[numero 11 - settembre 2015] 

 

[ Guido Ceronetti, Tragico tascabile, Adelphi, Milano 2015 ]

 

Partiamo dall’ossimoro iniziale: Tragico tascabile, il contraddittorio e ironico titolo che Guido Ceronetti ha voluto dare alla sua ultima raccolta di saggi pubblicata per Adelphi che, seguendo una traiettoria eccentrica e volutamente caotica, dispiegano agli occhi del lettore una serie di esempi novecenteschi e contemporanei della natura “tascabile” e postmoderna del tragico. E già ora emerge il primo paradosso: può essere definito “tragico”, secondo le note categorie aristoteliche, ciò che è a portata di mano? Che tracima dai mass media senza filtro? Che ci sfiora senza impossessarci? Che vive in una ordinarietà banale e ignorante del sacro? «Caret quia vate sacro» (p. 13): ci ha suggerito Orazio (Carmina, IV, 9, 28) e ora ci ripete sin dalle prime pagine Ceronetti, sottolineando ciò che in fondo già Pirandello nel Fu Mattia Pascal aveva messo romanzescamente in scena: Oreste, il personaggio tragico descritto da Eschilo, senza la copertura del cielo di carta offerta dagli dèi è destinato a diventare Amleto, uomo moderno, dilaniato dal dubbio e costretto a confrontarsi con l’imprevedibilità del caos. Se il primo vive in un orizzonte di senso garantito dagli dèi, il secondo invece nello smarrimento di sapere che il cielo di carta si è strappato e che d’ora in poi dovrà giocare a scacchi con la sorte.

E dopo Oreste? E dopo Amleto? C’è Zarathustra che ci annuncia che Dio è morto e con esso il tragico: «Così la morte di Dio ride, per la sua essenza mortale, a ogni futuro di divinità assenti» (p. 132). Senza l’altezza del divino, la profondità del tragico si è dissolta: «Il Tragico non esaurisce l’Essere, non esaurisce i lutti e i dolori che ci avviluppano, ma ne fa toccare, ai culmini della parola, la smisuratezza e l’incommensurabilità. » (p. 12). È lo scoglio del dolore, su cui approdano Oreste, Edipo, Antigone; è lo scoglio su cui si infrange l’illusione che la felicità viva al di fuori dell’illusione stessa, come ci insegna l’Ulisse dell’Ultimo viaggio di Giovanni Pascoli. Il tragico - aggiunge Ceronetti - è dunque perfetto, in quanto «compimento di uno o più destini - incluso tutto quel che può esserci, in un destino, di ulteriore» (p. 93).

Il tragico tascabile alberga invece nell’imperfezione, nel non finito, nella vacuità dei servizi giornalistici di cronaca nera, in cui tutto è «tragico», in cui ogni giornata pare «tragica» (p. 15), in cui ogni delitto pare sovrapporsi all’altro e perdere ogni fisionomia specifica, perché monotona e infarcita di luoghi comuni è la narrazione che lo accompagna. Così fioriscono i gesti “inspiegabili”, i “raptus di follia”, i “drammi della gelosia” senza che nessuno di noi ricordi i nomi o le facce delle vittime, senza che nessuno si sia soffermato ad analizzare i fatti. «E oggi - conclude Ceronetti - non sussiste più percezione del reale (dunque del tragico) che nell’indomabilità disperata (direi, questa stessa, tragica) della nostra volontà analizzatrice» (p.15). Una volontà che, in altri punti del libro, Ceronetti definisce un «cannocchiale rovesciato» (p. 128).

L’immagine del cannocchiale rovesciato è anch’essa ricca di reminiscenze letterarie che ci riportano alla teorizzazione dell’argutezza presente nel Cannocchiale aristotelico (1654) di Emanuele Tesauro o a quella della «filosofia del lontano» esposta da Pirandello nella novella La tragedia di un personaggio (1911). In essa il protagonista, il dottor Fileno, propone di osservare il presente a distanza, come se fosse passato, e di sottrarre gli eventi alla contingenza, come se tutto fosse storia. Il cannocchiale rivoltato ci distoglie, quindi, dall’osservazione sterile del futuro e ci restituisce all’analisi accurata e disincantata dell’hic et nunc.

È questa la lente con cui passare in rassegna i tanti fenomeni presi in esame da Ceronetti: la guerra, l’abuso della tecnologia e dei farmaci, il rapporto dell’uomo con il proprio corpo, la crisi economica, la morte, l’Europa; e ancora i tanti personaggi che popolano il libro: Eluana Englaro, Ariel Sharon, Osama Bin Laden, Rosa Vercesi, Francesco Cossiga. Sono eventi e uomini che Ceronetti attraversa con lo spirito della satira, che rifiuta di darsi un ordine gerarchico e una coerenza sistematica e mescola suggestioni diverse, disponendole in uno zig-zag di riflessioni frantumate: «il tragico si tascabilizza fantasticamente, non è più che un arcipelago alla lettera di spicchi, di frantumi visti da un cannocchiale rovesciato» (p.14). Ne risultano pagine acute e provocatorie, che demoliscono il politicamente corretto e dissolvono il «più banale buonsensismo di Pensiero unico-spray» (p. 52) a favore di una visione del mondo e dei rapporti umani a tratti liberatoria, a tratti urticante. E soprattutto inattuale, nella convinzione che l’attualità, se non osservata da lontano, sia un disvalore.

Da qui discendono gli appelli, nel corso del libro, alla conservazione: dei naturali limiti corporali con cui siamo nati o della nostra lingua come veicolo dell’identità culturale che ci definisce. Si spiega così l’attacco al mito contemporaneo della longevità e del salutismo che, appoggiandosi alla «Tecnologia onnipotente», pretende di far arretrare illimitatamente il confine della morte, in una «sequenza di domani e dopodomani senza fine» (p. 67).

Cosa siamo, dunque, disposti come uomini ad accettare? E cosa, come uomini, ci áncora alla nostra umanità? E vogliamo, in fondo, rimanere umani? Sono queste le domande che ci interrogano. Rispondere ad esse in maniera veritiera è operazione complessa, utopistica, dato che ogni «verità è incompleta senza il suo contrario» (p. 27), senza quel procedimento di scomposizione e ricomposizione del reale che sta alla base dell’umorismo. A ricordarcelo la lirica con cui Ceronetti sceglie di chiudere il testo: The Tyger di William Blake, riportata nella traduzione di Giuseppe Ungaretti. Il testo, appartenente alla raccolta Songs of experience (Canti sperimentali, 1794), si contrappone idealmente a The Lamb (L’agnello), una delle più note Songs of innocence (Canti dell’innocenza, 1789). Tigre e agnello sono simboli antitetici e complementari dell’umano, della «doppia faccia di tutto, centro dell’incomprensibilità e dell’inaccettabilità del mondo: bene-male, luce-tenebra, gioia-dolore, cielo-inferno, acqua-fuoco» (p. 203). E - potremmo aggiungere - la coppia tragedia-satira, che di queste dualità si nutre per offrirci una verità. Ma attenzione, lettori: sarà una verità «che svapora subito, senza pretendere di imporsi a nessuno» (p. 13).

 

[ Emanuela Scicchitano ]