[numero 10 - aprile 2015]

 

LA NECESSITÀ DI SPERIMENTARE

“Neorealisti”, “Sperimentalisti”, “ Novissimi”: dietro di loro si annida, sul finire degli anni Cinquanta, l’ansia della letteratura italiana di allontanare da sé l’ombra minacciosa dell’annientamento, proiettata dai repentini cambiamenti sociali ed economici in atto. Nuovi mezzi audiovisivi incominciano a penetrare nella popolazione, insinuando il dubbio che il sapere possa passare da lì: dall’immagine e non dalla parola scritta; lo presagisce, da scrittore e giornalista, Alberto Moravia in un articolo su La Letteratura contemporanea:

Prima di tutto il cinema […] insieme alla televisione esso ha sottratto al romanzo territori vastissimi, forse per sempre […]. Il romanzo vede, ad un tempo, restringersi enormemente il campo dei suoi lettori come quello dei suoi argomenti. O meglio: il romanzo dopo essere stato per secoli il mezzo narrativo più popolare, è costretto per forza di cose, a diventare un prodotto per pochi, un po’ come il teatro.

Si impone, inoltre, l'uso di nuovi linguaggi scientifici e tecnici, che pongono il problema, particolarmente vivo in Italia, del rinnovamento del linguaggio letterario e dell’elaborazione di nuove strategie di comunicazione e di diffusione letteraria, che tengano conto, anche, della progressiva riduzione del libro a bene di consumo.

Contro la mercificazione della cultura si erano già scagliate, all'inizio del Novecento, le avanguardie letterarie con il loro categorico rifiuto della società capitalista e borghese, individuata come bersaglio derisorio e fonte di ispirazione per giochi letterari sovversivi.

La violenza estetica dei movimenti d'avanguardia primonovecenteschi diventa oggetto di rinnovato interesse proprio alla fine degli anni Cinquanta, quando la diffusa necessità di sperimentare nuovi strumenti di approccio al reale stimola l'apertura di ambienti culturalmente diversi alle più radicali esperienze letterarie e la rivalutazione, in sede critica, di autori rimasti al margine delle mode letterarie dominanti.

 

TRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE: I NOVISSIMI

Fra i tentativi di rivoluzione letteraria, il più incisivo e scandaloso in ambito poetico è quello dei "Novissimi". Sono i cinque poeti antologizzati nella raccolta lirica I Novissimi. Poesie per gli anni '60 (1961) curata da Alfredo Giuliani: Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Antonio Porta e lo stesso Giuliani. L'antologia è corredata da un ricco apparato filologico- esplicativo, redatto dagli stessi poeti in veste di critici di se stessi, e da una irruente introduzione in cui Giuliani, pur rivendicando una formazione anceschiana, proclama la loro necessaria diversità, imposta dai cambiamenti storici in atto e dall'avvento di una età schizofrenica, della quale la letteratura non può che riprodurre i meccanismi attraverso una dissociazione delle forme e una scomposizione del linguaggio riassunte sotto la sigla di "schizomorfismo".

Parola d'ordine della nuova avanguardia è azione da esercitare sul linguaggio che non deve essere più considerato come «specchio di contenuti predeterminati, né come eco consolante dei tormenti psichici individuali» (BARILLI 1973, p. 525), ma come germe dell'operazione poetica e come generatore di significato autonomo.

Obiettivo della Neoavanguardia non è, come per le avanguardie storiche, quello di creare un nuovo linguaggio, ma di demistificare il linguaggio ordinario, ormai banale e scontato, attraverso l'imprevedibile mescolanza di elementi linguistici diversi e il riuso ironico dei modelli della tradizione, che le avanguardie storiche avevano, invece, scardinato per dare voce alle ansie e alle lacerazioni dell'uomo moderno. Alla dimensione tragica delle manifestazioni artistiche di inizio secolo se ne sostituisce una ludica e dissacrante, che parte dalla consapevolezza che ogni prodotto dell'arte trova, prima o poi, il suo museo. E se il museo non lo si può distruggere, se ne può prendere possesso attraverso il suo comico rovesciamento.

