Torino, Einaudi, 1989 (1a1963), pp. 257-260

 

[...] la notte si annunciava tiepida, acqua ce n'era, e qualcosa per cena, fra tutti e sei, non molto, ne avevamo. La capanna era in ro­vina, ma un po' di tetto per ripararci dalla rugiada c'era ancora.

- Benissimo, - disse Cesare. - Io ci sto. Per stasera, io mi voglio fare una gallinella arrostita.

Così ci nascondemmo nel bosco finché la carretta con lo sche­letro non fu passata, aspettammo che gli ultimi ritardatari se ne fossero andati dal pozzo, e prendemmo possesso del nostro luogo di bivacco. Stendemmo a terra le coperte, aprimmo i sacchi, accen­demmo un fuoco, e cominciammo a preparare la cena, con pane, «kaša» di miglio e una scatola di piselli.

- Ma quale cena, - disse Cesare; - ma quali piselli. Voi non avete capito bene. Io stasera voglio fare festa, e mi voglio fare una gallinella arrostita.

Cesare è un uomo indomabile: già me n'ero potuto convincere girando con lui i mercati di Katowice. Fu inutile rappresentargli che trovare un pollo di notte, in mezzo alle paludi del Pripet, sen­za sapere il russo e senza soldi per pagarlo, era un proposito insen­sato. Fu vano offrirgli doppia razione di «kasa» purché stesse quieto. - Voi statevene con la vostra cascetta: io la gallina me la vado a cercare da solo, ma poi non mi vedete più. Saluto voi e i russi e la baracca, e me ne vado, e torno in Italia da solo. Magari passando per il Giappone.

Fu allora che mi offrii di accompagnarlo. Non tanto per la gal­lina o per le minacce: ma voglio bene a Cesare, e mi piace vederlo al lavoro.

- Bravo, Lapé, - mi disse Cesare. Lapé sono io: così mi ha bat­tezzato Cesare in tempi remoti, e così tuttora mi chiama, per la ragione seguente. Come è noto, in Lager avevamo i capelli rasati; alla liberazione, dopo un anno di rasatura, a tutti, e a me in spe­cie, i capelli erano ricresciuti curiosamente lisci e morbidi: a quel tempo i miei erano ancora molto corti, e Cesare sosteneva che gli ricordavano la pelliccia di coniglio. Ora «coniglio», anzi, «pelle di coniglio», nel gergo merceologico di cui Cesare è esperto, si dice appunto Lapé. Daniele invece, il barbuto e ispido e aggron­dato Daniele, assetato di vendetta e di giustizia come un antico profeta, si chiamava Coralli: perché, diceva Cesare, se piovono coralline (perline di vetro) te le infili tutte.

- Bravo, Lapé, - mi disse: e mi spiegò il suo piano. Cesare è infatti un uomo dai folli propositi, ma li persegue poi con molto senso pratico. La gallina non se l'era sognata: dalla capanna, in direzione nord, aveva svagato un sentiero ben battuto, e quindi recente. Era probabile che conducesse a un villaggio: ora, se c'era un villaggio, c'erano anche le galline. Uscimmo all'aperto: era or­mai quasi buio, e Cesare aveva ragione. Sul ciglio di una appena percettibile ondulazione del terreno, a forse due chilometri di distanza, fra tronco e tronco, si vedeva brillare un lumino. Così partimmo, inciampando in mezzo agli sterpi, inseguiti da sciami di voraci zanzare; portavamo con noi la sola merce di scambio di cui il nostro gruppo fosse risultato disposto a separarsi: i nostri sei piatti, comuni piatti di terraglia che i russi avevano a suo tem­po distribuiti come casermaggio.

Camminavamo nel buio, attenti a non perdere il sentiero, e gridavamo a intervalli. Dal villaggio non rispondeva nessuno. Quando fummo a un centinaio di metri, Cesare si fermò, prese fia­to, e gridò: - Ahò; a russacchiotti. Siamo amici. Italianski. Ce l'avreste una gallinella da vendere? - Questa volta la risposta ven­ne: un lampo nel buio, un colpo secco, e il miagolio di una pal­lottola, qualche metro sopra alle nostre teste. Io mi coricai a terra, pianino per non rompere i piatti; ma Cesare era inferocito, e restò in piedi: - A li morté: ve l'ho detto che siamo amici. Figli di una buona donna, e fateci parlare. Una gallinella, vogliamo. Mica sia­mo banditi, mica siamo dòicce: italianski siamo!

Non ci furono altre fucilate, e già si intravvedevano profili umani sul ciglio dell'altura. Ci avvicinammo cautamente, Cesare avanti, che continuava il suo discorso persuasivo, e io dietro, pron­to a buttarmi per terra un'altra volta.

Arrivammo finalmente al villaggio. Non erano più di cinque o sei case di legno intorno a una minuscola piazza, e su questa, ad attenderci, stava l'intera popolazione, una trentina di persone, in maggioranza contadine anziane, poi bimbi, cani, tutti in visibile allarme. Emergeva fra la piccola folla un gran vecchio barbuto, quello della fucilata: teneva ancora il moschetto a bilanc'arm.

Cesare considerava ormai esaurita la sua parte, che era quella strategica, e mi richiamò ai miei doveri. - Tocca a te, adesso. Cosa aspetti? Dài, spiegagli che siamo italiani, che non vogliamo far male a nessuno, e che vogliamo comperare una gallina da fare ar­rostire.

