Perché gli occhi di Dio vedono ovunque, e non si spaventano della luce.
Per questo avevo sempre cercato di sottrarmi.
Temevo di forzare il mio cuore dolce, la sera di maggio che ho nel petto.
Ma mia moglie, mia moglie…

Vengono in due. Tipi strani. Uno lungo e secco. L’altro grosso, una gran pancia. Sudato e rubizzo.
Chi comanda dev’essere il lungo. Almeno credo. Parla poco, ma mi guarda fisso. Scruta ogni mia singola espressione. Mi tiene costantemente sotto tiro.
L’altro invece mi guarda anche lui con fare provocatorio, ma si vede che non è così bravo a leggermi dentro. Lo si capisce subito.
Vengono al mattino, abbastanza presto. Mi sto radendo e vado ad aprire con la schiuma sul viso.
Capisco subito che il mondo si sta inclinando paurosamente, che qualsiasi oggetto – anche la mia anima - appoggiato su di un piano scivolerebbe senza potersi fermare. Lo capisco subito e quando sento la schiuma che mi sta entrando in una narice, e sono diviso tra la voglia di aspirarla e quella di starnutire… chiedo: chi siete.
Loro dicono che lo devo sapere.
OK, faccio io, mi avete beccato, e mi scosto per farli entrare.
Non si siedono. Nemmeno io. La primavera è decisa a entrare in ogni finestra, in ogni angolo di campo e di giardino, ma non in quel mio piccolo soggiorno, che, se potesse, sprofonderebbe nella moquette, per poi ritirarsi scivolando in fondo al corridoio.
Che mia moglie non c’è, lo sanno benissimo, inutile dirglielo, altrimenti non sarebbero venuti. Quindi non glielo dico.
Il grosso suda abbondantemente. Ha una macchia sulla camicia, sul petto e – orrore – anche due grossi segni sotto le ascelle. Si siede sulla mia poltroncina preferita e, come nei film, allunga i piedi sul tavolino. Urta una rivista, che scivola sul pavimento. Mi cade l’occhio su di un titolo: “Partorisce due gemelli di colore diverso – accusata da entrambi i partner di tradimento. La cosa resa possibile dall’aver avuto un rapporto con i due uomini a brevissima distanza l’uno dall’altro”.
Cerco di figurarmi la scena – le scene. Lei che esce da una camera d’albergo dove ha appena consumato l’adulterio – o uno dei possibili adulteri. Fa appena in tempo ad aggiustarsi l’abito, e si infila subito nella stanza al numero accanto… Dove c’è il marito, o il compagno, o quello che crede di essere il suo unico compagno.
O viceversa… Insomma.
Sai bene perché siamo qui.
Eccome se lo so. Lo so benissimo, lo so talmente bene che quasi volevo non farmi trovare…
Il grasso non apprezza la battuta, nemmeno il secco, ma almeno finge un grugnito di divertimento. E si siede anche lui, sullo sgabello del pianoforte. Manca solo che accenni due note con la canna della pistola e poi saremmo in piena scena di genere. Io però non abbocco alla possibile seduzione estetica e cerco di mantenere la concentrazione.
Ma non riesco a non pensare alla notizia appena letta sul giornale. Come fare a non pensarci? Voglio dire, mettiamo che la cosa sia successa in un albergo, chi tradiva, lei, il primo o il secondo?
Come mi capita spesso di fare - perché nessuno vuole essere solo al mondo - mi viene da pensare a voce alta.
Il grasso si gira di scatto: perché pensi che sia successo così?
Beh, faccio io, l’altra ipotesi è che fossero tutti e tre assieme.
Mizzica, dice il grassone, vuoi dire un’ammucchiata!
Certo, faccio io. E lì è facile che ci sia un po’ di ressa.
Ma… fa lui, e rimane con la mano sollevata a mezz’aria.
Comunque adesso non siamo qui per parlare di questo, interviene il secco.
No, certo, faccio io, se ne potrebbe parlare in un’altra circostanza, non davvero in questo contesto di minaccia e ricatto. Non vi pare?
Ci pare, ci pare, fa il grassone.