Effetto dirompente della riflessione metalinguistica e della, apparentemente illimitata, manipolazione della lingua all'interno del testo poetico è la riduzione, rispetto ai preponderanti presupposti lirici della tradizione poetica italiana, dell'io e la sua inevitabile emarginazione ai confini del testo e dell'attenzione del lettore, monopolizzata dalla continua messa in scena da parte della poesia della sua incapacità a dire. È quanto accade in Laborintus (1956), in cui Sanguineti ripropone in chiave metaletteraria il genere premoderno del poemetto diviso in lasse, ispirato al modello medievale di Everardo Alemanno; e poi ancora in Erotopaegnia (1961), versione contemporanea dell’epigramma d’amore antico.

L'inscrizione della propria opera all'interno della tradizione letteraria non si traduce, però, per il lettore, in una garanzia di classicità o d’equilibrio formale. Il poeta, infatti, lo immerge nella palus putredinis della civiltà contemporanea, nella quale l'io si dibatte alla ricerca di uno spiraglio di autenticità linguistica, che cerca disperatamente di conquistare attraversando la lingua: residui di greco e di latino classico cozzano con spezzoni di latino medievale e maccheronico, a cui seguono, in una vertiginosa successione, francese, inglese, tedesco, termini scientifici e tecnici, citazioni attinte alle più disparate fonti letterarie. In questa palude il lettore dovrà sopravvivere, contando sulle proprie forze. Zanzotto dirà, in seguito, che ci si può salvare dalla palude soltanto come, nella fictio letteraria, fece il barone di Münchhausen: aggrappandosi ai propri capelli e tirandosi su. Utopia o possibilità concreta, dunque?

Un'analoga ispirazione ludica e iperletteraria anima la produzione romanzesca di Manganelli, la cui Hilarotragoedia (1964), si può considerare, assieme a Fratelli d'Italia di Arbasino, Capriccio italiano (1968) di Sanguineti e Il serpente (1968) di Malerba, come uno dei più rappresentativi esempi di romanzo avanguardistico. L'opera, che oscilla fra il monologo e il trattato erudito di derivazione barocca, presenta una struttura decentrata e non- lineare con il suo ampio corredo di chiose e rubriche didascaliche, con cui lo scrittore vuole offrire al lettore indicazioni per la sua discesa nel mondo dell'Ade, irreale come lo è la vita degli uomini. Scrittore e lettore fingono di condividere l'esile e paradossale fiducia in una possibilità di vita ultraterrena per ingannare, col gioco della letteratura, l'attesa della morte. Ma l'ombra dell'artificio si allunga anche sull'io, che si rivela all'autore come luogo dell'inautentico.

La consapevolezza dell'inconsistenza dell'io e della natura menzognera della letteratura, lucidamente analizzata da Manganelli nel saggio La letteratura come menzogna (1967), percorre, dunque, trasversalmente, le più distanti esperienze letterarie che si consumano in Italia dalla fine degli anni Cinquanta in poi, mettendo in crisi il fondamento lirico, che aveva retto la nostra letteratura e su cui ancora si reggeva l'esperienza di molti maestri della poesia primonovecentesca, come Ungaretti (Il dolore, 1947) e Montale (Buferae altro, 1956), che sfidano nelle loro opere la più bruciante attualità con le armi di un rinnovato classicismo.

La dimostrazione di fede verso una poesia intesa come momento di riflessione storica ed esistenziale avvicina la loro esperienza, pur nella profonda diversità dei risultati raggiunti, a quella di altri poeti, come Luzi, Caproni, Bertolucci, Sereni, Penna, che continuano ad operare fuori dai clamori della scena letteraria ufficiale, divisa fra la terroristica proclamazione della morte dell'arte da parte della Neoavanguardia e le discusse opere di Pasolini, che inseguono il loro sogno di una originaria purezza nell'appartato mondo dialettale friulano (La megliogioventù, 1954) o nell'Italia del sottoproletariato (Le ceneri di Gramsci, 1957) o nei sobborghi di Roma (Ragazzi di vita, 1955; Una vita violenta, 1959).

Anche nel romanzo molti scrittori italiani, da Sciascia a Morante, da Bassani a Moravia, rimangono estranei alle proposte che la Neoavanguardia avanza nel corso di un convegno sul romanzo sperimentale tenuto nel 1965 a Palermo.

