Premio letterario «M. Buldrini 2016» - Sezione giovani

Facevano parte della giuria Antonella Cilento, Ivan Cotroneo, Diego De Silva, Antonio Pascale e Guido Catalano.

 

Apro gli occhi e vedo i colori dell’alba dalla finestra accanto al mio letto. Un mix di rosa, arancio, lilla e poi azzurro, bianco, giallo. Respiro l’aria di agosto, mista a disinfettante. L’ospedale ha un odore particolare, inconfondibile. L’odore della vita e quello della morte. Un microcosmo in cui c’è chi nasce e chi muore.

Condivido la stanza con una signora molto anziana. Ha avuto un ictus e non muove più il braccio sinistro. Lo guarda, lo tocca, lo tira su, poi lo lascia cadere e borbotta: «Come mai ‘sto braccio non ne vuole sapere di muoversi?». Ha profonde rughe e parla poco. Mi ha accolta in stanza con un sorriso. «È arrivata la compagnia!», sono state le sue parole non appena l’infermiere di turno mi ha mostrato il nuovo letto. «Sei solo in appoggio qui a Medicina perché non ci sono posti letto. Appena se ne libera uno, ti porteremo in Chirurgia», mi ha detto un medico. Indosso un leggings e una maglietta. Ho impedito a mia madre di comprare i pigiami in tinta pastello, tipicamente ospedalieri. Non voglio fare la malata, non mi sento tale.

Qui le giornate iniziano presto. Sono le 5.45 e le luci del corridoio sono accese, si sentono alcuni passi svelti, altri lenti e trascinati. Si lavora a pieno regime in questo reparto. Il campanello squilla insistentemente per indicare le più disparate richieste di aiuto da parte di chi occupa quel “posto letto”; è così che lo chiamiamo noi giornalisti nei servizi televisivi o negli articoli per i quotidiani. Guardo i colori dell’alba, sollevando la testa dal cuscino. Ho un ago cannula nel braccio che mi costringe a movimenti ragionati. Sono abituata a dormire a pancia in giù, con un braccio sotto il cuscino, ma ora non posso. Nella stanza arriva un’infermiera e mi fa un prelievo. Inserisce l’ago con un gesto sicuro e vedo quel fluido scuro riempire la provetta velocemente. Poi mi lega ad una flebo di antibiotico, la prima della giornata. In ospedale il tempo è scandito da un goccia che scende, lenta. Guardo il flacone, ipnotizzata. Mi chiedo come farà la mia collega a seguire tutti gli appuntamenti del giorno, senza il mio aiuto. C’è anche Consiglio Regionale.

Mi chiamo Teresa, ho 30 anni e faccio la giornalista televisiva. Racconto le cose che accadono nella mia piccola regione, intervisto ogni giorno politici, lavoratori, sindacalisti. Troppo spesso raccolgo parole di disperazione, le incastro in un servizio, confezionato con immagini eloquenti; scioperi, manifestazioni, presidi di protesta davanti le sedi del potere regionale e poi striscioni, facce tese, accigliate. La crisi miete vittime, gli imprenditori molisani sono alla canna del gas, le aziende chiudono, i lavoratori vanno in cassa integrazione. Parlano al microfono con sicurezza, sperando di ottenere risposte. Avanzano stipendi, noi le chiamiamo spettanze arretrate, in sostanza non hanno i soldi per tirare avanti. Non andranno in vacanza quest’anno, non ci andranno nemmeno il prossimo se le cose resteranno così.