Eppure, continuo io, ci sono dei misteri nella natura che, a volte, travalicano la nostra stessa capacità di comprensione, e allora noi faremmo bene a fermarci, a riflettere un momento…
L’unica cosa su cui adesso devi riflettere, è la tua situazione. Tua e di tua moglie. E piantala con tutte queste astrusità, interviene il secco. Tra l’altro…
Tra l’altro? Faccio io.
No, no, niente. Pensavo solo, così.
Pensavo solo così… Che cosa vuol dire? Uno non può solamente “pensare così”. Uno viene visitato da un’idea, da un soffio…
Ma che soffio e soffio. Adesso ci devi solo dire se ci stai o non ci stai. In modo che poi ci possiamo regolare.


Insomma, sono qui nel mio soggiorno, a un passo solamente dalla fine, schiacciato dall’idea che tutto possa in un attimo sparire, che le sorti mie e di mia moglie possano finire nelle grinfie di questi due tarlucchi, e un solo, unico pensiero – una sorta di ossessione - attraversa la mia mente. La mia mente… - Non solo la mia, evidentemente.
La mia mente è un po’ lenta, fa il grassone. Me lo dicono sempre. Però, insomma, non mi è proprio chiaro: i due bambini, se ho capito bene, è come se fossero gemelli. O no? Solo che non hanno lo stesso padre.
Se non hanno lo stesso padre, come fanno a essere gemelli, eh? Fa il secco, che sembra per un attimo essersi lasciato distrarre dai suoi intenti criminali. Al massimo saranno fratellastri: stessa madre, padre diverso. O no?
Noi, io e il grassone, lo guardiamo sorpresi. Sorpresi che anche lui si sia lasciato afferrare dalla vertigine di questa problematica. E insieme consapevoli del fatto che anche nella realtà più normale si nasconde uno spessore filosofico.
Pensate, faccio io – per dare un ulteriore slancio alla riflessione e insieme, non lo nascondo, per guadagnare un po’ di tempo - che gli ovuli che una donna produce nella sua vita sono già tutti presenti nel suo corpo fin dall’inizio. Sicché, se una donna partorisce un figlio a vent’anni, e poi un altro a quarantacinque – cosa al giorno d’oggi del tutto possibile, ma sugli aspetti di questa altra questione preferirei tornare con voi in un’altra occasione…
Ah ecco, meno male, fa il secco…
Bene, dicevo, se una donna ha due figli che hanno venticinque anni di differenza, loro derivano da due ovuli che hanno la stessa, identica età. Non è straordinario?
Il sole intanto ha girato attorno alla casa e i raggi cominciano a filtrare dalla finestra del soggiorno, dalle tapparelle abbassate. È un momento che considero sempre struggente. L’ultimo sole, prima del tramonto vero e proprio. Sembra voler convincere tutti che lui, un’altra giornata, potrebbe cominciarla in qualsiasi momento, che non si farebbe alcun problema. E mentre penso a queste cose, mi accorgo che il secco sta fissando un punto all’orizzonte, che ha individuato proprio guardando attraverso le persiane. E gli colgo nello sguardo una punta di debolezza, di inclinazione alla malinconia e alla riflessione sognante. Ne approfitto per cercare di buttare lì un altro spunto, ma lui mi precede…
Significa che la vita sa fermarsi e imbozzolarsi, sa rinunciare a spingere in avanti, fino a che non è il momento. Significa che è più equilibrata di noi!
Rimango di stucco. Sono qui che mi difendo dall’attacco di quelli che considero due criminali del genere spietato, con il disperato tentativo di condurli su di una china speculativo-filosofica, e loro mi precedono addirittura, anticipandomi, togliendomi le idee di sotto il naso. Ma ci pensate?
Allora decido di invertire la rotta. Mi sembra quasi che la situazione mi stia scappando di mano.
Insomma, dico, non eravate venuti per pormi una sorta di ricatto non risolvibile? Per mettermi di fronte a una decisione senza via d’uscita? Per sottopormi alla più crudele incertezza che uomo possa vivere? Eh?
Beh, sì, fanno loro, uno dopo l’altro… però…
E allora, Cristo, decidetevi, ponetemi l’aut-aut, illustratemi i termini della mia fine crudele, dimostratemi la mia impossibilità di liberarmi dalla morsa di questo ricatto. E facciamola finita. O no?
