Premessa

Sono accessibili in lingua originale dal 2004 le riflessioni teoriche sul comico e l’umorismo dello scrittore tedesco Wilhelm Genazino (1943-2018), autore di ben 21 romanzi, di cui però soltanto due pubblicati in Italia, Il collaudatore di scarpe (2003) e La stupidità dell’amore (2006). Le troviamo riunite insieme ad altri testi nel volume Der gedehnte Blick (Lo sguardo esteso), edito nel 2004 da Hanser (citato d’ora in poi come DGB). Si trattò originariamente, per i primi tre titoli, di un ciclo di lezioni tenute nel 1997-1998 all’Università di Paderborn: Im Niemandsland der Mitteilung oder: Was macht uns lachen? (Nella terra di nessuno della comunicazione ovvero: che cosa ci fa ridere? ), Die komische Empfindung (La sensazione comica), Der außengeleitete Humor (L’umorismo eterodiretto). Il quarto titolo invece è una conferenza tenuta nel 2003 presso la Casa della Letteratura a Francoforte sul Meno: Der Professor im Schrank. Adorno und die Verweigerung des Lachens (Il professore nell’armadio. Adorno e il rifiuto di ridere). Per completare il quadro va citato anche il testo Ironie als Notausgang (Ironia come uscita di sicurezza), pubblicato nel 2012 all’interno del volume Idyllen in der Halbnatur (Idilli nella mezza natura), di cui qui non ci occuperemo per ragioni di spazio. Attualmente su tali riflessioni non esiste letteratura critica, a quanto pare nemmeno in tedesco. Con che cosa abbiamo a che fare? Si tratta forse di un altro di quei «morti filosofemi» di cui parlò Propp in Comicità e riso (Propp 1988, p. 3)? Certamente no, si tratta piuttosto di un tentativo originale di applicare al comico un approccio di tipo cognitivistico, con risvolti psicologici ed esistenzialistici. Per Genazino il comico è un fenomeno mentale, l’umorismo un fenomeno sociale.

Di questi testi soltanto il primo ha una suddivisione interna in capitoli, quattro per l’esattezza, dedicati rispettivamente a Jean Paul, Henri Bergson, Sigmund Freud ed Helmuth Plessner. Nei confronti di Jean Paul Genazino ha un debito che è persino più grande di quanto egli sembra credere, in particolare nell’idea che il comico sia un processo “soggettivo”, il risultato di un particolare impulso a deformare l’oggetto della percezione che genererebbe una sorta di equivoco, di autoinganno. Gli altri tre teorici del comico “servono” a Genazino per illustrare l’anomalia del voler attribuire al comico una patente di oggettività. Il secondo e il terzo testo si concentrano per intero rispettivamente sui concetti di «sensazione comica», vale a dire sulla attività interiore e cognitiva del comico, e di «umorismo eterodiretto», vale a dire sulla pratica esteriore e sociale dell’umorismo. Qui Genazino getta le fondamenta del suo personale approccio, orientato a separare il comico, inteso appunto come un atto spontaneo della mente volto a generare incongruità, dall’umorismo, inteso invece come esperienza comunicativa sociale. Il quarto ed ultimo testo spiega come l’avversione per l’umorismo, considerato alla stregua di uno strumento di asservimento alla cultura di massa, impedì ad Adorno di comprendere a fondo la spontaneità spiccatamente individuale e “sovvertitrice” del comico.

 

Jean Paul, Henri Bergson, Sigmund Freud, Helmuth Plessner: il punto di vista di Genazino

È stato Jean Paul a dare la scintilla d’avvio al pensiero di Genazino, ad alimentarlo sotterraneamente, mentre invece accade che Bergson e Freud, e in parte anche Plessner, vengano criticati per non essere riusciti a riconoscere lo status del comico come attività spontanea della mente. In che cosa consisterebbe il merito speciale di Jean Paul? Nell’aver anticipato la «sensazione comica» di Genazino. Certo, il punto di forza della Vorschule der Ästhetik (Propedeutica all’estetica, 1804), secondo Genazino, starebbe nel carattere fulminante e quasi aforistico di tante osservazioni in essa contenute (pensiamo all’umorismo come sublime rovesciato), che avrebbero il merito di anticipare il pensiero moderno su comico e umorismo. Ma il vero snodo, secondo Genazino, sarebbe la tensione cognitiva che l’arguzia, il Witz, ovvero quella graffiante intelligenza, quell’audace atto d’arbitrio che sta al servizio della «sensazione comica», verrebbe a creare, mettendo a confronto in modo inedito – proprio come aveva intuito Jean Paul, sottolinea Genazino – due rappresentazioni che in realtà non hanno niente in comune, e facendo scattare un’analogia o un contrasto, capaci di suscitare il riso in quanto vanno a sovrapporsi alla realtà dei fatti occultandola temporaneamente. L’“errore” di Bergson, di Freud, ma anche in parte di Plessner, starebbe invece, in modi diversi, nell’essersi concentrati su un qualcosa di presuntamente “oggettivo” (l’uomo-marionetta, l’alleggerimento dell’inconscio, il corpo sovrano di sé), come se il comico fosse, di volta in volta, una qualità dell’oggetto, della situazione, del carattere, e non piuttosto una creazione spontanea con cui la mente, reagendo ad un impulso esterno, improvvisamente traveste la realtà percepita. Di materiali comici è pieno il mondo, ma la scaturigine di tutto questo (crede Genazino) andrebbe cercata in un atto cognitivo (come intuì Jean Paul), che agirebbe – potrei dire nel tentativo di agevolare la comprensione dell’approccio di Genazino – in un modo analogo a quello che, secondo la teoria di Lakoff e Johnson, genera le metafore concettuali.

