Torino, Einaudi, 1963

 

La scena si svolge nella casa che il padre e poi, dopo la sua morte, la madre di Gonzalo ha fatto costruire a prezzo di durissimi sacrifici. La donna, anziana e malata, sta cercando di improvvisare una cena per il figlio, reduce da un viaggio di lavoro. La madre di Gonzalo cerca qualcosa da cucinare, ma invano: la credenza è vuota, non c’è neppure un uovo da mettere in tavola.

[…] in cucina non v’era quasi nulla, da potergli preparare nemmeno un ovo. Lo stentòreo deretano delle galline del Giuseppe ci perveniva piuttosto raramente, a una così gloriosa estromissione. Ne teneva più d’una, ma facevan l’ovo a turno: e spesso, poi, marinavano íl turno.

Il figlio si sarebbe imbestialito anche di ciò: e allora bisognava sorvolare, sulle ova. Già altra volta era accaduto che s’infuriasse, per quella inadempienza dei polli del Serruchón porco: e aveva accusato il gallo di morosità genetica e di perversione, le galline d’esser lesbiche, e tr…; poi la furia s’era schiarita in una reminiscenza di Livio “gallinam in marem, gallum in foeminam sese vertisse…”. E, atrocemente, sghignazzando, aveva brindato alla salute del gallo! ma non disse affatto alla salute, disse una parte del corpo: aveva inneggiato, (irridendo lei, la mamma), al gallo bardassa […]

La cacca di gallina appare invece sublimata a barocca architettura e a tavolozza astratta in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Milano, Garzanti, 1957:

[…] un cioccolatinone verde intorcolato alla Borromini come i grumi di solfo colloide delle acque àlbule: e in vetta in vetta uno scaracchietto di calce, allo stato colloidale pure isso, una crema chiara chiara, di latte pastorizzato pallido, come già allora usava. [...]