi e idioti allo stesso modo. Ora la iena mi sta rasando la testa con la macchinetta.
A testa rasata respiro già meglio, a volte basta poco.
Mi si para davanti un airone.
“La capisco”, mi dice.
“Capisce me? E in cosa?”
“È giusto che lei sia qui, e non deve esserci altro criterio di giudizio”.
“Quello che penso anche io”.
“Però le devo dire lo stesso di no”.
“Ma sta scherzando?”
“Le devo consigliare di tornare indietro, di fare cose, si risolve tutto”.
“Ma non esiste proprio” e mi sto incazzando sul serio.
“Va bene, allora è giusto” e se ne va.
Confermato, sono idioti e intuitivi. L’ideale per farti incazzare se hai abbastanza intelligenza da sentire altro dalle stronzate che dicono.
“L’airone aveva ragione, noi tanto ogni anno sempre qua stiamo”, dice l’orso.
A pensarci non è male, per un anno potrei fare cose, tanto poi qui posso sempre tornare. Per uno come me è tanto.
“Non devo aspettare ancora”.
“E perché mai, signore?”
Domanda del cazzo che mi fa. Che gli devo dire?
“Aspettare non serve a niente, si deve scegliere, agire”.
“Benissimo, cosa glielo impedisce?”
Vabbe’, a questo mancano solo la barba e la pipa perché lo odi e inizi a raccontargli la serie di cazzate che vuole farsi sentir dire.
“Non ho più niente da fare, semplice semplice”.
“C’è sempre qualcosa da fare”.
Non mi prenderai per stanchezza, maledetto!
“Questo scambio di battute non è abbastanza brillante. Possiamo andare avanti?”
“Ha fretta. Si goda il viaggio, piuttosto”.
L’ho persuaso. Un corvo mi si poggia sulla spalla.
“Ha rispettato il protocollo?” mi chiede.
“Intende i sei mesi di astinenza da qualsiasi sostanza possa indurmi alterazioni mentali? Sì”.
Il corvo va via. Mi ha creduto. Sono lucido da sei mesi. Cioè anni, da un certo punto di vista come il mio.

Sto su una sedia a rotelle con un camice bianco, una pantera mi sta accompagnando per un corridoio azzurro. Finalmente un animale che sta zitto, e che cazzo! Entriamo in una stanza, sempre azzurra. Dietro la scrivania, un ippopotamo.
“C’è una prova da superare, prima”.
No, dai, no. Non sono bravo in queste cose.
“Scherza, vero?”
“Affatto”.
È la fine. Ci speravo tanto, cazzo cazzo cazzo.
“Che devo fare?”
“C’è lì una stanza silenziosa, deve aspettare un’ora senza fare il minimo rumore”.
“E vabbe’, è facile”.
“Se lo crede non perdiamo più tempo, può tornare da dove è venuto”.
“Io sono un tipo silenzioso”.
“Lì non conta”.
“Scusi, non colgo la difficoltà della prova”.
“Ha mai ascoltato il rumore del silenzio?”
Un altro fottuto stereotipo.
“Non esiste, è una cazzata per scrittori dilettanti e gente che fa sfoggio di vomitevole sensibilità”.
“In quella stanza c’è proprio il rumore del silenzio, quello vero”.
“Ah”.
“Se la sente?”
“Certo che sì”.

La pantera mi accompagna nella stanza. Chiude la porta. È una strana stanza, questa qui, per come è fatta. Ci sono delle cose lunghe uguali, di materiale indefinito, che mi vengono addosso. Forme singolari, che si allungano dalle pareti di spessore isolante, suppongo. Puntano me, che sto al centro e con poco spazio vuoto a circondarmi. Non è affatto bello, tutto ciò. Le orecchie a un certo punto, troppo presto, sono come sotto pressione. È la pressione di un vasto e profondo silenzio, in più vuoto. Non si muove niente, nemmeno il tempo. Tutti i pensieri hanno la libertà di fare un casino vero come non è mai stato perché sono soli con te. Io sono pure fottutamente lucido e ora capisco il perché di ‛sta cosa dei sei mesi di zero sostanze. C’hanno pensato bene. Non posso nemmeno contare a mente fino a un’ora. Sto di merda. I pensieri fanno peggio. Devo parlare, dire qualcosa, fare un cazzo di rumore. No, non devo. Ho scelta o no? Non ho scelta. Cazzo, aiuto. Quanto è passato? Spero molto. Devo pensare qualcosa di bello. Devo fare come gli orientali. Ma io non sono un tipo da posizione del loto, pensieri positivi, tranquillità e ascensione. Io sto tipo scoppiando, adesso. La mia testa si sta tipo gonfiando come un pallone. E se esplodesse? Quanta roba esce dalla testa quando esplode? C’era uno che per avere un’esperienza di quelle visionarie si trapanava il cranio e lui stesso raccontava che dal buco ci usciva roba. Per raccontarlo non solo era vivo, ma ci capiva ancora qualcosa, di tutto quanto intorno. Che schifo, comunque. Chissà se io ci capirò ancora qualcosa, di tutto quanto intorno, quando esco. Voglio fare casino. Ci sono esserini nella mia testa con piccone e martello: che cazzo c’hanno da scavare e da battere, nella mia testa? Va a finire che poi rompono tutto. Non devo muovermi. Fermo. Un’ora passa. Un’ora è poco per loro, spero. Ma il tempo non si muove. Come passa il tempo da fermo? Mah. Passa lo stesso, altrimenti non esisterebbe. Quindi sì, c’ho speranza. Prima o poi ne esco. Prima o poi vado avanti. Prima o poi sono loro che si devono fermare. Prima o poi.
Driiiiiiin.
Nooooooo, devo aver sbagliato qualcosa e ora mi cacciano. La pantera mi rimette sulla sedia e mi trascina fuori.
“Ho fatto qualcosa di sbagliato?”
Ovvio, non mi risponde. Mi riporta nella stanza azzurra.