Nel saggio Im Niemandsland der Mitteilung oder: Was macht uns lachen? Genazino si confronta con i quattro capitoli sul riso all’interno della già citata Vorschule, inoltre con Le rire. Essay sur la signification du comique (Il riso. Saggio sul significato del comico, 1900), Der Witz und seine Beziehung zum Unbewussten (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905) e con Lachen und Weinen. Eine Untersuchung nach den Grenzen des menschlichen Verhaltens (Ridere e piangere. Una ricerca sui limiti del comportamento umano, 1941). Nel misurarsi con Jean Paul, menzionando però stranamente solo tre dei quattro “programmi” che nella Vorschule sono dedicati al riso in letteratura, Genazino mette in evidenza una certa consonanza tra la teoria del Witz di Jean Paul ed alcuni frammenti di Friedrich Schlegel, allo scopo di estrapolare da questa prima messa a fuoco i prodromi della propria teoria “fenomenologica” della «sensazione comica». Particolarmente interessante per Genazino è il fatto che il Witz venga già in questa fase riconosciuto non come «una sostanza allocata nel soggetto», ma come una «attività intenzionale [corsivo mio]» liberamente accessibile a tutti, che semplicemente attende delle «occasioni» per mettersi in moto (DGB, p. 118). Genazino rimarca il valore cognitivo del concetto jeanpauliano di «attività» («Tätigkeit») in quanto, secondo lui, sarebbe anticipatore dell’intenzionalità di Edmund Husserl e affermando che sarebbe stato Jean Paul a introdurlo, mentre invece Jean Paul a sua volta lo derivava dalla Tathandlung fichtiana (esposta nella Dottrina della scienza, 1804). Compiuto questo passo, Genazino non fa altro, nel seguito di questo primo saggio, che soffermarsi sul principale “limite” di Bergson e di Freud, e in parte anche di Plessner, ovverossia su quel loro trattare il comico come se fosse un attributo dell’oggetto, che spetta all’osservatore notare. Bergson avrebbe elaborato «la più rigida tra tutte le teorie del comico» (DGB, p. 122) a causa di quel suo insistere sulla meccanicità di certi comportamenti umani. Freud dal canto suo si sarebbe concentrato – afferma Genazino – solo sulla materialità dei motti di spirito, attribuendole la funzione di veicolare la liberazione o lo scarico di tendenze inconsce. Una parziale rivalutazione di Freud viene compiuta da Genazino limitatamente allo scritto tardo Der Humor (L’umorismo) del 1927. Qui Freud si sarebbe avvicinato a Jean Paul, in quanto, come Jean Paul, avrebbe saputo individuare nell’umorismo un «inneres Potential, das sowohl zur Souveränisierung als auch zum Selbstschutz der Subjekte verwendet werden kann» (un «potenziale interiore, che può essere utilizzato dagli individui sia per la sovranità su se stessi sia per la protezione di se stessi»; DGB, p. 132). Infine Plessner – questa la lettura di Genazino – considerò il riso (come anche il pianto) fenomeni legati alla posizione eccentrica della condizione umana e in particolare alle tante situazioni-limite dovute ad una qualche incapacità, ad un qualche difetto, ad una qualche capitolazione, di cui l’uomo cade vittima a causa della sua doppia natura, fisica e spirituale, che di continuo genera fenomeni di incongruità. Nel riso e nel pianto, in questa sorta di «terra di nessuno della comunicazione» (DGB, p. 136), il corpo torna per qualche momento padrone di sé (contrariamente a quanto si potrebbe credere) e l’uomo stesso trova una forma di ribellione alle costrizioni che s’impone da solo. Fin qui tutto bene, e Genazino condivide questa prospettiva che a suo tempo fu innovativa. Solo che poi Plessner, così ritiene Genazino, torna incomprensibilmente a Bergson, laddove riconduce il comico ad una punizione di tipo sociale, intendendolo come un correttivo dell’umana inadeguatezza su tutti i fronti e tradendo in questo modo almeno in parte la propria intuizione del carattere antropologico, individuale e liberatorio del riso.

