Un matto sedeva solo al tavolo di un bar, non per questo evitava di discorrere.
– Perché io ho paura quando sono a casa di altri, diceva alla bottiglia, ch'essi pensino che io possa rubar loro qual­cosa?
– Primo, ipotizzava, perché desidero veramente derubarli.
– Secondo, urlava all'improvviso, perché io sono paranoico!
Poi si quietava e sorridendo mormorava: – Terzo, perché loro sono paranoici. E pensano veramente che io vo­glia derubarli.
La bottiglia non osò ribattere.


Confessioni
Lei torna dopo un periodo di lontananza.
Le chiedo se mi ha tradito.
Mi risponde di sì.
Le chiedo se mi ama ancora.
Dice di sì.
Dico che la perdono. Comunque mi rifarò se ne avrò l'occasione. In verità l'ho già avuta. Le dico che l'ho tradita.
Mi dice che se lo immaginava. Anzi lei non mi ha tradito affatto.
Le chiedo se è vero.
Sì. Prima mentiva.
Le dico anch'io ho mentito, non ti ho tradito, io ti amo.
Ride. Mi dice anch'io ti amo.


All’inferno, attorno a un tavolino basso, tra vampe di fumo e fiamme, siedono di fronte Kafka e Allan Poe assieme a Nietzsche e Dostojevski agli altri lati. Nietzsche ha la mano e studia le carte.
Edgard, alla sua destra, interloquisce spazientito:
– Muoviti filosofo del cazzo!
Tutti ridono, compreso Nietzsche. Che però risponde alzando la voce: – Senti ubriacone, io in fin di vita sono diventato pazzo, mica scemo come te, che te ne stavi attaccato alla cannuccia, a succhiare veleno e mostri!
Risatina degli altri, ma Allan Poe sembra aver accusato il colpo. Inter­viene Kafka per spezzare la tensione. Si rivolge a Fiodor, suo avversario di carte, che gioca con Nietzsche. – Dev’essere per via dei baffi, dice, quelli con i baffi se le danno sempre tra di loro.
– Non so, risponde Dostojevski, per me i baffi sono un orpello irrilevante, è la barba che conta! – e l'accarezza a lungo, muovendo la testa dall'uno all'altro.


Trovava interessante tenere conversazioni con i muri screpolati. La discussione non era mai molto animata ma il muro, screpo­lato, dava molta soddisfazione per la pregnanza delle repliche. Così ricche d'esperienza.


Manette
– Che ci fai con le manette?
– Ci faccio i giochi erotici.
– In che senso?
– Mi ci lego una mano alla sponda del letto e poi mi masturbo.
– Mm… Auto-sado-maso?
– Praticamente.


Furti
Sento armeggiare alla serratura di ingresso. I ladri! Stanno forzando la porta di casa! In un tentativo di resistenza, mentale più che altro, immagino di farmi avanti per il corridoio con una forbice, l’unica arma che ho a portata, una forbice da carta, di quelle piccole, con la punta tonda. Desisto. Intanto sono entrati.
– Fermi! – grido – ho chiamato la polizia! Tra pochi minuti saranno qui, vi conviene scappare.
Mi ignorano. Vedono il portafogli sul tavolo. Ci trovano 42 euro. Mi guardano schifati. Mi giustifico dicendo che sono povero. Anche loro sostengono di essere poveri. Discutiamo delle nostre povertà, facciamo a chi è più povero. Spiego loro quanto guadagno al mese, loro mi parlano di colpi buoni e colpi cattivi. Infine decidono di tenersi i soldi più il videoregistratore, ma se ne vanno promettendo di non tornare più. Li ringrazio commosso, siamo quasi amici.
Dopo un mesetto ritornano. Ribadiscono con nuovi argomenti la loro convinzione di essere più poveri di me, quindi mi svuotano di nuovo il portafogli e se ne vanno con altre suppellettili. Immagino che torneranno di nuovo. Mi sono rivolto alla polizia. Pare che accada spesso: certi rapinatori sembrano scegliere le stesse vittime, una specie di affezione perversa. Sanno già cosa ottenere e in che modo. Manderanno più pattuglie in zona, di più non si può fare.
Non mi resta che affidarmi al senso di equità dei ladri, spero che smetteranno quando la mia povertà risulterà minore o uguale alla loro.


Orologi

Mi fa: – É venuta la tua ora! – E la stronza accenna ironica la canzoncina: – Sono io la morte, signora e padrona, io di tutti i voli … lalla lallara … lallara la la lalla.
Dico: – Non è una sorpresa, sono nel letto di morte, l'aspettavo. Lo so che doveva arrivare. E va bene, sono pronto, ma a che ora esattamente? Quanto manca?
Lei ha un momento di imbarazzo, cerca qualcosa nelle tasche, si fruga inutilmente, poi ricorda e guarda il polso. Scuote la testa e dice tra di sé – Ah, certi giorni… – Poi secca: – In tutti i casi sono le 23, 15' e 10'', anche se sui secondi non siamo fiscali. Ti mancano ancora due minuti. Sarebbe ai 17.
– Ha! ti pareva, dico io, però la faccenda dei secondi la discuterei, non mi sembra tanto giusto. E comunque – le mostro il cellulare – lei si sbaglia sono le 23, 12' e 52''. Il suo orologio va avanti di quasi tre minuti!
– Ma per piacere non diciamo sciocchezze, i nostri orologi sono regolati sulla frequenza atomica del cesio, mica balle.
– Beh, comunque il suo è avanti, poi il tempo è molto relativo sa, dipende da chi lo misura, da come, da dove, dalla velocità di moto dell'orologio poi. – Cerco di buttarla sulla fisica contemporanea, cito Rovelli e il Grande Lebovsky: «tutti quegli input e output», ha presente?
Mi fa: – Ho presente. Ma il mio orologio non è in discussione, si tratta infatti del tuo. – E sussurra: – Contiamo i battiti.
Mi infila una mano fra le costole, riesco giusto a vedere questo artiglio di ombra che mi entra nel petto.


Macchina da scrivere
Ritorno a scrivere dopo molto tempo. Sono contenta, è il mio me­stiere. Mi sentivo così inutile e sola, tutta fasciata al buio e con questo scarafaggio morto e secco appic­cicato sul dorso.
Non ho nient'altro di interessante da dire.