Burkhart Kroeber è il traduttore tedesco di Umberto Eco e di Italo Calvino, ma ha tradotto anche Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Andrea De Carlo, Roberto Cotroneo, Luigi Malerba, Giacomo Leopardi, Noam Chomsky, Rossana Rossanda e altri. Le sue traduzioni hanno la capacità di dare una voce tedesca agli autori italiani; è un vero piacere leggere Eco, Calvino o Malerba che scrivono in tedesco e dimenticarsi che sono italiani o che quello che si sta leggendo è tedesco. Chi trova il tempo anche solo di leggere la lista delle traduzioni di Burkhart Kroeber si chiede: com’è possibile? Come fa? Oggi ci parla della traduzione e del comico.

Il termine italiano comico e quello tedesco komisch non comprendono la stessa area semantica. Il termine tedesco komisch infatti può significare anche strano, bizzarro. Come si può tradurre il termine komisch in italiano e come il termine comico in tedesco?

Dall’italiano al tedesco è semplice: comico si traduce con komisch. Il problema si presenta solo quando si deve tradurre il termine komisch in italiano e in tedesco non significa solo comico. Si tratta tuttavia di un’evoluzione semantica: il significato di strano e bizzarro è piuttosto recente e anche un po’ colloquiale; sospetto che in Thomas Mann, per esempio, non si troverebbe. Nel caso in cui ci sia questa sfumatura, komisch si può tradurre con strano, come per esempio nell’espressione ich habe ein komisches Gefühl, che in italiano si traduce con ho una strana sensazione. Racconto comico si può tradurre letteralmente; è un problema che si presenta quando una parola ha una vasta area semantica. Una volta Franco Lucentini se la prese con me per questo motivo: ero andato a trovarlo in Francia – lui sapeva molto bene il tedesco e aveva letto una delle mie traduzioni – e mi disse che avevo tradotto la stessa parola in maniera differente in due passaggi a distanza di venti pagine. Si aspettava che la stessa parola venisse tradotta in maniera identica in entrambi i casi; io gli dissi che in tedesco c’erano due parole per dirlo, che non si poteva fare altrimenti – un po’ come la questione della parola comico – ma lui mostrò il suo malcontento: era un tipo severo.

Un altro problema simile riguarda la traduzione del titolo Le Cosmicomiche. La comica è un termine ben preciso, per non dire tecnico: è un breve film muto degli anni Venti con una trama comica e Calvino gioca su questo creando un neologismo. In tedesco non esiste una parola corrispondente, avremmo potuto cercare una perifrasi, ma era chiaro anche in casa editrice che avremmo scritto Cosmicomics, come nella traduzione francese e in quella inglese. Ovviamente arrivò il sapientino di turno a far notare che in italiano significava un breve film comico, ma le Cosmicomiche di Calvino non sono film, e poi lui gioca anche con l’idea del fumetto.

Mi ricordo che era un anno e mezzo prima della morte di Calvino, lo andai a trovare a Roma; lui parlava sempre balbettando un po’ e non era molto comunicativo. Non che fosse linguisticamente inibito, ma timido sì. Mi diede il libro, era l’edizione della Garzanti, non dell’Einaudi; si intitolava Cosmicomiche vecchie e nuove. Mi disse che era quello il volume che voleva che io traducessi. Lo feci qualche anno dopo, lui ormai era morto. La prima volta che lo conobbi, Calvino era a Vienna in occasione di un grande premio austriaco. Furono così onesti da invitare anche il traduttore; io arrivai da Monaco a Vienna, sapevo che avrei incontrato il mio autore. Era all’hotel Hilton: avevo un po’ paura, poi arrivò un giovane moderatore radiofonico che mi chiese il permesso di registrare l’incontro. Accettammo, fu una bella chiacchierata, tranquilla. Quando il moderatore se ne andò rimanemmo fino a notte fonda, c’era anche Chichita, la moglie. Fu molto divertente; fu la prima e ultima sera in cui riuscii a parlarci. Era molto interessato e faceva mille domande, ma non era il maître de plaisir come Eco, questo no. Era un po’ timido; mi disse che non era capace di parlare in radio, come altri, perché poi iniziava a balbettare.