 

L’ilarità “querulomanica” del comico

Genazino si sforza di tracciare una linea di demarcazione tra comicità “privata” e umorismo “pubblico”, dando grande risalto alla prima e scarsa attenzione al secondo. Ricorrendo al concetto husserliano di intenzionalità, Genazino fa del comico un atto cognitivo spontaneo generato dall’osservazione del mondo esterno, identificando invece come umorismo ogni e qualsivoglia fabbricazione di divertimento proveniente dal mondo sociale, già pronta per essere recepita.

Eine komische Empfindung haben wir nicht, weil wir in der Außenwelt ein lächerliches Objekt sehen, sondern weil dieses Objekt in eine heitere oder komische Beziehung tritt zu unserer privaten Lebenswelt.

(Una sensazione comica non l’abbiamo perché vediamo nel mondo esterno un oggetto comico, ma perché quest’oggetto intrattiene con la nostra vita privata una relazione divertente o comica; DGB, p. 141).

Pertanto la komische Empfindung è «das Ergebnis einer Relation, die zwar ein (auslösendes) Objekt benötigt, das nicht komisch sein muß, aber vom Subjekt hergestellt wird» («il risultato di una relazione, che ha bisogno di un oggetto (scatenante), non necessariamente comico e che viene prodotta dal soggetto»; DGB, pp. 141-142). Ciò significa, per dirla in estrema sintesi, che – secondo Genazino – noi siamo eventualmente gli autori del comico e necessariamente i lettori/ascoltatori/spettatori dell’umorismo. In quanto autori ed emittenti del comico inoltre siamo gli arbitri del comico che abbiamo prodotto/emesso, e il nostro arbitrio, essendo qualcosa di personale e di originale, può anche non essere univocamente comprensibile ai riceventi, anzi – per Genazino – proprio la mancanza di univocità è la speciale caratteristica della komische Empfindung. In tal modo il comico – sempre per Genazino – è l’esatto contrario dell’umorismo (i motti di spirito, le battute, le barzellette), che invece è univoco e universalmente accessibile.

Wichtig ist, daß der Anlaß der individuellen Erheiterung verborgen bleibt, weil die Relationen seiner Auslösung allein dem Betroffenen zugänglich sind. Die komische Empfindung wird dadurch sichtbar als ein Verhältnis der Anspielung, das zwischen den frei agierenden Zufällen äußerer Anregung und innerer Anrührung hin- und herspringt.

(Importante è che la causa del divertimento individuale resti nascosta, poiché le ragioni che hanno generato quest’ultimo sono accessibili soltanto alla persona interessata. La sensazione comica si manifesta pertanto come una relazione di allusività, che i fattori accidentali si rimpallano tra loro avanti e indietro, liberamente intervenendo su stimolo esterno e reazione interna; DGB, p. 144).

Non lo ripeterò più avanti, anche se le occasioni non mancherebbero, ma questo passaggio insieme ad altri è una delle spie testuali che testimoniano la sotterranea influenza di Jean Paul, al di là di quanto Genazino stesso sembra vedere, persino nella scelta di certi termini. Là, dove Genazino parla del libero gioco dei rimpalli avanti e indietro tra stimolo esterno e reazione interna, Jean Paul parlava dell’io che “danza avanti e indietro” tra i pensieri dell’autore del comico e le motivazioni insite nelle persone che si prestano involontariamente al comico (cfr. Jean Paul 1994, p. 130). Nella Propedeutica Jean Paul aveva scritto:

Questo nostro autoinganno, che ci porta ad attribuire allo sforzo altrui un sapere che lo contraddice, fa dello sforzo quel minimum dell’intelletto e quell’insensatezza intuita che ci fanno ridere, sicché dunque il comico, come il sublime, non dimora mai nell’oggetto, ma nel soggetto. (Jean Paul 1994, p. 120).

Genazino scrive:

Die sanfte Verzerrung, die mit dem falschen Verstehen einhergeht, leitet den komischen Gewinn ein; ihr liegt eine Reduzierung eines komplexen Geschehens auf abgelegene Details zugrunde: Etwas Nebensächliches steht plötzlich anstelle des Ganzen, das die Aufmerksamkeit suggestiv auf sich zieht. Diese sanfte Verzerrung befördert das innere Lachen, das seinen Autor zum Gewinner einer neuen, persönlichen Bedeutung macht.

(La delicata deformazione, che va di pari passo con il fraintendimento, produce il profitto del comico; alla base sta la riduzione di un avvenimento complesso a dettagli marginali. Elementi secondari improvvisamente si sostituiscono al fatto principale e catturano l’attenzione. Questa delicata deformazione stimola il riso interiore e fa del suo autore l’artefice di un significato nuovo e personale; DGB, p. 150).

