[numero 7 - settembre 2013]

 

Il Castello di Lichtenberg, in Val Venosta, si presenta oggi come un rudere senz’anima, avendo perduto ciò che aveva di più prezioso: un ciclo pittorico di fine Trecento poco noto alla critica artistica, ma di grande interesse. I dipinti murali furono strappati dalle pareti dell’edificio per motivi di conservazione agli inizi del Novecento e furono trasportati al Tiroler Landesmuseum Ferdinandeum di Innsbruck, dove sono tuttora custoditi.

Gli affreschi, purtroppo poco leggibili e fortemente deteriorati, forniscono una vera e propria summa delle scelte iconografiche legate al mondo cavalleresco e al tramonto dell’epoca medioevale. Raccontano i passatempi e le predilezioni nobiliari e descrivono per immagini i luoghi e le consuetudini della vita di corte. Rappresentano scene della Genesi, le sante Barbara e Agata, la leggenda del re Laurino, cacce, tornei, danze, favole e allegorie. Il sacro viene accostato al profano e le sante osservano noncuranti la vita e i piaceri mondani dei nobili. I temi scelti a Lichtenberg non si discostano in generale da quelli di altri cicli contemporanei, come quelli di Castel Roncolo, vicino a Bolzano, e di Torre Aquila a Trento per restare in regione.

Tuttavia a Lichtenberg si ravvisano alcuni elementi insoliti che si palesano, oltre che nella raffigurazione della leggenda di re Laurino, nell’immagine allegorica dell’albero delle meraviglie o albero della fecondità, der Wunderbaum.

Nell’affresco di Lichtenberg l’albero era dotato di falli di tutte le grandezze, oggi non più leggibili. Tra i rami si trova una donna che scuote l’albero; ai piedi di esso appaiono altre tre donne: una giovane, una vecchia che si sta chinando a terra, e una fanciulla che guarda l’albero (immagine n. 1).

1. Castello di Lichtenberg - Val Venosta

Fino a qualche anno fa, la sola testimonianza pittorica che si accostava alla rappresentazione dell’albero della fecondità nel ciclo cortese di Lichtenberg, era quella di Castel Moos, nei pressi di Appiano, dove s’incontra la stessa iconografia: un cosiddetto albero dei miracoli con frutti a forma di fallo caduti in abbondanza in un giardino e con grande solerzia raccolti e portati via in cesti da un gruppo di donne nude (immagini n. 2, n. 3, n. 4). Gli affreschi di Castel Moos sono eseguiti verso la fine del Quattrocento e, a differenza di quelli di Lichtenberg, sono espressione di una nuova categoria sociale di estrazione borghese, che ha acquistato il castello trasformandolo in residenza di campagna e decorando alcuni ambienti con affreschi ispirati alla cultura cortese-cavalleresca. Le pitture di Castel Moos, emerse nel 1960 nel corso di un restauro, decorano la cosiddetta stanza di caccia; rappresentano oltre l’albero dei miracoli, la guerra dei gatti con i topi, scene di caccia, coppie di innamorati in un parco.

2, 3, 4. Castel Moos - Appiano (Bz)

Negli inconsueti alberi di Lichtenberg e Moos la realtà sembra trasformarsi in un mondo dove accadono le cose più strane, come nelle favole, peraltro comprese e ritratte in entrambi i cicli. Va però sottolineato come in entrambi gli alberi fallici l’allusione sessuale sia evidente e la scena esplicitamente erotica. Del resto, come scriveva Huizinga, nella cultura cortese le storie d’amore spesso avevano doppi sensi, osceni giochi di parole, e il simbolismo fallico era sempre presente.

Ad arricchire le testimonianze iconografiche dell’albero dei miracoli, interviene un recente ritrovamento avvenuto a Massa Marittima che testimonia come il tema non fu una rappresentazione diffusa esclusivamente in ambiente alpino. L’affresco decora la Fonte Pubblica di Massa Marittima, costruita nel 1265. Tutti i rami dell’albero sono dotati oltre che di foglie, di numerosi falli; ai piedi della pianta alcune donne conversano, altre si accapigliano per contendersi un fallo, un’altra ancora è intenta a distogliere i corvi dai frutti fallici (immagine n. 5).

5. Fonte Pubblica - Massa Marittima

Siamo sempre di fronte alla rara iconografia dell’albero della fertilità, ma collocata in un contesto completamente diverso dal castello di Lichtenberg e dal castelletto di caccia di Moos: spazi privati, al massimo visibili ad un pubblico di ospiti, nei quali era comunque possibile concepire un discorso sul piano giocoso ed erotico, relativo all’incontro amoroso e sessuato tra uomo e donna. A Massa Marittima, invece, siamo in uno spazio pubblico, realizzato per l’approvvigionamento idrico, dove il programma figurativo e scultoreo della Fonte Pubblica vuole comunicare un messaggio propiziatorio e augurale, di interesse generale. Del resto in contesti analoghi, come la Fonte Pescaia a Siena, la Fonte delle fate a Poggibonsi e le Fonti di San Gimignano, si scoprono, scolpiti o dipinti, i propiziatori organi sessuali. Quindi:

Albero dell’amore, o della fecondità, o della vita? Forse è la stessa cosa. […] Forse sarebbe bene chiamarlo l’albero del mistero, o dell’imprevisto, e secondo alcuni, più ironicamente, della cuccagna. (BAGNOLI A., CLEMENTE P. 2000, p. 22)

 

 

BIBLIOGRAFIA

BAGNOLI A., CLEMENTE P. (2000), Massa Marittima: l’albero della fecondità, Comune di Massa Marittima

COCCO C. (2007), Arte di corte nella regione atesina: i dipinti murali del castello di Lichtenberg, in "Studi Trentini di Scienze Storiche", 86, Temi, Trento, pp. 9-43

HUIZINGA J. (1966), L’autunno del Medioevo, Sansoni, Firenze, pp. 147-164

MONTEL R. (1997), Castel Moos: la cosiddetta “stanza dei gatti e dei topi”, in Südtirol Aspekte, Castelli e residenze dell’Oltradige, Provincia autonoma di Bolzano-Alto Adige, Scuola e cultura italiana, Bolzano, pp. 134-136