Lo scrittore Davide Orecchio è stato ospite dell’ultimo appuntamento bolzanino del Seminario internazionale sul romanzo, l’iniziativa del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, cui collaborano i licei “Pascoli” e “Carducci” e “Fillide”. Davide Orecchio è uno storico di formazione, scrittore e giornalista. Nel 2011 ha pubblicato Città distrutte. Sei biografie infedeli (Gaffi 2011; Il Saggiatore 2018), sei vite di uomini non illustri con cui lo scrittore ripercorre alcune delle pagine più drammatiche del ’90: fascismo, comunismo, Resistenza, guerra fredda, dittature sudamericane. Come ha scritto Daniele Giglioli sul Corriere della Sera del 26 febbraio 2012: «Orecchio crea personaggi d’invenzione cui attribuisce però, attraverso una certosina opera di documentazione in cui si vale dei suoi studi di storico, tratti, caratteristiche, vicende, opinioni, lettere e diari appartenenti a personaggi reali. Cose vere ascritte a persone inesistenti. Alla fine di ogni capitolo, una nota distingue puntigliosamente tra storico e inventato, esibendo testimonianze, bibliografie, verbali di polizia, faldoni d’archivio.» Il suo secondo libro è il romanzo Stati di grazia (Il Saggiatore 2014), ambientato tra l’Italia e l’Argentina, raccontati a partire dagli anni Cinquanta fino a sfiorare gli ultimi anni del ‘900, ma con un’attenzione particolare riservata agli anni Settanta, ovvero gli anni della dittatura in Sudamerica e del terrorismo in Italia. Ancora una volta dei personaggi “comuni” vengono messi di fronte alle grandi tragedie della Storia per essere messi in scena, come scrive Andrea Tarabbia (“L’Indice dei libri del mese”, maggio 2014), «con un registro linguistico incredibilmente ricco: ogni capitolo ha una propria forma (il diario, il resoconto redatto da un autore onnisciente, l’interrogatorio e così via) e una propria lingua, tanto che si direbbe che a ogni personaggio sono stati assegnati una voce e uno stile: alle liste e gli elenchi con cui il “vero” Sanchis ricostruisce la realtà e si appropria del mondo fanno da controcanto, per così dire, le citazioni colte di Aurora Maturàno o i brani più à la Città distrutte, in cui sembra essere Orecchio stesso a prendere la parola per ricostruire una vita con il piglio dello storico.»

È uscito nel 2017 il suo ultimo libro, Mio padre la rivoluzione (Minimum Fax), selezione premio Campiello, finalista al premio Napoli e al premio Bergamo, dodici storie sulla Rivoluzione russa. «Volevo scrivere una raccolta di racconti dedicati alla storia e al mito della rivoluzione russa. Volevo lavorare con gli strumenti della narrazione per esplorare possibilità non accadute, ma sempre partendo dai documenti. Volevo proporre in ogni capitolo un personaggio – a volte famoso, a volte no – e una situazione, un’epoca del Novecento, un luogo, dalla Russia alla Germania, dall’Italia al Messico. […] Ho manipolato e usato testimonianze e voci, le ho portate sulla pagina, nel racconto, nella storia; ho provato a governarle col ricorso a diversi registri (epico, mitologico, lirico). Ho affidato spesso il racconto a un noi che vorrebbe collimare col punto di vista della posterità, ossia davvero con noi tutti, i presenti, i vivi, chiamati a misurarci con un passato da risvegliare e interrogare. Così, accanto ai personaggi veri e propri dei dodici capitoli, emerge il tempo, creatura che insemina e genera, dal cui accoppiamento con le madri nascono gli eroi e i mostri della rivoluzione, i titani e i giganti, gli angeli caduti.» (Davide Orecchio, “Letteratitudine”, 31 agosto 2018)

Nell'incontro alla Biblioteca Civica di Bolzano, intitolato La Storia reinventata dalla letteratura, lo scrittore ha conversato con Emanuela Scicchitano su come la narrativa possa muoversi fra fiction e non fiction, fra storia e ucronia per proporci punti di vista provocatori e divergenti sul nostro vissuto più lontano e recente. Nell’intervista che segue abbiamo chiarito alcuni punti essenziali della sua idea di storia e di letteratura.

Lei è uno storico che però ha scelto la narrazione, reinventando la storia, mescolando fatti storici documentati con elementi inventati. Cosa l’ha spinta in questa direzione?

Mi sono formato studiando la storia, e le curiosità e le passioni di quegli anni sono rimaste, assieme a un minimo di capacità di orientarmi in un archivio e in una biblioteca. Questi due luoghi, l’archivio e la biblioteca, sono fonti inestimabili di storie e quindi di narrazione. Non sono il primo e non sarò l’ultimo a scoprirlo. Poi contano anche le motivazioni, come dire, esistenziali. Il peso della storia nella vita presente. Soprattutto il peso del Novecento. Nei miei tre libri pubblicati finora ho provato a far agire un dialogo tra storia e coscienza, tra protagonisti del passato ed eredi nel presente, tra il nostro orientamento nella storia e il suo lascito.

Il suo libro d’esordio, Città distrutte, ha come sottotitolo “Sei biografie infedeli”. Che vite ha voluto raccontare e in cosa consiste l’infedeltà?