Jean Paul aveva parlato di “prestito”, di voreilige Unterschiebung («attribuzione precipitosa»; Jean Paul 1994, 121). Genazino va oltre e parla di una mente che vuole “sbagliarsi”, similmente a quando qualcuno fa finta di capire male e insiste nella sua finta di capire male. Nel testo sulla komische Empfindung Genazino porta tre esempi per avvalorare la sua tesi. Il terzo esempio viene protratto e discusso in L’umorismo eterodiretto, dove Genazino fa un quarto esempio, tratto questa volta da un’opera letteraria, il dramma Hui clos (A porte chiuse, 1944) di Jean-Paul Sartre. Il secondo e il terzo esempio sono volti a confermare l’inefficacia almeno parziale delle teorie rispettivamente di Bergson e Freud. Il primo esempio coincide con un famoso ricordo contenuto nei Colloqui con Kafka (l’originale tedesco Gespräche mit Kafka uscì nel 1951) di Gustav Janouch. In un passaggio dei Colloqui Janouch chiede a Kafka: «Siete così solo?». Kafka fa cenno di sì. «Come Kaspar Hauser?», chiede Janouch. Kafka ride e poi risponde: «Molto peggio di Kaspar Hauser. Sono solo come… Franz Kafka.» Kafka forse già intuiva di diventare kafkiano? O si compiaceva dello sdoppiamento insito nella sua battuta? Non sappiamo, e proprio questa incertezza misteriosa fa della battuta ‒ secondo Genazino ‒ un arricchimento personale e privato del suo autore, che riesce a creare il personaggio Kafka diverso dall’uomo Kafka prima ancora che i posteri lo sappiano.

Gli altri due esempi riguardano l’ex cancelliere della Repubblica Federale Tedesca Helmut Kohl (1930-2017) e l’ex direttore dello zoo di Francoforte Bernhard Grzimek (1909-1987). (C’è una nascosta malizia in questo affiancamento?) Nel primo si vede in televisione il cancelliere Kohl, che durante un’intervista non fa che controllarsi la cravatta e tentare di aggiustarsi il nodo mentre risponde alle domande. Genazino riferisce di aver in seguito incontrato Kohl ad un ricevimento pubblico e di aver osservato come il cancelliere non facesse che lisciarsi in continuazione le falde della giacca e controllare che l’abbottonatura fosse a posto, che i risvolti delle tasche coprissero le tasche stesse. «Die Bewegungen Kohls liefen offenkundg vollautomatisch ab.» («I movimenti di Kohl si svolgevano evidentemente in modo completamente automatico»; DGB, p. 146). Dunque aveva ragione Bergson? Kohl sarebbe “obiettivamente” comico a causa della meccanicità reiterata dei suoi gesti?, si chiede Genazino. E se invece non fosse affatto comico e avesse il diritto in tutte le occasioni pubbliche di verificare l’ordine del suo aspetto? La posizione di Genazino è questa: non è il presunto automatismo a generare il comico, bensì l’effetto di una relazione, ossia la nostra immedesimazione indebita, in quanto ci sostituiamo a Kohl attribuendogli una sorta di mania dell’ordine da cui ci sentiamo esenti, mentre il cancelliere ne sarebbe prigioniero (cfr. DGB, p. 148). Noi autori del comico siamo pertanto ‒ secondo Genazino ‒ degli incalliti Einfällehaber, dei macinatori di trovate surrettizie, dei “querulomani” che vedono difetti dappertutto ritenendo di non esserne colpiti.

Wer Komik schätzt, ist oft auch ein geheimer Kompagnon versteckter Mängel und Fehler, die die komische Tätigkeit erst in Gang bringen. Wir können sagen: Die komische Empfindungstätigkeit ist eine intime Freude an der Querulanz. Es zeigt sich in ihr sowohl die Unverbesserlichkeit der empirischen Welt als auch die Unverbesserlichkeit dessen, der sie empfindet. Die Art und Weise, wie die Querulanz des Komischen zustande kommt, ähnelt einem Falschverstehen, das von seiner Absicht weiß.

(Chi apprezza il comico, spesso è anche un socio occulto delle manchevolezze e dei difetti in grado di avviare l’attività comica. L’attività percettiva del comico è un’intima gioia per la querulomania. In essa si manifesta l’incorreggibilità sia del mondo empirico, sia di colui che lo percepisce. La querulomania del comico assomiglia ad un fraintendere che è conscio della propria intenzione; DGB, pp. 149-150).

