Fabio Stassi, La lettrice scomparsa, Sellerio, Palermo 2016

Roma, 1927 : siamo in compagnia di Carlo Emilio Gadda, a via Merulana. Possiamo intravedere, lungo la strada, passeggiare pensieroso Ciccio Ingravallo, poco prima che entri al numero civico 219 per svolgere un'inchiesta: è stato commesso un furto di gioielli a danno di una condomina. Ma non basta: sempre nello stesso stabile verrà perpetrato, a distanza di poco, un efferato omicidio: vittima è la signora Balducci. Ciccio Ingravallo la conosce e vuole scoprire la verità. L'indagine si rivelerà intricata da disbrogliare come un gomitolo di lana, uno gnommero in cui i fili sembrano sovrapporsi gli uni agli altri. Ma, come in ogni romanzo poliziesco, l'indagine con i suoi ragionamenti conta di più del risultato finale: nella sua incompiutezza, ci restano dei sospetti e non dei colpevoli accertati. E i colpevoli potrebbero, nell'aggrovigliarsi delle nostre deduzioni, anche cambiare fisionomia come il pasticciaccio stesso che li fa agire.

Roma, 2016 : siamo in compagnia di Fabio Stassi, a via Merulana. Possiamo scorgere in un bar un insegnante precario, Vince Corso, alla ricerca di un monolocale in cui andare a vivere e in cui aprire uno studio di counseling della rigenerazione esistenziale. Nello stupore che manifesta la sua possibile locatrice riconosciamo anche il nostro di lettori sprovveduti: di cosa si tratta? È una attività di consulenza psicologica, basata sulla lettura di libri, che come una medicina potrebbero guarire malesseri sedimentati nell'animo dato che, secondo Vince, «nulla era stato trascurato dalla letteratura. Neppure il più insignificante fastidio. Ogni storia letteraria non era altro che un'infinita enciclopedia di anomalie e malesseri. Bastava saperla consultare» (p. 61). E anche noi lettori lo possiamo fare con l'aiuto di Fabio Stassi, che tramite Vince ci fornisce in elenco i suoi consigli di lettura: Festa mobile di Ernest Hemingway, se i nostri capelli si ribellano a noi con effetti crespi non desiderati, o Dona Flor e i suoi due mariti di Jorge Amado, se abbiamo bisogno di ingrassare.

E noi, da buoni lettori contemporanei e mediamente ipocondriaci, siamo lì pronti a specchiarci empaticamente nelle clienti di Vince, con le loro capigliature e le loro vite un po' scomposte, con il loro bisogno di letteratura. E se siamo malati di ciò che ci dovrebbe guarire, possiamo omeopaticamente leggere L'urlo e il furore di Faulkner e confortarci all'idea che di questo male soffrono autobiograficamente Fabio Stassi e Vince, il quale ha trasformato la sua passione per la lettura in terapia attraverso la lettura.

I suoi clienti sono prevalentemente donne che «vogliono semplicemente delle persone con cui parlare di tutto» (p. 50) e si alternano, quindi, nel suo angusto salotto confessandogli piccole e quotidiane infelicità nella speranza che qualcuno le ascolti a le aiuti a superare le loro traversie sentimentali. E ci sembra di ritrovare nella fisionomia moderna di queste donne quella più antica delle appassionate lettrici alle quali già Giovanni Boccaccio dedicava, nel proemio, la composizione del Decameron, nella consapevolezza che un animo sensibile, come quello femminile, può trarre dalla lettura diletto e insegnamento, apprendendo ciò che si può inseguire e ciò che si deve fuggire.

Ma le sedute biblioterapiche, a cui assistiamo, ci appaiono ironicamente contraddittorie e provocatorie: per i protagonisti e per il lettore. Le donne con i loro racconti spiazzano Vince e lui stesso non sembra in fondo convinto che la biblioterapia possa essere taumaturgica: «I libri, e il soccorso. Ma è un inganno. Non c'è nessuna coerenza, nelle nostre vite, ci siamo solo noi che la reclamiamo. A creare l'universo non può che essere stato uno scrittore fallito: l'ha fatto solo per esercitarsi» (p. 43). E ancora in un dialogo del biblioterapeuta con una cliente osserviamo il narratore (e forse anche l'autore) sdoppiarsi e dialogare con se stesso:

- i libri sono come le persone: non puoi sapere in anticipo se ti possono aiutare o no

- eppure a volte sembra di averci un appuntamento.

- Ci crede davvero?

- Io so che avere incontrato certi libri mi ha cambiato la vita.

- Se lo dice lei.

- E come li scopre, i libri che ci servono? Esercita una forma di pranoterapia? Impone le mani e ruba tutto il loro potere taumaturgico?

- Il solo potere taumaturgico che conosco è quello dell'amicizia. Consigliare un romanzo è un modo di volere bene a una persona – dissi.

- E questo è sufficiente?

- Chi parla con passione di un libro è sempre una persona innamorata. (p.84)

Ed ecco che, in chiave boccacesca, torna il tema dell'amore come accesso interpretativo all'universo del raccontare: si racconta sempre per amore dei lettori e per amore della parola; e forse quell'amore così spirituale può compensare le traversie di quello terreno, offrendosi a noi come gesto di amicizia.