La prima notte è andata, ora ha inizio il mio soggiorno in ospedale. Mi lavo, poi mi trucco. Un filo di matita per dare profondità allo sguardo, una passata leggera di mascara. Non ho intenzione di vagare per i corridoi come un fantasma, mantengo un certo attaccamento alle abitudini. Alle 9 ha inizio la visita; uno o più medici, accompagnati dalla caposala e da altre infermiere, scrutano la mia cartella clinica, un paio di domande, una controllatina all’addome e via, verso un nuovo letto. «Allora, cosa abbiamo qui? Sospetta diverticolite. Strano, sei giovane!» commenta il medico di turno. «Hai un viso conosciuto, ma che lavoro fai?», mi chiede; «La giornalista in una tv locale», rispondo premendo la mano verso il basso ventre dolorante. «Ahhh, ecco dove ti avevo vista!», aggiunge soddisfatto con il suo accento napoletano. Arriva un collega. Dibattono sul mio caso. Fanno congetture, ma il dolore che provo non appena mi toccano la pancia è talmente forte che sono costretti a fermarsi e a prescrivermi una buona dose di antibiotici per prepararmi ad un esame specifico che darà risposte certe. «Cosa c’è scritto lì?», allude al tatuaggio sul mio braccio semicoperto dalla manica della t-shirt. «Happiness is real only if shared, la felicità è reale solo se condivisa», traduco. Lo faccio sempre. Anche se presumo che il mio interlocutore attuale conosca l’inglese. «Non è vero! Lo capirai quando avrai qualche decennio di più!», apostrofa perentorio, «La felicità è qualcosa di personale e null’altro».

A questo punto guardo le sue mani, probabilmente in passato il suo anulare avrà ospitato una fede. Magari è separato o ha scoperto la moglie a letto con un altro. Il lavoro del medico toglie gran parte del tempo alla vita di coppia. Turni, visite, notti in ospedale. Forse sua moglie avrà ceduto alle lusinghe dell’Altro, annoiata dalla vita agiata in una villetta a due piani di una cittadina di provincia. Magari un giorno gli avrà detto che si sentiva frustrata da quella relazione portata avanti senza troppa convinzione. Forse con dei figli le cose sarebbero andate in modo diverso. Lo sguardo dell’Altro probabilmente la fa sentire più donna. Le mani dell’Altro forse la toccano con più veemenza. Resto della mia convinzione, la felicità è reale solo se condivisa. E io ho bisogno di condividere. Tra qualche decennio ne riparleremo.

Mi trasferiscono in un altro reparto, Chirurgia generale. Prima di lasciare la stanza, saluto l’anziana accanto al mio letto, ma non sembra riconoscermi. Tenta di articolare qualche parola, ma dalla sua bocca fuoriescono una serie di suoni incomprensibili. Poi torna a guardarsi il braccio, incredula. Una nuova camera. La seconda nel giro di dodici ore. Quattro letti, uno è il mio. Due sono occupati, un altro è momentaneamente vuoto. La donna che lo occupa è in trasferta all’ospedale di Termoli, per una visita specialistica. L’aria è pesante. Odore di piscio, feci, alito, sudore. Incrocio lo sguardo di mia madre. Ci comprendiamo al volo e corre ad aprire leggermente la finestra. Capisco che la mia estate avrà un sapore amaro. Iniziano le flebo. Scandiscono il tempo, goccia a goccia. Sei al giorno. Per comodità le chiamo Glucosio e Antibiotico. Sono loro che mi tengono in piedi. Non posso mangiare nulla. Non so ancora per quanto tempo. L’orario delle visite è terminato. Saluto mia madre. Avverto tutta la sua preoccupazione. Mi dà un bacio veloce sulla guancia. «Ti chiamo dopo!», sussurra prima di andare via. Respiro il suo profumo, è ossigeno per me. Seguo la sua sagoma con lo sguardo, mentre si allontana. Faccio i conti con una nuova realtà.