Nel nuovo esempio, completamente diverso dai precedenti, Genazino ricorda il programma televisivo Ein Platz für Tiere (Spazio agli animali), andato in onda per decenni alla televisione tedesca, in cui il veterinario, etologo e zoologo Bernhard Grzimek portava in studio gli animali dello zoo di Francoforte per illustrarne il comportamento e le caratteristiche. Il programma era serio e di divulgazione scientifica, ma gli animali, lasciati liberi di circolare, spesso si attaccavano a Grzimek, disturbandolo con continue effusioni oppure occupando con il loro corpo le inquadrature. In una puntata, in particolare, un paio di tigrotti continuarono per tutta la durata della trasmissione a sgranchirsi le zampe e la schiena dinanzi alla telecamera, a dare qualche affettuosa zampata o a leccare la pelata del conduttore, il quale a quanto pare non batteva ciglio. Dinanzi alla piega che aveva preso la trasmissione il pubblico poteva – secondo Genazino – tranquillamente mettere da parte la serietà dell’intento (dare “spazio agli animali”, renderli protagonisti) e attribuire surrettiziamente a Grzimek uno scopo inesistente eppure palpabile, ossia quello di dare “spazio agli animali” ma in un altro modo. Proprio la tensione tra queste due finalità tra loro contrastanti e la possibilità di sostituire alla prima la seconda generano – secondo Genazino – l’effetto comico. Il pubblico, in altre parole, aveva la possibilità di smentire Grzimek e di attribuirgli la propria nozione “querulomanica” di cosa può accadere quando si resta legati ad una finalità esclusiva. Genazino tira le somme del suo ragionamento in questo modo:

Augenblicksweise eschien Dr. Grzimek als früher Vertreter einer hybriden Unterhaltungsomnipotenz, an die das Fernsehen seine Zuschauer heute längst gewöhnt hat.

(Per un attimo il dott. Grzimek apparve come l’antesignano di quell’ibrida onnipotenza dell’intrattenimento a cui la televisione ha oggi già da gran tempo abituato i suoi spettatori; DGB, p. 152).

E ciò accadrebbe con buona pace di Freud – sempre secondo Genazino –, il quale aveva sempre bisogno di dati oggettivi per far fiorire il comico (le pantomime, i movimenti “esagerati” del direttore d’orchestra, le orecchie a sventola, la gobba, eccetera). Ma il comico nasce diversamente:

Die komische Verzerrung wird dann als Anti-Programm gegen die Ansprüche herrschender Verstehensweisen wirksam. Das heißt nichts anderes, als daß die komische Empfindung nicht ‒ wie die Lust am Witz ‒, aus unseren unbewußten Archiven gesteuert wird, sondern aus der aktiven Tätigkeit des Wachbewußtseins hervorgeht. Die komische Empfindung braucht nicht (wie der Witz) den Umweg über die Verdrängung, um an unsere Lust heranzukommen. […] Die komische Tätigkeit steht also im Dienst einer jederzeit entzündbaren Trennungsarbeit zwischen der privaten Welt, der für das Einzelsubjekt Verbindlichkeit hat, und den Normen der offiziell geltenden Ansprüche, die umfassende Gültigkeit bloß anmelden und deshalb von einer komischen Empfindung immer neu relativiert werden müssen.

(La deformazione comica acquista l’effetto di una barriera, che viene opposta alle pretese della versione dominante. Il che non vuol dire altro se non che la sensazione comica non viene veicolata, come invece accade per il piacere causato dal Witz, a partire dai nostri archivi dell’inconscio, ma scaturisce dall’attività dinamica della coscienza vigile. La sensazione comica non ha come il Witz bisogno del giro vizioso che passa per la rimozione per poter arrivare al nostro piacere. […] L’attività comica sta al servizio di quel procedimento di separazione che è in grado di mettersi in moto ogni volta che si separa, all’interno del soggetto, tra mondo privato, che per il soggetto è vincolante, e mondo delle pretese ufficiali, che aspirano ad una validità generale e perciò devono essere sempre relativizzate dalle sensazioni comiche; DGB, p. 154).

Nel comico si manifesterebbe pertanto, secondo Genazino, una «riottosità» che sarebbe insita in modo strutturale nel percipiente:

Im komischen Affekt macht sich auf diese Weise eine Privatautonomie des Subjekts geltend, die einer fortschreitenden Selbstentdeckung ähnelt. Das gleichwohl immer nur kurz Aufblitzende der komischen Anwandlung und die flüchtigen Anlässe ihrer Herkunft stehen gemeinsam im Dienst einer Verbergung: Das innere Lachen verdeckt unsere nie ganz aufgegebene Widerspenstigkeit; sie ergibt sich aus der abwertenden und verzeichnenden Tendenz dessen, was die komische Tätigkeit hervorbringt, sie ist eine subtil abgeschwächte Form des Widerstands gegen den Funktionalismus der Lebenswelt.

(Nell’emozione comica si afferma in tal modo un’autonomia privata del soggetto, che assomiglia ad una progrediente scoperta di sé. I brevi lampi degli impulsi comici e le occasionali circostanze del loro scaturire si prestano ad un occultamento: il riso interiore copre la nostra mai del tutto sopita riottosità. Questa proviene dalla tendenza a registrare e a svalutare quegli elementi che suscitano l’attività comica, ed equivale ad una sorta di resistenza in sordina che si frappone al funzionalismo del mondo reale; DGB, pp. 154-155).