Quella gente ci considerava con curiosità diffidente. Sembrava si fossero persuasi che, quantunque vestiti come due evasi, non dovevamo essere pericolosi. Le vecchiette avevano smesso di schia­mazzare, ed anche i cani si erano acquietati. Il vecchio col fucile ci rivolgeva delle domande che non capivamo: io di russo non so che un centinaio di parole, e nessuna di esse si attagliava alla situazione, ad eccezione di «italianski». Cosi ripetei «italianski» di­verse volte, finché il vecchio non cominciò a sua volta a dire «ita­lianski» a beneficio dei circostanti.

Intanto Cesare, più concreto, aveva cavato i piatti dal sacco, ne aveva disposto cinque bene in vista a terra come al mercato, e teneva il sesto in mano, dandogli stecche sull'orlo con l'unghia per far sentire che suonava giusto. Le contadine guardavano, di­vertite e incuriosite. - Tarelki, - disse una. - Tarelki, da! - risposi io, lieto di avere appreso il nome della merce che offrivamo: al che una di loro tese una mano esitante verso il piatto che Cesare andava mostrando.

- Eh, che ti credi? - disse questi, ritirandolo vivamente: - Mi­ca li regaliamo -. E si rivolse a me inviperito: insomma, cosa aspettavo a chiedere la gallina in cambio? A cosa servivano i miei studi?

Ero molto imbarazzato. Il russo, dicono, è una lingua indoeu­ropea, e i polli dovevano essere noti ai nostri comuni progenitori in epoca certamente anteriore alla loro suddivisione nelle varie fa­miglie etniche moderne. «His fretus», vale a dire su questi bei fondamenti, provai a dire «pollo» e «uccello» in tutti i modi a me noti, ma non ottenni alcun risultato visibile.

Anche Cesare era perplesso. Cesare, nel suo intimo, non si era mai fatto pienamente capace che i tedeschi parlassero il tedesco, e i russi il russo, altro che per una stravagante malignità; era poi persuaso in cuor suo che solo per un raffinamento di questa stessa malignità essi pretendessero di non comprendere l'italiano. Mali­gnità, o estrema e scandalosa ignoranza: aperta barbarie. Altre possibilità non c'erano. Perciò la sua perplessità andava rapida­mente volgendosi in rabbia.

Borbottava e bestemmiava. Possibile che fosse tanto difficile capire cosa è una gallina, e che volevamo barattarla contro sei piat­ti? Una gallina, di quelle che vanno in giro beccando, razzolando e facendo «coccodé»: e senza molta fiducia, torvo e ingrugnato, si esibì in una pessima imitazione delle abitudini dei polli, accovac­ciandosi per terra, raspando con un piede e poi con l'altro, e bec­cando qua e là con la mano a cuneo. Tra una imprecazione e l'al­tra, faceva anche «coccodé»: ma, come è noto, questa interpre­tazione del verso gallinesco è altamente convenzionale; circola esclusivamente in Italia, e non ha corso altrove.

Perciò il risultato fu nullo. Ci guardavano con occhi attoniti, e certamente ci prendevano per matti. Perché, per quale scopo, eravamo arrivati dai confini della terra a fare misteriose buffonate sulla loro piazza? Ormai furibondo, Cesare si sforzò perfino di fare l'uovo, e intanto li insultava in modi fantasiosi, rendendo così anche più oscuro il senso della sua rappresentazione. Allo spetta­colo improprio, il chiacchiericcio delle comari salì di un'ottava, e si trasformò in un brusio di vespaio disturbato. .

Quando vidi che una delle vecchiette si avvicinava al barbone, e gli parlava nervosamente guardando dalla nostra parte, mi resi conto che la situazione era compromessa. Feci rialzare Cesare dal­le sue innaturali positure, lo calmai, e con lui mi avvicinai all'uo­mo. Gli dissi: - Prego, per favore, - e lo condussi vicino a una finestra, da cui la luce di una lanterna illuminava abbastanza bene un rettangolo di terreno. Qui, penosamente conscio di molti sguar­di sospettosi, disegnai per terra una gallina, completa di tutti i suoi attributi, compreso un uovo a tergo per eccesso di specificazione. Poi mi rialzai e dissi: - Voi piatti. Noi mangiare.

Seguì una breve consultazione; poi scaturì dal capannello una vecchia dagli occhi scintillanti di gioia e di arguzia: fece due pas­si avanti, e con voce squillante pronunziò: - Kura! Kúritsa!

Era molto fiera e contenta di essere stata lei a risolvere l'enig­ma. Da tutte le parti esplosero risate e applausi, e voci « kúritsa, kúritsa!»: e anche noi battemmo le mani, presi dal gioco e dal­l'entusiasmo generale. La vecchina si inchinò, come una attrice al termine della sua parte; sparì e ricomparve dopo pochi minuti con una gallina in mano, già spennata. La fece dondolare burlescamen­te sotto il naso di Cesare, come controprova; e come vide che que­sti reagiva positivamente, allentò la presa, raccolse i piatti e se li portò via.

Cesare, che se ne intende perché a suo tempo teneva banchetto a Porta Portese, mi assicurò che la curizetta era abbastanza grassa, e valeva i nostri sei piatti; la riportammo in baracca, svegliammo i compagni che già si erano addormentati, riaccendemmo il fuoco, cucinammo il pollo e lo mangiammo in mano, perché i piatti non li avevamo più.