L'esperienza della Neoavanguardia si conclude nel 1969 con lo scioglimento della rivista "Quindici", che, dopo un intenso biennio di dibattiti e attività culturali, vive, di fronte all'insorgere della rivolta studentesca del 1968, una scissione interna fra chi premeva per un più diretto impegno politico della rivista e chi, invece, sosteneva la necessaria indipendenza della letteratura da ogni forma di coinvolgimento politico. I dissensi fra i redattori testimoniano delle insuperabili contraddizioni, che hanno animato la Neoavanguardia sin dalla sua nascita.

Gli incontri e le iniziative editoriali, da essa proposti nel corso di un decennio, da una parte l'hanno relegata nel reliquiario dell'arte, che essi, invece, si proponevano di demolire; dall'altra hanno contribuito a svecchiare la cultura italiana, aprendola alle più attuali correnti di pensiero europeo e stimolando un acceso dibattito interno fra chi salutava con entusiasmo l'avvento delle loro provocatorie proposte e chi le criticava, sentendo il bisogno di distanziarsene.

 

ZANZOTTO E I "NOVISSIMI"

Nel coro dei dissensi, intonato all'indomani della pubblicazione dell'antologia dei Novissimi, si leva, anche, la voce di un poeta geograficamente ai margini, ma culturalmente al centro del dibattito letterario del tempo, Andrea Zanzotto, il cui tardivo esordio con Dietro il paesaggio (1951), a cui erano, poi, seguite altre due raccolte, Elegia e altri versi (1954) e Vocativo (1957), era stato salutato come quello di ultimo epigono dell'ermetismo.

In una recensione apparsa nel 1962 sulla rivista "Comunità", egli sminuisce, con ironica fermezza, la portata rivoluzionaria della loro antologia, rispetto alla quale insinua il dubbio che essa, pur negando pervicacemente l’io, sia in fondo una autologia: una costante apologia dell’io, mascherata dal suo superamento. A confermarlo sarebbe il fatto che l’antologia è stata compilata dagli stessi poeti, che hanno rinunciato così alla mediazione ermeneutica di un critico e si sono fatti essi stessi selezionatori e commentatori di se stessi, arrivando sino al punto di corredare il testo di un apparato esplicativo di note. Zanzotto bolla la loro operazione come un’auto-antologizzazione, impregnata di uno spirito aggressivo e presuntuoso degno di «eccellenti autori» (ZANZOTTO 1994, p. 25) settecenteschi. Il libro sarebbe, dunque, per il critico veneto: antologia nella quarta di copertina; autologia nell’apparato; auto-antologia nella ricezione.

Ma persino come auto-antologia quella dei Novissimi non sarebbe un’operazione originale: prima di loro, si era cimentato nel genere Saverio Bettinelli con la silloge, da lui curata, di Versi sciolti di tre eccellenti moderni autori (1757), nella quale erano raccolte liriche di Carlo Innocenzo Frugoni, di Francesco Algarotti e di Bettinelli stesso. Il volume era accompagnato da Alcune lettere non più ristampate, che divennero famose con il titolo di Lettere virgiliane, poiché Bettinelli, vestiti i panni del poeta latino, metteva sotto accusa, per la loro arretratezza culturale, la letteratura arcadica e l'Accademia della Crusca. L'antologia di Versi sciolti si proponeva, invece, l'ambizioso obiettivo di offrire un esempio di una letteratura moderna e aperta agli stimoli e alle più innovative correnti di pensiero provenienti dall'Europa. Bettinelli passò, poi, dalle spregiudicate posizioni giovanili agli atteggiamenti conservatori della maturità, secondo una parabola involutiva, che, a Zanzotto, appare inevitabile anche per i Neoavanguardisti: la dissacrazione del museo equivale, in fondo, alla sua disperata apologia.

Chiaro, a proposito, il giudizio espresso nell'articolo del 1962:

Un libro abbastanza ricco di fermenti, composito; una arbitrarietà di scelta che solo in parte si giustifica con le analogie metriche e sintattiche… Poco di veramente persuasivo nel senso di una rottura, ma prove di diverso livello e di diversa riuscita, sempre atteggiate in modi variamente "avanguardistici", pur nella volontà (o nella presunzione) di superarli definitivamente. Nulla di più deludente, quindi, che la forma di spavalderia e di "rabbia" con cui ci vengono messi davanti questi componimenti, come per scuotere l'opinione. I Novissimi possono anche credere che intorno a loro non ci siano veri uomini, ma non pensano che oggi è difficile persino essere buoni spettri. (ZANZOTTO 1994, p. 24)