Nell’ultimo esempio Genazino riporta due passaggi da A porte chiuse. In questa pièce si riderebbe solo «due volte» (DGB, p. 155) e sarebbero a turno le due donne Inès ed Estelle a farlo, senza che ci sia un motivo tangibile (in realtà si ride più di due volte e non sempre sono solo le due donne a farlo, ma sorvoliamo…). Genazino commenta diffusamente i due passaggi testuali, il primo, quando Inès incomincia a ridere dopo che Garcin, seduto sul sofà, dice di star riordinando mentalmente la sua vita, il secondo, quando Estelle ride dopo aver scoperto che nella stanza-inferno ci sono tre persone, due donne e un uomo, ma solo due divani per dormire, per giunta brutti e disposti come a casa di sua zia. L’interpretazione che Genazino propone dei due passaggi va nella direzione, omogenea a quella seguita per gli esempi precedenti, di attribuire al testo il subtesto di una postulazione indebita nella mente di chi ride, causata da stimoli provenienti dall’oggetto percepito e condizionati dalle proprie esperienze antecedenti. Pertanto Inès riderebbe come di riflesso perché sovrapporrebbe all’intento, di per sé non necessariamente risibile di Garcin, la cognizione surrettizia della vanità di tale tentativo tardivo di riordino che lei stessa avrebbe sperimentato nella propria esistenza. Allo stesso modo Estelle riderebbe perché interpreterebbe il numero e la disposizione dei divani come un allestimento in chiave erotica, il che le farebbe tornare in mente episodi vissuti a casa di sua zia, mentre in realtà la stanza-inferno non contempla alcuna finalità di questo genere. Genazino conclude così:

Wir lachen über eine Null-Erfahrung, die wir aus unserer Biographie nicht tilgen können, im Gegenteil, an die wir immer wieder erinnert werden, meistens sogar unfreiwillig ‒ und von der wir uns nur durch ein knappes Lachen distanzieren können, das uns momentweise zu entschädigen scheint.

(Noi ridiamo di un’esperienza zero, che non possiamo cancellare dalla nostra biografia e a cui, al contrario, veniamo sempre ricondotti dal nostro ricordo, per lo più persino involontariamente, e da cui vogliamo distanziarci con un breve risata, come a volerci risarcire momentaneamente; DGB, p. 160)

Da un approccio teorico di tipo cognitivo (fenomenologico) la riflessione di Genazino sul comico, nel volgere al termine, trapassa verso una valutazione di tipo esistenzialistico, non senza un accento di solipsismo. Il riso del comico sarebbe un riso che la dice lunga sulla biografia di chi ride e sulla sua personalità, sulla «stranierità ineliminabile della nostra vita» (DGB, p. 162), che ci spinge ad assumere l’atteggiamento di correggere in altri i difetti, le stranezze, le singolarità, le incongruità, i fallimenti, con cui, in noi stessi, ci siamo dovuti confrontare.

Al concetto di «umorismo eterodiretto» Genazino dedica le poche pagine che restano del saggio omonimo, finalizzato in realtà a proseguire le riflessioni sul comico avviate nel saggio precedente. L’umorismo, per Genazino, è – solamente – quello degli entertainer professionisti, quindi un mestiere basato su parametri canonizzati, indipendentemente dalla personalità dei destinatari, quindi non una pulsione della mente. Accade spesso che l’umorismo professionale non abbia scrupoli di verità, quegli scrupoli che s’intrufolano nel comico sovrapponendosi alla percezione dell’oggetto, e anzi sfrutti le aspettative convenzionali nel pubblico per generare il profitto immediato e a tutti comprensibile della facile risata a spese di qualcuno o di qualcosa.

 

L’avversione di Adorno al comico e all’umorismo

Anche Genazino, dopo molti altri prima di lui, a cominciare forse da Habermas, rievoca il famoso episodio dell’imitazione che Charlie Chaplin, nell’occasione di un party con molti invitati a Malibu, in California, avrebbe fatto del filosofo esule negli USA, allorché costui si congedò dall’attore Harold Russell, reduce di guerra e mutilato ad entrambe le mani. È lo stesso Adorno a raccontarlo in Zweimal Chaplin (Quel giorno che Charlie Chaplin mi fece l’imitazione, apparso per la prima volta nel 1964). Adorno riferisce che Russell volle congedarsi anticipatamente e gli porse la mano, che in realtà era un artiglio metallico. Senza avere il tempo di avvedersi di che cosa stava per stringere, Adorno si spaventò al contatto con la protesi, che per giunta ricambiava la sua stretta. Per non fare brutta figura, nel giro di pochi istanti il filosofo si sforzò di nascondere il suo spavento, ma riuscì solo a produrre una smorfia di gentilezza. L’attore si era appena allontanato, che già Chaplin ripeteva a modo suo la scenetta. La conclusione che Adorno trae da questo aneddoto è la seguente, un autentico aforisma lapidario nello stile dei Minima moralia:

Così tanto vicino all’orrore è ogni forma di riso che egli [Chaplin] suscita, e solo in questa vicinanza trova la sua legittimazione e il suo significato di salvezza (Adorno 1977, pp. 365-366).