Si ride in maniera diversa in tedesco e in italiano? Intendo, in primo luogo, proprio la risata fisica, in secondo luogo mi riferisco al tipo di comicità, che dipende spesso anche dal contesto culturale.

Non credo. Certo, ognuno ride in maniera differente, ma penso che dipenda più dal carattere della persona che dalla nazionalità.

Hai parlato spesso di giochi di parole intraducibili che obbligano il traduttore a confrontarsi con la perdita (per esempio: Über die Kunst des Übersetzens ). Ce n’è invece uno apparentemente intraducibile o difficile da tradurre che hai tradotto e della cui traduzione sei particolarmente orgoglioso?

È un tema antichissimo e molto rilevante soprattutto per la cultura inglese, per cui il gioco di parole è fondamentale e spesso addirittura sacro. La traduzione del gioco di parole a volte riesce, a volte no. Appoggio l’opinione ripresa da Eco, per cui se ci sono dodici giochi di parole in venti pagine e se ne traducono sei o otto e gli altri mancano, si possono recuperare nel momento in cui, andando avanti, ne vengono altri che non sono presenti nel testo di partenza e si ottiene lo stesso effetto. Allora è una buona compensazione. Personalmente però ho avuto raramente questo problema, i miei autori non amano eccessivamente i giochi di parole. Eco certamente giocava con la lingua, persino in inglese. Weaver, il suo traduttore inglese, una volta mi disse che invidiava molto Umberto perché, sebbene avesse un pesante accento italiano, era capace di giocare con la lingua inglese, mentre lui, che viveva ormai da trent’anni in Italia, non era capace di fare lo stesso in italiano.

Che importanza hanno avuto il riso e il comico nella traduzione di Eco?

Il riso è presente in Eco, ma non è il tema dominante. Il nome della rosa è un libro serio, anche se compaiono figure strane o divertenti. Le tesi principali del romanzo sono serie.

Però nel romanzo si parla del riso.

Sì, ma come? C’è un passaggio in cui Guglielmo parla del riso, in cui dice che la verità è pericolosa: “Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, far ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.” (Eco, Umberto: Il nome della rosa. Milano 1980: 492). Questo è il messaggio di Guglielmo; non è una frase che fa ridere, anche se ha il riso come tema principale: è serio.

Eco una volta mi disse che aveva intenzione di scrivere una monografia sul comico e il riso. Gli stava molto a cuore, ma poi non la scrisse. Mi disse che non ne era stato capace, non gli era venuto in mente quello che sperava: o l’idea era sbagliata o non riusciva a risolverlo. Però scrisse meravigliose parodie e satire che sprizzano comicità. Per esempio in Diario minimo fa un’esilarante parodia di Nabokov: Nonita. Il protagonista, Umberto Umberto, è innamorato perso della sua Nonita, che invece di essere una ragazzina come Lolita è una vecchia signora. Sono sei pagine: è geniale. Le prime righe sono praticamente identiche a quelle di Nabokov. In questo Eco era brillante: penso a Lo strip-tease e la cavallinità, La fenomenologia di Mike Bongiorno, ma anche a Dolenti declinare in cui Eco scrive rapporti fittizi di lettura all’editore. Tra i manoscritti che vengono giudicati ci sono la Bibbia, l’Odissea, la Divina Commedia, la Gerusalemme liberata. Senti il giudizio su Finnegans Wake: “Per piacere, dite alla redazione di stare più attenta quando manda i libri in lettura. Io sono il lettore di inglese e mi avete mandato un libro scritto in qualche diavolo di altra lingua. Restituisco il volume in pacco a parte.” (Eco, Umberto: Diario minimo, Milano 1963, 157). È geniale. Anche Bustine di Minerva mostrano un Eco ironico e satirico; in quel caso ho tradotto solo quelle che avevano un significato internazionale, ovviamente, altrimenti sarebbero state incomprensibili per un lettore tedesco.

Hai tradotto, tra gli altri, anche Calvino, Malerba, Fruttero e Lucentini. C’è qualcosa che avresti voluto tradurre, ma che non hai tradotto?