Ecco che di colpo ci diventi superficiale, fa il grassone. Prima ci sottoponi tutta una serie di quiz filosofici e poi affronti la cosa come al supermercato, in cerca di soluzioni facili. No, caro mio! Così non va. Adesso ci hai posto la questione della donna con i figli gemelli di due uomini diversi e non te la cavi tanto facilmente!
Intendiamoci, io ti darei subito una tal ripassata da farti scomparire la voglia di mettere i bastoni tra le ruote a tipi come noi e il nostro capo. Ma, ciononostante, direi che ti meriti una sospensione, una bella dose di incertezza!
Va bene, va bene, faccio io. E allora continuiamo con la nostra riflessione, se è questo che volete.
Adesso non manipolare le cose. Siamo qui per porti un pesante ricatto. Finito. Solo che, siccome abbiamo tempo, non troviamo proprio così disdicevole scambiare due idee su ‘sta faccenda della donna con i gemelli diversi, degli ovuli che invecchiano ecc…. Niente di più.
E va bene. Andiamo pure avanti, come volete voi.
Certo che facciamo come vogliamo noi. Lo faremmo comunque. Ma visto che ci siamo, ho anch’io una cosa che vorrei farvi notare, fa il grassone.
Sentiamo, diciamo noi – io e il secco – che, come dire, ricatto o no, non ce la sentiamo di rinunciare all’approfondimento di alcuni concetti.
Beh, ho letto da qualche parte che le martore si accoppiano tra luglio e agosto.
E allora?
Calma, fatemi finire. Si accoppiano in quei mesi lì, ma i piccoli nascono poi tra marzo e aprile.
Continuiamo a non trovare la cosa particolarmente interessante.
È perché non mi lasciate finire. Il punto è che non è che la gravidanza duri da luglio a marzo. Ma è così, che una volta impiantato, l’ovulo si ferma lì e se ne sta fermo fino a febbraio. Poi, coi primi caldi, prende a svilupparsi.
Allora è come dicevi tu, fa il grassone. La natura sa fermarsi e stare lì a non fare niente.
È vero, la natura sa fermarsi, dico io.


Siamo lì che discutiamo bellamente, quando all’improvviso suonano alla porta.
Non so bene come comportarmi. È un bel diversivo, se ci pensate, potrebbe allentare la tensione e consentirmi magari, addirittura, di tentare una via di fuga. E devo dire che ci penso seriamente, proprio in modo concreto. Mi alzo lentamente, mentre i due cattivoni si irrigidiscono, mettono via le pistole e mi fanno cenno di andare ad aprire, senza far nulla che possa far pensare ad una situazione particolare. Insomma, secondo loro, devo stare tranquillo e, semplicemente, fare come se nulla fosse.
OK, dico io, tra me e me, e mi avvio alla porta, come se il fatto di avere in casa due autentici gangster, armati fino ai denti e per di più tendenti alla riflessione filosofica, fosse la cosa più normale del mondo.
Apro e non credo ai miei occhi. In piedi sullo zerbino, lo sguardo sorridente e disponibile, ci sono due ragazzini, età più o meno undici, dodici anni, con in mano un blocchetto di biglietti della lotteria e un cappello rovesciato, da cui spuntano delle banconote – evidentemente un contenitore per le offerte.
Non ci sarebbe nulla di che stupirsi, è maggio, fine anno scolastico, è il periodo delle iniziative, dei gruppi sportivi e roba simile. E quindi è tutto un fiorire di lotterie, vasi della fortuna ecc…
Sennonché, i due si presentano in modo singolarmente attinente alla materia della discussione che si sta attualmente svolgendo nel mio soggiorno. Perché sono esattamente la copia in carne ed ossa dei gemelli della nostra rivista, appena scivolata a terra dal mio tavolino. Uno è biondo, carnagione chiara, occhi azzurri. L’altro è nero nero, occhi scurissimi, naso schiacciato, capelli crespi e scuri come la notte. E, quel che è peggio, il biondo dei due mi si rivolge con questa formula: buon giorno signore, io e mio fratello stiamo girando per il quartiere per raccogliere fondi per la nostra associazione di figli di famiglie con gemelli. Se lei acquista un biglietto della nostra lotteria, può aspirare a vincere alcuni premi straordinari, tra cui uno scooter…ecc…. e via via snocciolando tutti i premi di tutte le lotterie di ogni latitudine esistente, ivi compreso il “quadro di noto autore locale”, l’oggetto più temuto tra tutti quelli che esistono nel mondo delle estrazioni e del destino!