Adorno stesso ne rise? Evidentemente no, suggerisce Genazino, e su quest’assenza egli costruisce un suo ragionamento. Chaplin è l’umorista per eccellenza, l’intrattenitore esperto in compensazione, che non si ferma alla serietà, ma va oltre e cerca la parodia conciliatrice, la consolazione, per guardare avanti e farci dimenticare la tragedia dell’esistere. Ma Adorno sente la guerra e l’espandersi del fascismo come pericoli ancora incombenti e non ha voglia di ridere, non gli piace il riso a comando, come ebbe a scrivere nelle Marginalien zu Theorie und Praxis (A margine della teoria e della prassi) del 1969, quel riso che tradisce il dolore sedimentato nell’esperienza. Nella Dialektik der Aufklärung (Dialettica dell’illuminismo; 1947) e nella Ästhetische Theorie (Teoria estetica; 1970) va anche peggio. Genazino ha ragione: comico e umorismo vengono di norma totalmente svalutati nel pensiero di Adorno, che li ritenne meri strumenti al servizio della cultura di massa, di una cultura della conciliazione forzata. Ma mentre Genazino non è molto lontano da Adorno quanto all’umorismo degli intrattenitori, non può invece approvare la condanna senza appello del comico (che per lui stesso è innanzitutto komische Empfindung).

Il secondo episodio, rievocato da Genazino nella sua conferenza, è tratto da una lettera alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, pubblicata l’11 agosto 1994, inviata da una certa signora Trudel Roth, la quale a sua volta lo aveva ricevuto per il tramite della segretaria di Adorno presso lo Institut für Sozialforschung, che lei aveva ospitato come subaffittuaria nel suo appartamento francofortese. Veniva raccontato nella lettera che Adorno ricevesse assai malvolentieri persone che non si fossero prima annunciate. In particolare, in una determinata circostanza, in cui assolutamente non voleva vedere il visitatore di turno, si sarebbe nascosto nell’armadio del suo ufficio, da cui poi sarebbe uscito soltanto dopo che l’importuno se ne fu andato. A Genazino piace immaginare come anche in quella circostanza, analogamente all’episodio con Chaplin, Adorno conservasse la sua serietà, nonostante certe foto d’archivio lo ritraggano sorridente e persino divertito, poiché l’alto concetto che aveva di sé gli impediva di percepire la comicità della situazione. Eppure – congettura Genazino – Adorno tenne fede sino alla fine al principio della «conciliazione» («Versöhnung»), alla possibilità che un giorno l’umanità si allontanasse dalla barbarie e recuperasse nel riso un senso di umanità, di innocenza. Ebbene, conclude Genazino, proprio questa visione proiettata in un incerto futuro impedì ad Adorno di vedere nel presente una possibilità sempre attuale, ossia «das Abdriften der komischen Lust in die Innerlichkeit» («il dirottamento del piacere comico verso l’interiorità», DGB, p. 189); ma Adorno non seppe accogliere nel suo pensiero la possibilità che l’individuo possa ritagliarsi nella mente, grazie alla risata “querulomanica” del comico, una sua personale forma di libertà, prima che la società impari a liberarsi dalla barbarie della cultura di massa.

 

Conclusioni

Genazino si sforza di creare un contesto filosofico omogeneo alla sua posizione teorica (citando vari filosofi), però non prende in considerazione contributi anche importanti allo studio del comico come per esempio il noto volume Das Komische (1976) curato da Preisendanz e Warning (e magari anche lo studio di Peter L. Berger Reedeming laughter. The comic dimension of human experience, 1997). L’aver ribadito sia il fattore mentale, cognitivistico o fenomenologico, nella produzione del comico, sia il contributo originale dell’individualità, che fa del comico un fenomeno soggetto ad un certo grado di arbitrio personale, dovrebbe essere considerato come un apporto positivo e sostanzialmente originale. Il comico non può essere inteso come un attributo “oggettivo” del comportamento, come spesso ancora comunemente si crede. Sicuramente il comico va a caccia dell’insensatezza innocua per ribadire le regole internalizzate della ragione e può davvero essere inteso come una forma di «querulomania», forse soprattutto quando è satira sferzante e persegue la regola del ridere castigando mores. Nel suo saggio Komik der Handlung, der Sprachhandlung, der Komödie (Il comico delle azioni, delle azioni linguistiche, della commedia) Karlheinz Stierle mise in rilievo l’importanza del fatto che un’azione, corporea o linguistica che sia, debba sembrare fremdbestimmt, ossia pilotata dall’esterno, in modo che la persona non sia più padrona di sé stessa, ma senza che ciò procuri un esito drammatico (cfr. STIERLE 1976), affinché si produca l’effetto comico (come accadeva nelle trasmissioni di Spazio agli animali). Ma a chi deve risultare fremdbestimmt? All’osservatore, che al medesimo tempo costruisce e recepisce tale Fremdbestimmtheit – bisognerebbe dire, integrando il punto di vista di Genazino. Del resto, lo aveva già scritto Stierle parlando in particolare del comico di situazione. Senza dare preminenza né all’istanza cognitiva, né alla situazione di fatto, Stierle aveva sottolineato il carattere relazionale del comico e la possibilità sempre presente di attribuire ad un’azione «Momente eines Gegensinns» («elementi di un senso contrapposto»; STIERLE, p. 247). In un certo qual modo le sue osservazioni anticipano e precisano il punto di vista espresso da Genazino.