Malerba era già stato tradotto, escluso Pinocchio con gli stivali che ho tradotto io. Mi sono divertito molto a tradurre Calvino. Nel complesso quello che volevo tradurre me l’hanno fatto tradurre. Tranne i romanzi di Calvino degli anni Cinquanta, la trilogia: quella mi sarebbe piaciuta. Però è tradotta bene, magari cambierei qualche piccolezza, ma non posso dire che sia tradotta male e che ci sia bisogno di una nuova traduzione. Il traduttore l’ho anche conosciuto, proveniva da una famiglia di diplomatici. Mi raccontò che quando la casa editrice Hanser comprò la licenza, negli anni Ottanta, non si degnarono nemmeno di parlare con il traduttore, non si chiesero nemmeno se ci fosse. Così andò alla casa editrice, era mezzogiorno ed era nell’ufficio di Michael Krüger. Quando Krüger capì che aveva davanti Oswalt von Nostitz, gli si gettò ai piedi disperato, si inginocchiò e chiese perdono: si sentiva in colpa. Oswalt von Nostitz gli disse di darsi un contegno e ricevette una copia del libro; viveva a Monaco, non sarebbe stato difficile trovarlo.

Ti è mai successo di scrivere qualcosa di comico, traducendo, che non fosse comico nell’originale? Se è vero che la traduzione non dovrebbe aggiungere né togliere nulla, come dice Eco in Dire quasi la stessa cosa, come ti comporti in questi casi? Penso, per esempio, al barocco delle lettere di Roberto nell’Isola del giorno prima di Eco, che tradotto in un tedesco barocco risulterebbe comico e parodistico (per cui decidesti di tradurlo nel tedesco delle traduzioni epistolari di Cyrano de Bergerac).

Se è successo non me ne sono accorto! Ho fatto errori, questo sì, ma non hanno a che vedere con il comico.

Per esempio?

Traducendo Eco mi capitò di riprendere un suo errore senza correggerlo: aveva chiamato l’ufficio del Presidente americano nella casa bianca oval room invece che oval office. È grave, qualche collega poi me lo fece pesare.

Ti capitò di correggere errori di Eco?

Sì, certo, è successo un paio di volte. Ma non solo io, per esempio una volta la traduttrice russa, Elena Kostioukovitch, una lettrice molto attenta, si accorse che nel Cimitero di Praga c’era un nome di una strada parigina che non poteva essere così com’era scritto e Eco poi lo corresse nella seconda edizione italiana, tanto che si legge: “quella che sarebbe diventata rue Sauton, ma era ancora rue d’Amboise” (Eco, Umberto: Il cimitero di Praga. Milano 2010: 1). Anche Il nome della rosa lo corresse. Per esempio i personaggi parlavano della zucca; la zucca in Europa ancora non c’era. Tradusse anche molte frasi latine in italiano e qualcuno gli rimproverò di voler fare un’edizione ad usum Delphini. Quando gli chiesero se si aspettasse che fossero modificati anche nelle traduzioni rispose: no, ci mancherebbe! Per lui però era imperdonabile fare certi errori e si imbarazzava molto, non era uno di quegli scrittori arroganti e altezzosi che dicono: be’, anche Proust ha fatto errori, che cosa vuoi che sia?

Anche per te è così imbarazzante se fai errori?

Certamente mi dico che avrei potuto correggerli o evitarli, ma me ne sono accorto troppo tardi. Sono errori belli e se qualcuno li trova se li può segnare e venire a dirmelo. Oltre a oval room mi capitò anche di scrivere arrest the usual suspects invece che round up. Questi sono i miei errori, o almeno: quelli di cui sono a conoscenza.

Ti è successo che qualcuno venisse a dirtelo?

Sì sì, uno una volta mi chiese chi mi credevo di essere, era per un’altra questione, io che avevo fatto tutti questi errori, e me li elencò uno a uno: si era fatto la lista.

In un’intervista del 2015 dicesti che le Cosmicomiche di Calvino e Se una notte d’inverno un viaggiatore furono le traduzioni che ti divertirono di più. È ancora così? O vince l’ironia sottile della sintassi di Tomasi di Lampedusa?