Io e i miei due ospiti rimaniamo a bocca aperta, fissando i due fanciulli, che, devo dire, non si presentano affatto male, sono cortesi e sorridenti, e se non fosse per la situazione di pericolo in cui oggettivamente mi trovo e per lo sconcerto in cui mi ha gettato la loro inquietante vicinanza all’argomento della nostra conversazione, forse forse un biglietto lo comprerei. Ma sono come paralizzato, non riesco a distogliere lo sguardo da quel bell’esempio di gioventù, e rimango lì a fissarli, senza riuscire a spiccicare nemmeno una parola.
A loro volta, i due venditori mi fissano un po’ sorpresi, ma senza perdere minimamente l’aplomb che li caratterizza, e probabilmente andremmo avanti per un bel po’ a fissarci se, all’improvviso, da dietro le mie spalle, non risuonasse la voce del grassone:
Dite un po’, ragazzi, vostra madre?
Nostra madre in questo momento è a casa.
A casa eh? E cosa sta facendo?
Crediamo stia stirando le camicie dei papà.
Dei papà?
Beh, sì, fanno quelli, quasi all’unisono, la ripartizione dei compiti, in casa nostra, è ancora piuttosto tradizionale. Mamma cucina e stira, i nostri papà lavorano.
I vostri papà? Fa il grassone.
Sì, noi abbiamo due papà, anche se siamo nati nello stesso giorno. Mamma, beh… mamma, nel periodo prima che nascessimo, ha avuto, come dire, un momento piuttosto vivace… Non si sapeva bene con chi stesse, se con l’uno o con l’altro dei due, e quindi si è fatta un po’ di confusione, al punto che, all’epoca, mamma dice che siamo addirittura finiti sul giornale!
Sul giornale!?
Ma sì, per via della doppia fecondazione, sembra che la cosa non accada poi così spesso. E poi, noi eravamo ancora più strani, perché i papà mica si sono messi a litigare con la mamma per via del tradimento, ma si sono da bravi rimboccati le maniche e hanno accolto con responsabilità la loro nuova dimensione paterna!
Senti senti, faccio io, proprio prima che arrivaste, stavamo giusto parlando di un episodio analogo a quello che, senz’altro, ha segnato le vostre vite e dunque…
Adesso però basta, eh!? Interviene il secco, che sembra aver ripreso il controllo della situazione e vuole a tutti i costi portare a termine il suo lavoro. Adesso voi filate immediatamente, che qui si sta discutendo di affari e della vostra lotteria non ci interessa proprio un bel fico!
Un momento, fa il grassone, un biglietto magari lo prendo. Ho visto che nell’elenco c’è un tostapane di quelli che fanno saltare fuori le fette, e mi interessa.
Prenditi questo dannato biglietto, fa il secco, e finiamola, una buona volta. Ho voglia di procedere.
Ok, fa il grasso, e fa l’atto di portare la mano al portafoglio, ma si irrigidisce all’improvviso, perché nota con la coda dell’occhio quello che sto facendo io.
Sì perché, approfittando della distrazione portata dai due fratellini, io ho provveduto a digitare, sul telefono che sta sul divano, il numero della polizia. Anzi, a rigore, quando lui se ne accorge, l’ho già fatto da un pezzo. Non ho potuto parlare, ovviamente, ma mi aspetto che, coi mezzi d’oggi, le forze dell’ordine mi possano localizzare. So benissimo che anche la mia posizione non è delle più limpide - intendo dal punto di vista della legge - ma meglio un loro intervento, che finire con in corpo un paio di pallottole del grassone.
Il quale ferma il movimento della mano verso il portafoglio, correggendolo in direzione della fondina. Ma non ha nemmeno finito di accennare quell’inversione di rotta, che suonano nuovamente alla porta.
Mi scuoto e, senza curarmi di quello che potrebbero dire i miei ricattatori, mi avvio verso l’entrata. Apro senza nemmeno chiedere, e mi trovo di fronte qualcosa che, di nuovo, mi lascia senza fiato: una coppia di poliziotti, uno bianco e l’altro nero.