Wenn für diese Möglichkeit des Komischen gilt, daß sie eine Leistung der wahrnehmenden Subjektivität ist, so doch mit der Einschränkung, daß diese nicht einer aktiv sich ausrichtenden Aufmerksamkeit verdankt werden darf, sondern hervorgehen muß aus der Unwillkürlichkeit einer sich aufdrängenden Gegenrelation. Gerade im Falle dieser erst aus der Wahrnehmung des Subjekts selbst hervorgehenden komischen Relation ist der Lachende am meisten in Gefahr, daß sein Lachen eine allgemeine Zustimmung nicht finden kann und der Lachende so selbst der Lächerlichkeit verfällt.

(Se per questa possibilità del comico vale la considerazione che essa è un prodotto della soggettività percipiente, allora vale anche la restrizione per cui tale risultato non è dovuto ad un’attenzione che sa regolarsi da sé, ma deve scaturire dall’automatismo preminente di una relazione contraria. Proprio nel caso di una relazione comica che scaturisce dalla percezione del soggetto accade che la persona che ride si trova sempre esposta al pericolo che il proprio riso non incontri il consenso generale e lei stessa finisca per diventare ridicola; STIERLE, p. 247).

Resta valido comunque il fatto, al di là dell’approccio di Genazino, che il comico è soprattutto un fenomeno culturale ed estetico, e come tale è soggetto ad un patrimonio preesistente fatto di convenzioni e materiali, che non è l’individuo a creare di volta in volta con le sue attribuzioni surrettizie, per quanto contribuisca continuamente al suo ampliamento, soprattutto se l’individuo in questione è un professionista del comico. (Proprio gli esempi tratti da A porte chiuse testimoniano come il comico sia il prodotto della complessità del fenomeno comunicativo, basato sì sui processi mentali, ma anche sulla corporeità, sulle situazioni e sulle azioni linguistiche.) L’umorismo, però, non può essere inteso nell’accezione restrittiva di Genazino e originariamente di Adorno. Genazino fa bene a sottolineare come l’umorismo si presti effettivamente ad essere funzionale alla comunicazione di massa e alla propaganda. A parziale correzione dell’ottica di Genazino va però ribadito che i motti di spirito, i giochi di parole ecc. non dovrebbero essere demonizzati, ma anzi in moltissimi casi apprezzati, in quanto manifestano la vivacità dell’intelligenza nel giocare con l’ordine della logica discorsiva e con le regole dell’argomentazione, senza per forza stare al servizio dell’intrattenimento o della persuasione di massa (la battuta di Kafka non ne è un esempio?). Spesso inoltre l’umorismo – in quell’accezione più alta che tutti conosciamo e che ha tante declinazioni diverse – si fonde con il sentimento del grottesco e riesce a ridere senza alcuna intenzione consolatoria o conciliativa dinanzi ai tanti casi di schlimmstmögliche Wendung (la peggiore delle svolte possibili, famoso conio parodistico di Friedrich Dürrenmatt), vale a dire dinanzi alle ricorrenti e clamorose smentite che la razionalità si infligge da sola, allorquando cede il passo ad un qualche tanto granitico quanto autodistruttivo convincimento. Correggendo in questo modo il pensiero di Genazino, è possibile recuperare a vantaggio dell’umorismo il nesso che anche Genazino rivendica tra cognizione comica e liberazione di sé formulando su questo terreno, in definitiva, i suoi pensieri migliori.

 

BIBLIOGRAFIA

ADORNO Theodor Wiesengrund (1977), Kultur und Gesellschaft I. Prismen. Ohne Leitbild. Gesammelte Schriften, Band 10.1, hg. v. Rolf Tiedemann, unter Mitwirkung von Gretel Adorno, Susan Buck-Morss und Klaus Schulz, Suhrkamp, Frankfurt a.M., pp. 362-366

GENAZINO Wilhelm (2004), Der gedehnte Blick, Hanser, München; Wien

JEAN PAUL (1994), Il comico, l‘umorismo e l’arguzia, a cura di Eugenio Spedicato, Il poligrafo, Padova

PROPP Vladimir (1988), Comicità e riso: letteratura e vita quotidiana, Einaudi, Torino

STIERLE Karlheinz (1976), Komik der Handlung, der Sprachhandlung und der Komödie, in Das Komische, hg. v. Wolfgang Preisendanz und Rainer Warning, Fink, München, pp. 237-268