Sono appena le 21 e le luci si spengono. Mi manca il respiro. Mi sento soffocare. È agosto e io sono in questa stanza con due donne anziane che mi guardano con sospetto. Non mi rivolgono la parola. Sono giovane e apparentemente sana. Non posso capire i loro problemi. Dolorante decido di alzarmi dal letto. Porto con me l’asta della flebo, facendo attenzione a non interrompere il flusso di quel liquido trasparente. Non voglio esserne schiava più del dovuto. Percorro lentamente il corridoio illuminato. Arrivo alla statua della Madonna. Ha uno sguardo sofferente, un sottile strato di polvere sul velo che cinge il suo capo. Ci sono fiori, piante, lettere di ringraziamento o di aiuto. Anche lì leggo i sentimenti della gente, di quanti hanno percorso, più e più volte quel corridoio.

Ho smesso di credere sei anni fa. Uscivo dalla messa. Era la Domenica delle Palme. Una funzione partecipata. I ramoscelli di ulivo scambiati in segno di pace. Larghi sorrisi dispensati in una chiesetta di Roma, nel quartiere tuscolano. Poi una telefonata. Quella che ha cambiato la mia esistenza. Per sempre. «Papà… è morto!», dall’altro capo del telefono mia madre disperata. «Ma che dici?», non voglio capire. «Un incidente, sta qui, davanti a me. È morto… in moto.» Realizzo. Guardo cadere dalle mie mani il ramoscello di ulivo. Lo fisso. Inerme, su quel marciapiede. La gente continua a vivere intorno a me, pensano al pranzo domenicale, ai parenti da accogliere, alla tappa obbligata in pasticceria. Io penso che mio padre è morto e che non lo rivedrò mai più. Ho smesso di credere il 16 marzo del 2008.

Torno in camera, nel mio letto. I Radiohead mi cullano con la loro Nude, così intensa e profonda. Alzo al massimo il volume dell’iphone, preoccupandomi di sistemare al meglio gli auricolari. Ho sempre avuto un pessimo rapporto con quei piccoli oggetti da inserire nelle orecchie, sembrano violare la loro intimità, un po’ come i cotton fioc!

Quando mi sveglio, anche l’ultimo letto è occupato. La trasferta della signora è terminata e faccio la sua conoscenza, essendo la più giovane dopo di me. Si chiama Concettina, ha una settantina d’anni, tre figli, di cui uno al Nord. Ha gli occhi vivaci, il tuppo che raccoglie lunghi e finissimi capelli di un grigio brillante. Quando ride si copre la bocca con una mano, per non mostrare la dentatura non proprio perfetta. Ha le mani di chi ha sempre lavorato, di chi fa il pane in casa e coltiva l’orto. Sono mani ruvide, forti. Mia nonna le aveva ossute e ben curate, con le unghie sempre laccate di un rosso acceso. Concettina ha un tumore al pancreas e deve operarsi. Me lo ha detto con lo sguardo fisso sul bordo del lenzuolo di cotone bianco e con la preoccupazione di chi gestisce tante vite e sa che un’assenza prolungata potrebbe alterare degli equilibri consolidati da numerosi decenni di costante presenza. «Teré, sono preoccupata pure per la mia famiglia - mi ha detto a bassa voce - Ho sentito a mia figlia e mi ha detto - Ohimà, stiamo come quelle galline sparse, quelle galline che vanno in giro per conto loro, e così facciamo noi… che ti hanno dato da mangiare stasera, Teré?». Concettina ripete il mio nome almeno due o tre volte in una frase sola, mi tiene vigile e incollata ad ogni discorso che facciamo. «Polpetta schiacciata, stasera. Sul vassoio c’è scritto dieta speciale. Pensa tu che specialità!» e scateno la sua risata. «Teré, non mi far ridere che mi fa male la mia valigia», mi dice mentre indica la sacca del drenaggio che raccoglie dei liquidi provenienti dal suo pancreas. Trascorriamo ore e ore a parlare e ore e ore a dormire, stordite dalle flebo. Passeggiamo per il lungo corridoio, fingendo di percorrere il lungomare di Termoli o altri posti immaginari. «Concettì, prepara la valigia ché ti porto a Montagano oggi, il paese di mio padre. Copriti che là fa sempre freddo!», le dico sorridendo. Lei accoglie la proposta, saluta le allettate nella stanza, prende la sacca del drenaggio con una mano e spinge l’asta della flebo con l’altra mano. Io le porgo il mio braccio libero e trascino la mia asta per il lungo corridoio. «Concettì, madonna santissima! Camminiamo come due pinguine!» e lei si ferma e scoppia a ridere! Quando ride non pensa a niente, non pensa ai suoi familiari come galline sparse, non pensa alla valigia che si trascina da giorni, né all’operazione fissata da lì a qualche giorno. Ride e il volto giallo-arancione si rilassa. I controlli e gli esami di Concettina si intensificano. I due figli geograficamente più vicini si alternano sulla poltrona accanto al suo letto. Adriana ha i suoi stessi occhi vivaci, la stessa energia della madre. Mi racconta che un paio di anni fa ha perso il bambino che aveva in grembo, che il padre anziano non apprezza la sua cucina e reclama i cavatelli al sugo di maiale della moglie, perché il sugo di Adriana pare acqua colorata. «Terè, ma con tutte le cose che ho da fare ora che mamma sta qui, posso mai stare ore e ore dietro al sugo? Dimmi tu!», si sfoga. Adriana pensa all’operazione, il livello di bile nel sangue della madre aumenta giorno dopo giorno, nonostante il drenaggio e i farmaci.

