La gallina dalle uova d’oro è un’installazione risalente al 2000, a Bologna, stazione ferroviaria, piazzale ovest. L’occasione la ricorrenza della strage, io ero ancora studente all’Accademia di Belle arti invitato con altri dai curatori Roberto Daolio e Mili Romano. La gallina mi aveva seguito a Bologna da Lagundo, alle porte di Merano, dove da poco mi ero stabilito.

Nella mostra personale Luoghi comuni presso il centro Trevi di Bolzano nel 2003 la gallina ricomparve, all’apertura. Le uova oltre che a terra anche a parete.

Poi nel 2006 per l’inaugurazione del Centro per la cultura a Merano; in quell’occasione il mattino successivo trovai pure un uovo fresco.

Ripensando ora al 2000 ricordo tra gli sguardi divertiti quello di Concetto Pozzati, maestro storico all’Accademia - scomparso quest’estate - o, a Bolzano, quando l’installazione venne replicata per un periodo in un locale nei pressi della scuola dove insegnavo, l’animale svolazzante che veniva inseguito da uno dei gestori per il corso Libertà.

L’immagine, immediata, irruzione del magico nel mondo reale, ha per lo più trovato accoglienza come messaggio d’augurio, porta fortuna. Ma qual era il senso che l’artista voleva attribuirgli? Ricordo poco, ma forse si trattava di questo: la gallina era l’artista, le uova le sue opere o meglio l’oro della trasformazione, della trasfigurazione poetica del mondo. Uno specchio insomma.

Chi l’avrebbe detto che questa identificazione si sarebbe spinta oltre...

Nel 2010 di ritorno dal festival della filosofia di Modena ricevetti il dono del linguaggio degli uccelli, o della gallina, ed iniziai, prima al telefono con un’amica, poi con i figli e altri ad esprimermi in un codice che sostituiva le parole con una serie di CHI-CHI-CO-CO-CU-CU. Con grande sorpresa mi accorsi che mi comprendevano tutti meglio di quanto non fosse mai accaduto attraverso il linguaggio comune.

 Anche a partire da questa esperienza presentai nel 2011 la performance PAROLA. Con un testo introduttivo “La prospettiva rovesciata (in sette gradini)” di Tihana Maravic, la lettura di Max Carbone, i suoni di Stefano Bernardi, oltre ad alcune carte in dono al pubblico; mi impegnai insieme alla gallina in una sintesi di quel viaggio nel mezzo del cammin, simile a tanti viaggi, per cui qui possiamo citare per analogia quello narrato dall’autore dell’Hypnerotomachia Poliphili.

Da quel momento l’artista ha fatto esperienza di una parola diversa, parola respirata, quella cui forse allude Jacques Derrida come parole soufflée, parola piena, dimenticata dal logocentrismo - fino all’attuale neurocentrismo - occidentale, che la separa, senza corpo. Parola magica, metafora vivente, trasformazione del reale con il solo ritmo del respiro. Nel cerchio magico del teatro, dell’arte, della vita, le uova dorate della gallina emotiva, dell'artista, si schiudono: dopo la mente, si apre il cuore.