Anche il grasso rimane di stucco, ma si riscuote immediatamente e fa, senza nemmeno pensare: ecco qui un altro paio di fratellini, e intanto, senza perdere di vista i poliziotti, allunga una banconota ai ragazzi - è evidente che al tostapane ci tiene proprio – i quali incassano e, intuita la particolarità della situazione, se la svignano immediatamente.
Siamo in primo luogo forze dell’ordine, rispondono loro all’unisono, ma corrisponde al vero il fatto che siamo fratelli, gemelli, ma figli di due padri diversi.
E te pareva, fa il secco, rassegnato e insieme contrariato, come fosse convinto che il rimarchevole, l’unico, la rarità non debbano albergare nel mondo!
Il suo atteggiamento, signore, offende il nostro senso di appartenenza al plurimo, al variegato. Se anche, da un certo punto di vista, diciamo pure semplicemente morale, il comportamento di nostra madre potrebbe aver fatto storcere il naso a qualcuno, questo minuscolo moto di vivacità sensuale, appartenente unicamente al passato, non è nulla al confronto della cascata di implicazioni filosofiche ed umane che ha provocato. La invitiamo quindi a mantenere a riguardo il riserbo che si addice a tale stato di cose.
Iihh, quanto la fate lunga, è solo che qui si comincia a non poterne più di coppie miste di gemelli. Sembra che al mondo non esista altro, butta lì il secco, con un’autentica irritazione.
Io faccio per intervenire e segnalare, a lui e al suo amico grassone, che la presenza di quei poliziotti possedeva, come sempre possiede, un valore generale, universale, e prescindeva del tutto dalla storia personale e sentimentale dei loro genitori, e che comunque quell’ intervento era stato sollecitato da me, che mi sentivo minacciato dalla loro presenza, molto più che da qualsiasi altra irregolarità sentimentale, sessuale o anagrafica. Ma qualcosa si impadronisce di me, una sorta di demone ideale e, invece di cercare un intervento che normalizzi la situazione e la conduca verso un esito il meno dannoso possibile, mi sento uscire dalla bocca le seguenti parole:
Comunque, faccio – ma mi rendo subito conto che affrontare un argomento simile, tanto più in una situazione del genere, poteva essere addirittura controproducente – andrebbe chiarito, una volta per tutte, perché ad essere considerata di facili costumi dev’essere la donna. Voglio dire, ok, lei, in questo caso, va con due uomini, ma sulla base di quale ragionamento dobbiamo assumere che gli uomini, invece, fossero lì tutti fedeli e innamorati e da questa nuova costellazione ricavassero unicamente svantaggi?
Gli occhi di tutti e quattro i presenti si volgono verso di me. Estremamente scettici, devo dire. Uniti, indissolubilmente, nonostante la loro appartenenza a schieramenti opposti – delinquenza e forze dell’ordine – nella loro mascolinità.
Capisco di avere sbagliato i tempi e allora cerco di fare marcia indietro, e tento di introdurre alcuni elementi diversivi. Sposto il discorso sulle situazioni famigliari dei miei ospiti – poliziotti e delinquenti – ma non raccolgo altro che disapprovazione. Mi rendo conto di stare faticando contro una parete avvolgente e gommosa, che non mi lascia muovere, mi toglie il respiro. Annaspo contro l’ ottusa opposizione di quegli uomini schierati. E d’altronde, c’è forse spazio, a questo mondo, per il vento ridente di uno spirito libero? Non ce n’è. Non ce n’è proprio, è la mia risposta, e trovo in qualche modo un’eco a questo mio stato di impotenza nell’inutile languore che, solo ora me ne accorgo, mi sta tormentando ormai da parecchio tempo. Mi sono alzato senza fare colazione e ho offerto il mio giovane petto al crimine e all’ebbrezza concettuale senza nemmeno un biscotto nella pancia. O una qualche bevanda calda. E starei quasi per tentare un nuovo, ardito colpo di mano coll’offrire ai miei retrogradi ospiti una bella tazza di caffè fumante, magari coll’aggiunta di qualche focaccina, e cerco le parole giuste per una nuova interruzione da autentico padrone di casa, e lo faccio mentre non desisto dallo scandagliare ulteriormente il novero dei possibili argomenti di conversazione - quando vengo all’improvviso spaventato da un rumore assordante! Vedo il poliziotto nero che si porta una mano alla spalla e crolla sulle ginocchia e, contemporaneamente, il poliziotto biondo portare la mano alla pistola, gettarsi in parte e insieme sparare nella direzione da cui proveniva il colpo che ha ferito il suo compagno, vale a dire la pistola del grasso. E non posso non constatare come quest’ultimo, questo autentico delinquente, manifesti così la propria incapacità di frenare impulsi e paure, confermando dunque il basso livello di professionalità in cui l’avevo istintivamente classificato.