“Ce l’ha fatta” dice l’ippopotamo.
“Ah, ok”.
Una scimmia mi avvicina una sigaretta.
“No, non fumo, non posso”.
“Se non puoi ora, quando?”.
Ok, ha ragione. Posso fumare, finalmente. Sono anni che voglio.
“Ahhhhhhhhhhh.”
“Lo sai cosa vuol dire, questo?”
Questa scimmia mi sembra fottutamente sveglia e vuole mettermi in crisi. Ponderiamo le risposte.
“Cosa?”
“Lo sai, cosa”.
“Posso dirlo?”
“Devi, fa parte del gioco”.
“Che posso ancora desiderare”.
“Esatto. Quindi sai anche cosa significa”.
“Che non è l’unica scelta, questa”.
“Esatto. Puoi andare avanti”.
Ma come? Un motivo per cacciarmi e invece… Strani forte questi animali.

Sono in una piccola stanza bianca. Due gorilla mi poggiano sul lettino e mi legano mani, piedi e busto. Nooooooo, una tartaruga mi cammina sul petto. Le odio. Spero non tocchi a lei farlo, non voglio sia una cosa lunga. Sta parlando, è la fine, cazzo. Non ho pazienza.
“Lo sa?”
“Che cosa?”
“Non lo sa?”
Uccidetelaaaaaaaa. Questa deve essere un’altra fottutissima prova.
“No, non lo so”.
“Vuole saperlo?”
Dimmi tutto in una volta, cazzooooooo.
“Sì, lo voglio”.
“Sicuro?”
“Sì”.
“Sicuro sicuro?”
Mi devo calmare, è di sicuro una prova.
“Sicuro sicuro”.
“Tutto questo è solo una formalità”.
“Perché?”
Che cretino. Non devo fare anche io domande, che sennò non la finiamo più.
“Vuole saperlo?”
“Sììììììì!”
“Si calmi”.
“Mi scusi”.
“Quello che stiamo facendo per lei, già lo ha fatto da tempo”.
“Se sto qui, no”.
“Le spiego?”
“Sì, la prego”.
“Semplicemente, lei è già lì. Espletiamo solo le ultime pratiche”.
Mah, non insisto, altrimenti è peggio.
“Ah, ok”.
Uno dei due gorilla prende la tartaruga. Menomale, almeno non devo vederla andare via con i suoi fottuti insostenibili insopportabili tempi.
Entra un cane. Poi un gatto. Il gatto ride e il cane no, anzi. Il gatto passa la prima siringa, il cane esegue. Bene così. Il cane potrebbe dirmi le cose belle che possono dire solo i cani. Invece mi guarda e basta. Se piangesse io forse direi “basta così, ci ho ripensato”. Non si resiste al pianto di un cane. Né al riso di un gatto. È così bello e sfrontato il riso di un gatto, ma così tanto che non c’è niente da fare. Non c’è più niente da fare, ora. Il gatto passa la seconda siringa, il cane esegue. Molto, molto bene. Riso e imperturbabilità, così come deve essere. Ora, infine, lo so. È così che mi accompagnano al più bello e breve dei sonni possibili. Bello indolore, il freddo dagli alluci al naso, la fronte madida, gli occhi che abbandonano tutti. Li chiudo e li riapro. L’elefante, l’orso, l’airone, il corvo, la pantera, l’ippopotamo, la scimmia, i gorilla, la tartaruga, il cane, il gatto, tutti intorno a me, ora. Una bacchetta tocca la pelle, entra dentro, ovunque. Io però non sento niente. È così bello non sentire niente, a partire dal corpo, a finire nella testa. Gli animali si parlano e io non sento niente. Non sento niente, come volevo. Se chiudo gli occhi è per sempre, penso. Lo faccio, e un’ondata di versi animali mi scuote tardi.

 

[Numero 19 - ottobre 2019]