No, Le Cosmicomiche sono imbattibili. Sono così ricche e variegate, c’è di tutto: dalla favola alla filosofia. Infatti non le scrisse di getto, ma durante tutta una vita, e si vede. L’idea è geniale, non si può superare; le ho rilette l’anno scorso, sono impressionanti. Non ne parla mai nessuno, forse proprio perché sono così complesse. Ne scrissi una recensione che originariamente doveva fare parte del volume tedesco, ma che poi fu pubblicata sul sito di Fisher. Il Gattopardo ha una sua dignità, ma non è paragonabile. Nell’ultima edizione, Tutte le cosmicomiche, l’agente Andrew Wylie volle che ci fossero altri tre racconti, però due erano doppioni, una invece non c’entrava proprio nulla. Io li tradussi, per carità, sta poi al lettore accorgersi che non ha senso. Se una notte d’inverno un viaggiatore anche è meraviglioso, ci sono però opinioni contrastanti. C’è chi lo ama e chi dice che sul più bello si interrompe sempre.

Eh, ma è proprio quello il bello!

Ma infatti, vabbè, sono un po’ stupidi, forse. Io l’ho tradotto molto volentieri. In realtà era nelle mani di Heinz Riedt, che allora era il traduttore di Calvino. A Monaco allora Riedt era considerato il re della letteratura italiana. Andava raccontando che era amico di Calvino e che avevano fatto la resistenza insieme, combattendo attivamente come partigiani contro i fascisti; lui tedesco, insieme a Calvino. Quando ebbi finito di tradurre Il nome della rosa chiesi al mio collega della casa editrice Hanser a che punto fosse Riedt con Se una notte d’inverno un viaggatore: aveva tradotto cento pagine. Le lessi e dissi che se avessero pubblicato il romanzo così sarebbe successo lo stesso che era successo con gli altri di Calvino. Era considerato invendibile, in Germania. Non aveva nessuna risonanza: se ne vendevano duemila, duemila e cinquecento copie. Era tradotto male.

Perché, com’era tradotto?

Senza fantasia, senza passione, senza creatività. Si vedeva che il traduttore non si divertiva a tradurlo, non era il suo ambito. Mi diedero il compito di correggere quello che aveva tradotto lui, cambiai il sessanta, settanta percento e chiesi di darmi carta bianca, non aveva senso così. Alla fine me la diedero e Riedt, che aveva vent’anni più di me ed era un barone, se la prese a morte. Abitava vicino a casa mia e quando lo incontravo per caso cambiava la strada per andare sul marciapiede opposto. Poi tornò in Italia a fare il barone. La mia traduzione del romanzo di Calvino uscì un anno dopo quella del Nome della rosa e andò a ruba: quasi centomila esemplari, andavano via come il pane. Prima, delle sue opere, normalmente ne vendevano due o tremila, esclusa la trilogia, ovviamente. Poi Palomar arrivò direttamente sulla mia scrivania, senza che dovessi dire molto; è un bel libro, ci sono passaggi molto comici, anche se non è il tema centrale.

Se ritieni opportuno rispondere, qual è stata la traduzione che ti ha divertito di meno?

Mah, non so. Otranto di Cotroneo, dopo i primi due che mi erano piaciuti, non mi divertì tanto, e non fu nemmeno un successo. Sai che nel terzo romanzo, Tempesta, tradotto da Karin Krüger, il capitano della nave si chiama Burkhart e viene da Monaco?

Sul serio?