Con La lettrice scomparsa si delinea, in tal modo, di fronte a noi un romanzo di romanzi: un libro dal quale, come una biblioteca, estraiamo dagli scaffali i libri che nel tempo Vince Corso ha accumulato per passione e per lavoro ma che non ha catalogato per autore o per cronologia ma per tema o più comicamente per categorie di possibili malati: per chi non accetta di invecchiare o per chi non ha un buon rapporto col proprio corpo, solo per citare due fra i tipi antropologici più diffusi nella contemporaneità.

Ma quella di Vince non è l'unica biblioteca presente nel romanzo: esiste quella superstite della signora Parodi, una vicina di casa che, come nella migliore detective story, è recentemente e misteriosamente scomparsa. Vince è, per caso, occorso in alcuni dei suoi libri e, rimastone incuriosito, decide a partire da essi di indagare sulle reali cause di questa scomparsa: allontanamento volontario? O omicidio?

Vince si mette addosso i panni di Ciccio Ingravallo, consapevole che

L'avventurami nel mio nuovo mestiere di biblioterapeuta aveva agito da fattore scatenante e via Merulana e la scomparsa della signora Parodi da interruttore e da cortocircuito. Se anche fossi stato involontariamente di aiuto a qualcuno, l'attività che mi ero scelto nuoceva gravemente alla mia, di salute. Che amaro paradosso pensare di mettersi a curare gli altri e finire invece di ammalarsi. L'ombra del Gran Lombardo e degli altri ingegneri della parola dovevano divertirsi un mondo alle mie spalle. (pp. 213-14).

Sì, Gadda col suo genio sarcastico si sarebbe divertito molto all'idea che il finale aperto del suo Pasticciaccio abbia generato ulteriori varchi in cui emulatori o doppi di Ciccio Ingravallo si siano inseriti o in cui lo stesso ispettore gaddiano si sia ripresentato con la speranza di avere una seconda possibilità. Del resto, come dice Vince, «tutti conducono una vita doppia, chi in misura maggiore e più eclatante, chi meno, nessuno è escluso» (p. 234).

E non è escluso che Vince possa traghettare un'altra soglia letteraria: in chiusura egli sottoscrive un altro periodo di fitto presso il suo appartamento di via Merulana, dove forse continuerà la sua attività di biblioterapeuta e forse di investigatore. Se il poliziesco infatti è un genere letterario, ogni atto di lettura è una forma di investigazione ermeneutica a cui gli scrittori ci richiamano.

Bolzano, 27 ottobre 2016: possiamo incontrare Fabio Stassi al centro civico del quartiere Oltrisarco, mentre presenta il suo libro agli studenti, rispondendo alle loro domande senza svelare troppo del finale, inaspettato ma molto letterario che lo chiude. Apprendiamo così che lo scrittore lavora a Roma presso la biblioteca di Studi orientali della Sapienza e che ha curato la pubblicazione del saggio di Ella Berthoud e Susan Elderkin Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (titolo originario The novel cure; Sellerio, Palermo, 2016). Le due scrittrici, conosciutesi a un corso di letteratura inglese all'Università di Cambridge, hanno fondato nel 2008 a Londra una scuola di biblioterapia dalla quale elargiscono le loro ricette letterarie per una buona salute. Fabio Stassi le ha adattate e arricchite per noi lettori italiani, a cui ha poi fornito pure un vero exemplum letterario: Vince Corso, il quale pur vorrebbe portare a Roma l'esperienza delle due autrici inglesi ma che, con tono sofferente e disincantato, sa che dai libri si può apprendere solo la strada verso altri libri e verso altri personaggi. E dai personaggi possiamo tornare all'autore, perché Fabio Stassi ha edito con Minimum Fax un Libro dei personaggi letterari. Dal dopoguerra a oggi (2015), in cui ha delineato una galleria di trecento ritratti, come lui stesso ci racconta tramite il suo alter ego:

del resto, anni e anni passati a compilare schede, a prendere appunti, a segnare i più inutili dettagli di un personaggio di un romanzo, anni e anni a festeggiare in solitarie sbornie le date dei loro compleanni (ogni 1 gennaio quello di Lolita, il 6 gennaio Sherlock Holmes, il 4 maggio Alice...), a simularne davanti a uno specchio il modo di camminare o di sollevare un bicchiere, di tenere le spalle dritte o curve o di impomatarsi i capelli, anni e anni spesi a innamorarmi di donne che non avrei potuto abbracciare, non potevano che condurmi fatalmente alla corte della regina Mab, la mammina di ogni fantasia vana e perniciosa. La schizofrenia era un esito scontato inevitabile e per niente originale. (p. 213)

Le parole sono prese in prestito dalla confessione di Vince perché, quando ci addentriamo nelle biblioteche degli scrittori e dei biblioterapeuti, scopriamo: che la metaletteratura può essere autobiografica così come l'autobiografia metaletteraria; che i personaggi possono imitare l'autore o altri personaggi con indifferenza perché sia l'autore che il personaggio vivono solo come entità fittizie nella pagina. Infatti, quando ne escono, si dichiarano avviluppati dalla letteratura stessa che noi, lettori o spettatori, ne rimaniamo invischiati al punto da ritrovarci a passeggiare per via Claudia Augusta a Bolzano e immaginarsi a Roma, a via Merulana e incontrare Carlo Emilio Gadda, Fabio Stassi, Ciccio Ingravallo e Vince Corso.

[Emanuela Scicchitano]