La superficialità, mostrata nel valutare la corrente situazione storica, impedirebbe loro di attuare fino in fondo il superamento della convenzione letteraria, tentato attraverso un parodistico riuso dei generi letterari, che, tuttavia, trascura di prendere in considerazione «quel tanto di autenticità che v'è nella convenzione stessa» (p.25). Confusa appare, inoltre, ai suoi occhi la costruzione dell'io poetico, la cui centralità viene paradossalmente attestata nel momento in cui si tenta di annullarla. A nulla varrebbero, perciò, l’abiura delle passate esperienze letterarie e la rappresentazione della moderna età schizofrenica. Zanzotto può, pertanto, concludere sarcasticamente che questi testi più che essere frutto di un esaurimento storico, sono figli di un «esaurimento nervoso» (p. 24).

L'asintattismo, in cui sfocia la loro denuncia dello scadimento del linguaggio quotidiano, pur essendo giudicato costruttivo nel suo mostrare le difficoltà in cui la moderna comunicazione si imbatte, trova un suo limite nell'uso «per eccesso» (p.25) che ne viene fatto e che lo riduce a un «tracotante scoppiettio di parole» (p. 26), in cui si rivela «la mancanza di rispetto per il disordine stesso» (p. 26). Appare, allora, necessaria una verifica attenta dei limiti, a cui la distruzione dell'ordine sintattico può giungere, per evitare che essa si traduca in una asemantica successione di parole.

La ricerca di un senso nell'interpretazione della realtà storica e della condizione esistenziale dell'io è considerata, dunque, da Zanzotto essenziale e intrinseca alla natura dell'operazione poetica, che non può, inoltre, prescindere dalla tradizione che la precede.

La contraddizione, in cui la Neoavanguardia cade, è quella di cercare uno spiraglio d’autenticità, annientando uno degli ultimi, se non l'unico, spazio in cui essa sopravvive, la letteratura:

Queste etichette (Neorealisti, sperimentalisti, Novissimi) […] nascondono però il denominatore comune che oggi caratterizza ogni arte, e forse di più la poesia proprio perché è in primissima linea: nella spinta verso la radicalizzazione la minaccia dell'autoannientamento e la necessità della convenzione come momento di attesa. Questa convenzionalità, che del resto vale come allusione e come promessa- ricordo, paradossalmente è in qualche modo autenticità. Parafrasando Jonesco: non solo il falso vero è il vero falso ma contemporaneamente il vero vero […]. Certe volte i prodotti dello spirito odierno somigliano a quei carcami perduti nel deserto che conservano forma e pelle intatta; dentro hanno qualche animale immondo che li fa tremolare e come muoversi, dando loro un'apparenza di vita. Poi […] ecco che da quelle sagome defunte ci si aspetta lo sciamare delle api di Aristeo e ricomincia l'attesa. (ZANZOTTO 1999, pp. 1104-5).

 

ARISTEO E MÜNCHHAUSEN

Il mito di Aristeo, evocato da Zanzotto in questa intervista, può aiutare a solcare il terreno poetico zanzottiano e delimitarlo da quelleo neoavanguardistico. Il poeta veneto lo deriva dal finale del IV libro delle Georgiche, in cui Virgilio spiega come sia possibile riprodurre un alveare dopo una pestilenza. L'origine del rimedio, trovato in Egitto, è attribuibile ad Aristeo, magister Arcadiae, che, per scoprire la causa della morte delle sue api, decise di rivolgersi alla madre, la ninfa Cirene. Disceso nei gorghi della sorgente, in cui ella dimorava, il giovane pastore interrogò la madre e, su suo consiglio, il dio marino Proteo, da cui apprese che egli era stato punito dagli dei per aver provocato la morte di Euridice. Per espiare la sua colpa, Aristeo costruì quattro are e immolò dei buoi. Assistette così a un prodigio mirabile (vv. 554-558):

per le viscere imputridite in tutto il ventre dei buoi
stridono le api e rotte le costole fervono fuori
e si estendono immense nubi e già confluiscono
in cima ad un albero e pendono dai rami flessibili come grappoli d’uva