Basso ma non tale da impedirgli di far partire un secondo colpo, questa volta dritto dritto verso il poliziotto biondo, e un terzo proprio verso di me. Mentre il poliziotto nero, a sua volta, scarica la propria arma, da inginocchiato e, devo dire, con scarsa mira, verso tutti e due i miei brutali visitatori.
Insomma, a farla breve, i quattro mettono su un autentico bagno di sangue, ma è più scena che altro, tant’è vero che sia i poliziotti che noi tre ce la caviamo tutti con ferite non particolarmente gravi, anche se bisognose di cure urgenti, per cui finiamo dritti in ospedale, trasportati a sirene spiegate dalle ambulanze chiamate dai vicini.
E… sentite questa: mentre svengo, solo un attimo prima di smarrire ogni contatto col mondo, faccio appena in tempo a vedere che l’autista del veicolo è di colore e che l’infermiere accompagnatore è un bianco, e sento confusamente che, nel tragitto, parlano della loro madre e…
Non riesco a liberarmi dall’idea d’essere stato spettatore di un qualcosa di straordinario!

La degenza è breve, quanto meno per me. Un po’ meno la risoluzione di tutte le implicazioni legali di quella strampalata vicenda.
Alla fine, tuttavia, posso solo trarne un bilancio positivo. E quando, per evitare che la mia sposa entri in pericoloso contatto con quegli alcuni esponenti della malavita, mi viene a prendere in ospedale la sua sorella gemella – sì, ha una gemella, non omozigote, ma il padre, questa volta, è lo stesso – mi sorprendo a ripercorrere quella ultima intensa giornata e arrivo alle seguenti conclusioni:


In primo luogo, sono stato messo a confronto con autentici esponenti della delinquenza: come negare che anche simili personaggi posseggano un loro fascino? Ho potuto cogliere in loro un che di serio e scombinato al tempo stesso, un’oggettiva aspirazione alla ricerca ideale – per lo meno ad una qualche sua bizzarra forma – non disgiunta, e questo mi ha molto impressionato, dalla loro stessa determinazione criminale.
Inoltre, ho avuto anche modo di riconsiderare alcuni aspetti della personalità di mia moglie e della mia relazione con lei.
Non era la prima volta che mi metteva nei guai. E forse avrei con lei dovuto discutere, nell’immediato futuro, di alcuni aspetti del nostro ménage, quanto meno dell’oggettivo rischio insito nel fatto stesso di vivere nelle sue vicinanze.
Perché lei ama, è vero, la sera di maggio che ho nel petto, ma, come dire, fatica a maneggiarla, con quelle sue manone da delinquente! E finisce spesso coll’andare a sbattere, o quanto meno col fare sbattere me. A volte mi pare quasi di chiederle troppo… e, nel contempo, sono perfettamente convinto che sia in realtà lei, a chiedere troppo a me. E tuttavia, nonostante rischi e pericoli, se qualcuno mi interrogasse in proposito, credo risponderei che noi due siamo, in un certo senso, fatti l’uno per l’altra.
Perché in ultima analisi – ed è forse questa, l’acquisizione più importante di tutta questa storia - ho avuto conferma, dai fatti qui narrati, dell’ingegnosa bizzarria della natura. Che ci sceglie e ci accoppia, nelle modalità più varie e strampalate, biogenetiche o puramente sentimentali. Ci strappa, tra mille e mille altri, alla vita anonima di una massa grigia e indolente e ci conduce in famiglie singolari e multicolori, o agli altari di una qualche fulgida passione. E alle volte fa una bella confusione, con tutti quei nostri umori, condotti e canaletti, ma in qualche modo sa sempre venirne fuori.
E, non so come dirlo altrimenti, essa non manca mai di spalmare sulle nostre vite – sì, non trovo un verbo più adatto, spalmare, come un olio denso e ambrato dal profumo inebriante…   – un velo sottile di luminoso senso.
Chapeau!