Neri Pozza, Vicenza 2017

 

L’immagine della gallina è frequente nelle pagine della letteratura di guerra. Ritorna, spesso, come parte di un eterno paesaggio contadino attraversato da altri animali da cortile, maiali e talvolta oche, e quasi per caso dalla Storia.

Difficile, dunque, far caso ad una presenza tanto abituale e scontata da essere quasi invisibile. In effetti, perché il lettore dovrebbe notare un’innocente gallina razzolante tra le macerie di un paese semidistrutto? La sua attenzione è più intimamente coinvolta da vicende umane e da passioni, esacerbate dal contesto bellico; la sua curiosità è alla ricerca di un senso impossibile nel mondo capovolto della guerra, in cui le azioni serrate lasciano le domande senza risposta.

Di fronte a una realtà che non è più quello che dovrebbe essere, la gallina ha una funzione nostalgica: ricorda, con le sue piume, barbagli, becchime e uova, la semplice concretezza di un mondo operoso e pacifico, sconvolto dall’insensatezza violenta della guerra. Ecco che allora la sua presenza diventa occasione del manifestarsi di vizi e virtù umane: la previdenza del fattore che le nasconde nel bosco per sottrarle alla razzia delle truppe nemiche, la generosità della contadina che le offre ai soldati affamati, nei quali rivede i suoi figli magari già caduti in altre battaglie. Ma anche l’ingordigia di chi ordina il sequestro dei pennuti, o perché no il coraggio di chi organizza vere e proprie incursioni oltre le linee nemiche per mettere finalmente in pentola qualcosa di caldo e sostanzioso che ricordi un po’ casa.

Una gallina compare anche nel bel libro di Siegfried Lenz, Il Disertore, scritto nel 1952 e che ha dovuto attendere 64 anni per essere pubblicato in Germania. L’editore di allora, un ex SS, si rifiutò di pubblicare un romanzo con un protagonista disertore della Wehrmacht. Ed il contesto politico della Guerra Fredda nella Germania di Adenauer non era certo il più favorevole per poter apprezzare la storia di un soldato tedesco che passa con i partigiani e l’Armata Rossa. Nel romanzo c’è sicuramente qualcosa di autobiografico, soprattutto nelle riflessioni sulla Germania, sulla Patria, sulla guerra, che derivano all’autore dalla sua esperienza di diserzione e prigionia alla fine del conflitto.

Nel libro un giovane soldato della Prussia orientale, Walter Proska, scampato ad un attentato partigiano al treno che lo portava a Kiev, si ritrova, durante l’ultima estate della seconda guerra mondiale, in un fortino di tronchi sperduto nel nulla delle paludi. A fargli compagnia oltre ai miasmi palustri, le zanzare, gli attacchi partigiani ed il caldo asfissiante, un sottufficiale alcolizzato ed altri tre soldati. Ognuno reagisce a modo suo, in qusto ambiente claustrofobico e malsano. Il commilitone “Gamba” mette in scena una lotta senza tregua con un grosso luccio che già più volte è scappato al suo amo. “Pan di latte” scrive lunghe lettere in cui riflette gravemente sul senso della vita, della morte e del conforto. Proska si pone domande sempre più pressanti che lo porteranno poi alla scelta definitiva della diserzione: è più importante il dovere o la coscienza? Chi è il vero nemico, i partigiani che sembrano essere dappertutto o la cricca di criminali che ha scatenato la guerra?

Nel frattempo un altro commilitone, che è uno sgangherato ex artista di circo e vagabondo di nome “Tonto”, alleva una gallina come se fosse un cagnolino, pronto a fargli compagnia. Questa volta il pennuto non è oggetto dell’azione, non è la cena da mettere in pentola, ma si consolida come simbolo di un’innocenza destinata, durante la guerra, a perdersi senza senso ed ingiustamente.

“Tonto” a questa gallina ha dato anche un nome, Alma, che ci ricorda l’aggettivo latino “abbondante” e il sostantivo spagnolo “anima”. La gallina sembra avere carattere antropomorfo; interessante a tal proposito una surreale conversazione tra il sottufficiale Willi e “Tonto”:

- Ah! - Gridò Willi all’improvviso - e la tua Alma dov’è?

- Giù alla latrina.

- L’hai educata bene.

- Credo stia cercando l’oro.

- Buona fortuna.

- Quando ne avrà trovato abbastanza voglio fonderlo in lingotti.

- Quando pensa di fare un uovo?

- Prima deve riempire il caricatore.

- Ben detto. E i vostri numeri artistici li capisce?

- Meglio di un cane.

- Credevo che le galline fossero gli esseri più stupidi.

- Le altre sì, ma non la mia Alma.

- Le manca solo di insegnarle a predicare e ci reciterà il vecchio testamento a suon di coccodè.

- Più avanti sicuro, per ora ci esercitiamo sui salti.

- Magari un giorno potremo impiegarla come aereo postale. Tra una decina d’anni intendo.

- Resteremo qui ancora così tanto?

- Resteremo qui per sempre, Tonto.

(pp. 93-4 )

Alma il lettore la vede agire per la prima volta mentre “Tonto” è tutto preso nell’insegnarle a saltare da una mano all’altra a comando, ma Alma scappa via di fronte al cadavere sfigurato di un compagno portato a braccia da Proska e Gamba, mentre sono di ritorno al fortino. A questo primo episodio ne segue un altro, verso la fine del libro, quando ormai le cose sono cambiate: i partigiani, che fino ad allora hanno giocato al gatto col topo, hanno deciso di farla finita con quei quattro tedeschi abbandonati nelle paludi e li tengono perciò sotto il tiro dei mitra.

L’apparizione della gallina è epifanica: come tutti gli elementi naturali possiede un qualcosa di ingenuo e misterioso; schiamazza dentro la chioma di una betulla e poi si lancia al centro della scena, con gli artigli ritratti, atterrando liscia tra i presenti. Si ferma, perplessa, a guardarsi intorno e comincia a razzolare nei paraggi. La chiama prima il padrone, che intanto sta con le mani alzate, ma la gallina non ascolta. La chiama il vecchio capo partigiano, con i suoni della sua lingua: «Dawai, chiepko!» (p.153). La chiama il gigantesco partigiano, che nel frattempo ha posato il mitra: «putsch, putsch» (p. 153).

Improvvisamente Alma mostra a tutti quel che pensa: tra lo stupore generale salta prima sulla mano e poi sulla spalla del civile, si accovaccia, freme ed ecco un grumo bianco verdastro colare sulla spalla. Tutti ridono e, mentre il partigiano cerca di abbrancarla, lei artiglia forte sulla spalla, spicca un balzo e torna sulla betulla dov’era nascosta fino a poco prima; a quella vista «i civili risero e le canne dei loro mitra traballarono» (p. 154). Il gigante in preda alla collera allora afferra il suo mitra, punta, e la gallina si sporge «ad osservare con uno sguardo che sembrava lontanissimo» (p. 154).

Il partigiano preme il grilletto e, nel frastuono dei colpi, Alma cade in terra con un tonfo, come un sasso: «Tonto chiuse gli occhi, sembrava che tutte le sue speranze giacessero in terra con la gallina morta» (p. 154). Ma con Alma non è morta solo una gallina: con Alma, in guerra, è morta anche l’anima dei protagonisti e la loro speranza.

 

[Antonio Fiaschi]