Aristeo diventa in Virgilio simbolo del mondo e della poesia bucolica, capace di vincere con il canto lo squallore della realtà. Anche Zanzotto rende omaggio al culto arcadico di Aristeo, intraprendendo come lui un viaggio di discesa alle madri, che lo conduca verso il cuore della poesia e della verità. Il poeta, vestiti i panni del magister Arcadiae, scava nel paesaggio e nella letteratura per soddisfare la sua ansia di conoscenza e sublimare, attraverso la parola poetica, la violenza della Storia. La Neoavanguardia, invece, esalta le ragioni della contemporaneità e inutilmente, secondo Zanzotto, tenta di rinnovare il miracolo della bugonia, la generazione delle api dai buoi. Dalla Neoavanguardia non potrà, infatti, provenire una poesia autentica e le carcasse del reale rimarranno, come quelle dei buoi, tali. Di fronte ad esse, i Neoavanguardisti non potranno che agitarsi come i monatti che nei Promessi Sposi gridano «Viva la moria» (ZANZOTTO 1999, p. 1109), con un misto di compiacimento per lo spettacolo funereo e informe, di cui essi sono stati attori e sceneggiatori.

Il miracolo bugonico, invece, fa sì che si possa allontanare l’informe e mettere in scena la rinascita, l’aspirazione sidererea alla poesia e all’io, di cui la tradizione occidentale si è nutrita. Nell’EclogaVII. Sul primato della poesia (ZANZOTTO 1999, p. 245)le due voci protagoniste (persone a, b) dialogano sul desiderio di poesia e sulla sua consistenza materica:

in attonita mistificazione
immaginare cose senza voce?
noi senza noi? Ma io guardo il mio volto
la mano brucio nel sole, nell’acqua
non sognerò l’informe;
stagione aperta, programma,
elemento che oscilla
e si modula, «lingua»
chiedo di poter dire…

Chiedere la lingua, possederla, identificarsi con essa: è la poesia che ci disvela questa possibilità, ci dice Zanzotto. Come si può, dunque, distruggerla, senza distruggere la poesia stessa? La poesia ha solo la poesia a spiegarla; così come «la luce non ha che la luce / a esplicarla, nel suo / attimo» (ZANZOTTO 1999, p. 247).

Lasciamo invece che la poesia sia, che continui a fare verità delle nostre menzogne, che faccia valere «ogni segno, ogni taglio, estinzione / del troppo e del vano» (Ecloga, IX, vv. 83-4; ZANZOTTO 1999, p. 256), che, come il barone di Münchhausen, ci tragga fuori dalla palus putredinis altrove dispiegata costrigendoci a fare forza su noi stessi, a uscire fuori da noi stessi per osservare il mondo, che si dispiega oltre la superficie stagnante del reale. E se ognuno di noi può essere Münchhausen, allora tanto più lo potrà essere la poesia, che dovrà rifiutare autologie e autoreferenzialità; e più ancora lo sarà il mondo, a cui rivolgeremo l’unica preghiera possibile in tempi di dissolvimento dell’io e di Dio. Una preghiera laica ed accorata (AL MONDO, vv. 1 ss.; in ZANZOTTO 1999, p. 301):

mondo , sii, e buono,
esisti buonamente,
[…] su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso
[…]
Fa’ di (ex-de- ob- etc.) sistere
E oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’,
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.
Su münchhausen

Ad ognuno di noi, quindi, sta la scelta della preposizione con cui smascherarci al mondo e a cui chiedere al mondo di smascherarsi a noi; sempre sullo sfondo della parola poetica che ce le dispiega, ce la lascia scegliere o ci permette di inventarne di nuove.

 

BIBLIOGRAFIA

BARILLI R., GUGLIELMI A. (a cura di), (1976), Il Gruppo 63. Critica e teoria, Feltrinelli, Milano; da AA.VV., (1999) La Letteratura, Il Novecento, vol. II, Mondadori, Milano, pp. 525 ss.

MORAVIA A. (1959), in "Nuovi Argomenti", n. 2, pp.39 ss..

VIRGILIO, a cura di CANALI L. (1983), Georgiche, Rizzoli, Milano

ZANZOTTO A. (1994), Aure e disincanti, Mondadori, Milano

ZANZOTTO A. (1999), Le poesie e le prose scelte, Mondadori, Milano.