Sono sei biografie o ritratti di persone la cui traiettoria è stata alterata dal corso della Storia nelle sue forme più schiaccianti: dittatura, fascismo, stalinismo, censura. Ma anche Napoleone, per dirla tutta. Tutti o quasi i personaggi del libro vanno incontro alla Storia, non le si sottraggono né si nascondono in qualche angolo di privatezza. Esperiscono ascese, climax e poi graduali o subitanee cadute. Sono biografie infedeli nel metodo: ricavate da (e fantasticate su) vite reali, estratte da documenti e materiali storici, privati o pubblici, entrano però nel campo dell’invenzione narrativa attraverso vari gradi di falsificazione, a cominciare dai nomi e cognomi. Ma alla fine di ogni racconto il lettore ottiene la fonte originale che ha ispirato il calco. L’infedeltà è anche dell’autore, che applica il metodo storico per poi tradirlo con la scrittura letteraria.

L’estrema cura della lingua e l’elaborazione stilistica dei suoi testi ne sottolineano la letterarietà, dunque non bastano i fatti, le trame, gli intrecci, per fare letteratura?

No. Occorre uno stile. Ogni progetto ha bisogno di uno stile adeguato. Non necessariamente uno stile alto. Lo stile giusto per quel progetto. Tempo fa, a un premio letterario, uno scrittore insignito è salito sul palco e ha spiegato al pubblico che contano solo le storie, che tutti possono scrivere e che le parole non importano. Sono d’accordo solo sull’affermazione centrale: tutti possono scrivere. Scrivere è “naturalmente” un diritto, da non confondere col diritto ad essere pubblicati, che invece non esiste. Ma mi pare quasi distopico che uno scrittore possa affermare che le parole, ossia la lingua, non contano. Sono quasi certo che l’abbia detto. Ma continuo a sperare che la mia sia stata un’allucinazione.

Il suo ultimo libro, Mio padre la rivoluzione, con cui è stato finalista al Premio Campiello, dodici racconti che forse si possono leggere come un romanzo, ha come tema la Rivoluzione russa, come mai questa scelta?

L’ho frequentata a lungo come materia di studio, e in seguito come tema di interesse. Per questo proposi il libro all’editore, in forma di progetto tra narrativa e saggio. Poi, scrivendo, l’inclinazione narrativa ha prevalso su quella saggistica. Ma lo definirei comunque uno studio narrativo sulla Rivoluzione russa e sul comunismo, e sul mito di essi in diverse generazioni della sinistra dal Novecento a oggi. Direi che alla fine è venuto fuori un lavoro nel quale spicca una certa inclinazione onirica. Ma definirlo romanzo, a mio parere, rischia di essere fuorviante. È una raccolta di storie intrecciate tra di loro.

Anche in questo libro fatti e personaggi storici sono reinventati in una narrazione distopica e ucronica, immaginando un altro svolgimento. Voleva esprimere la sua delusione per la rivoluzione e in generale per le aspettative del comunismo? I fatti potevano, dovevano, andare diversamente?

Eh sì. Volevo esprimere proprio questo. Non so se ci sono riuscito. L’idea era quella di usare la controfattualità per dimostrare cosa avrebbe potuto e dovuto accadere dal febbraio del 1917 in poi. Cioè raccontare quello che non è successo accanto a quello che, storicamente, è invece inoppugnabile.

Nel libro non compare solo Stalin, ma anche l’altro terribile dittatore del ‘900, cioè Hitler, che in un racconto diventano addirittura la medesima persona. Giudica le due dittature assimilabili?

Stalinismo e nazismo non sono assimilabili ma sono oggetto, e non da ieri, di serie analisi comparative da parte di storici non sospettabili di alcun pregiudizio ideologico. La forma dello Stato totalitario, la pretesa di costruire l’uomo nuovo, la persecuzione delle minoranze etniche o (nel caso dello stalinismo) economiche: ho citato solo alcuni spunti. Sono analogie che, è certamente banale dirlo, convivono con le differenze tra i due regimi: la prima di tutte i campi di sterminio nazisti, che fanno tragicamente storia a sé.

Perché, come recita il titolo, la rivoluzione è il padre?

Perché nella mia archeologia famigliare quella tradizione appartiene più al padre che alla madre. E poi anche perché mi piaceva giocare sull’ambiguità dei generi, in un libro su un personaggio ambiguo: il comunismo.

Ricorre spesso nei suoi libri la figura di suo padre e il legame con la sua terra d’origine, la Sicilia. Quanto crede sia importante il rapporto con le proprie radici? Quanto è un limite o una ricchezza per la nostra identità?

Penso che le radici siano quelle che mettiamo dove andiamo, non quelle che ci trattengono alle nostre origini. La ricchezza sta nella nostra capacità di “fare bagaglio” e trapiantarci. Per me la Sicilia, legata alla figura del padre, ha un’importanza essenzialmente conoscitiva. Sapevo molto poco della vita di mio padre: l’ho dovuta in parte studiare, in parte ricostruire tramite fonti generali, in parte inventare. In questo procedimento è rientrata anche la scoperta della sua terra di nascita, collocata in un tempo preciso: l’inizio e la prima metà del secolo scorso. Escludo che mi sarei imbarcato in questo lavoro piuttosto faticoso, e che ancora prosegue, se non avessi scorto nella biografia di mio padre degli elementi “tipici”, comuni a una biografia collettiva italiana, e quindi interessanti non solo per me, ma anche per l’eventuale lettrice o lettore di un mio libro. Mi è sembrato di fare un lavoro utile alla nostra identità, a prescindere dalle radici.

 


Conversazione di Emaneula Scicchitano con Davide Orecchio:  La Storia reinventata dalla letteratura  Biblioteca Civica di Bolzano  - 11.4.19