Sì sì, voleva onorarmi così nel romanzo. Un capitano che viene da Monaco…! Ma un libro che davvero non mi divertì è la Critica del gusto di Galvano della Volpe, dovevo tradurlo nei tardi anni settanta, mi dissero che era l’Adorno italiano, imprescindibile. Pieno zeppo di citazioni degli antichi greci fino ai contemporanei, fui sollevato quando ebbi finito. Per giunta fu del tutto invano: alla fine se ne vendettero quattrocentocinquanta copie; sostanzialmente lo comprarono le biblioteche universitarie. Tra quelli di Eco, se dovessi sceglierne uno che mi ha divertito di meno, forse direi Il cimitero di Praga. Lo tradussi in maniera molto rapida, dopo due mesi e mezzo avevo già finito, in un giorno traducevo anche diciotto pagine, me ne sorpresi io stesso. Pensavo che il tipo di lettore a cui si rivolgeva questo romanzo l’avrebbe letto con la stessa velocità con cui l’avevo tradotto io. Mi viene in mente un episodio della fine degli anni ottanta: quando Eco mi chiese a che punto fossi con la traduzione del Pendolo di Foucault e io gli dissi che era un lavoro faticoso, lui mi rispose che era stato faticoso anche scriverlo. Risi, come tu ridi ora, ma poi mi disse: e sarà faticoso anche leggerlo, per i lettori; ma non c’è alternativa, è un passaggio obbligato, e alla fine ne vale la pena, ed è vero.

C’è un evento comico in ambito editoriale che ti viene in mente?

Forse è un po’ indiscreto. Nell’estate del 1980 le case editrici tedesche dovevano fare un’offerta a Bompiani per Il nome della rosa e alla fine rimasero solo Suhrkamp e Hanser. Gli altri lo consideravano troppo complesso, troppo caro e poi l’autore era sconosciuto, un professore. Era alla fiera del libro nel 1980, in autunno, e io lavoravo da Hanser come editor. Andai da Bompiani a chiedere come fosse la situazione e a che punto fossero le azioni. La responsabile mi disse che anche Unseld voleva averlo e che non avevano ancora deciso. Tornai due ore dopo chiedendo se ci fossero novità. Mi rispose che “King Kong” aveva fatto loro un’offerta. Intendeva Siegfried Unseld: lo chiamavano così. King Kong aveva detto che, se avessero avuto i diritti, avrebbero fatto uscire la traduzione entro un anno. Interessante, pensai. Si lavorava ancora a macchina, allora: non c’erano i computer. Dunque la traduzione di un romanzo di circa settecento pagine bisognava farla in metà anno. Tornai dal mio capo, parlammo. Poi chiesi all’editor di Suhrkamp che cosa avesse in mente di fare il loro King Kong, no, non lo chiamai così, ma lo pensai. Mi risposero che volevano dividere il romanzo in due o tre parti e far lavorare contemporaneamente più traduttori.

Come quel gioco in cui uno disegna la faccia e poi passa il foglio a un altro che deve disegnare il corpo?

Ecco, sì, una cosa del genere. Ma case editrici serie non si comportano così con libri seri. Si fa per libri di persone particolarmente famose, come con quello di Trump, ma è un’altra cosa. King Kong voleva trattare così Eco, allora. Tornai da Bompiani e dissi che se noi della Hanser avessimo ricevuto i diritti avremmo impiegato almeno due anni perché avremmo fatto un’edizione seria e fatta bene. La rappresentante di Bompiani disse: “Oh, molto interessante, devo parlare con il Professore!” Chiamarono Eco, che in quel momento credo fosse a New York. In realtà lui avrebbe voluto dare i diritti a Suhrkamp perché avevano già tradotto altri suoi libri, ma disse che se c’era una casa editrice che ci teneva così tanto (Hanser Eco non la conosceva) avrebbe rischiato. Il mio capo era felice come una Pasqua, non perché avesse letto il romanzo, era in italiano, ma perché l’aveva rubato al collega. Approfittai dell’occasione per dirgli che dopo quel lieto successo avrei voluto essere io il traduttore del libro, anche se non avevo mai tradotto un romanzo. Pensavo mi dicesse di mandargli una prova; sarebbe stata la prassi. Era mezzanotte, eravamo al bar dell’hotel e lui era sbronzo. Mi abbracciò e mi disse: Ma perché no, conosci le nostre tariffe! Erano, allora, ventidue marchi a pagina.

Un’ultima domanda: che cosa ne pensi delle persone che ridono leggendo in biblioteca? Non credi che bisognerebbe progettare un’area riservata ai ridenti?

È una domanda divertente. Sarebbe un bel tema per un film comico; sarebbe interessante capire i motivi per cui si ride o non si ride e vedere se la risata è contagiosa oppure no.