Io ricevo visite ogni giorno. Nel mio armadietto di metallo ci sono libri, taccuini, caramelle che non posso mangiare e un pallone da rugby con le firme delle mie compagne di squadra che vengono spesso a trovarmi e mi raccontano degli allenamenti, dell’iscrizione alla Coppa Italia, delle divise nuove da scegliere, di quanto è bello Luca che gioca nella squadra maschile. Io le seguo fino ad un certo punto poi mi distraggo, guardo Concettina e l’orologio e capiscono che è ora di andar via.

Il solito medico con l’accento napoletano passa a visitarmi ogni giorno, da dieci giorni, ma oggi entra in stanza con aria felice e annuncia le mie dimissioni. Colite acuta, la diagnosi finale. Meno stress, sana alimentazione e una cura farmacologica per qualche settimana. «Terè, sei contenta? Mò te ne vai e niente più passeggiate insieme a me sul lungomare di Termoli! Ma ti fanno mangiare oggi? Io niente ché domani mattina mi operano!», mi dice Concettina con aria affranta e preoccupata. Negli ultimi giorni, in realtà, abbiamo ridotto le nostre passeggiate. Si stanca subito. È debole e sempre più gialla. Anche i suoi occhi sono giallo zafferano e non sono più così vivaci. Anche gli occhi di sua figlia Adriana non sono così vivaci, ma brillano cercando di trattenere le lacrime. «Concettì, prometto che ti verrò a trovare! Andrà tutto bene e torneremo a farci le passeggiate, ma quelle vere però! Fuori da questo ospedale che puzza di alcol e medicine!», ho detto facendole l’occhiolino.

L’aria di Campobasso è fresca anche a fine agosto. Ti prende a schiaffi e ti sveglia. La respiro dal terrazzo di casa. Sa di terra, di erba, di alberi, di bucato della vicina. House of Cards dei soliti Radiohead riecheggia nella mia camera. Periodicamente mi fisso su un gruppo e non ascolto altro. La voce di Thom Yorke ammortizza i miei pensieri. Torno in casa, destata dalla vibrazione del mio telefono. Adriana: «Cara Teresa, mamma non ce l’ha fatta. L’intervento è stato lungo e ci sono state delle complicazioni. Grazie per tutto quello che hai fatto per lei, per averla fatta sorridere!».

Rileggo il messaggio più volte, ma il testo non cambia… e resto lì, nella mia camera, e mi sento come una di quelle galline sparse, quelle galline che vanno in giro per conto loro… come diceva la mia amica Concettina.