Che la morte e il riso siano una coppia inossidabile e che attraversino la letteratura e la vita dandosi il braccio è assodato (Bachtin ce lo ricorda, ma è sufficiente rileggere quel capolavoro che è Gargantua e Pantagruel per accorgersene all’istante). Il tragico e il comico si compenetrano e – per dirla con Guido Almansi, autore di alcune tra le pagine più illuminanti su Malerba – «il carnalismo e il nichilismo sono locati in zone pericolosamente limitrofe» (ALMANSI 1986, p. 107). Sono cose note, è vero, ma non sempre sono tenute in debita considerazione e a volte vengono totalmente dimenticate quando parliamo di Luigi Malerba.

Al nome dello scrittore vengono associate con scioltezza a mio parere eccessiva definizioni legate all’umorismo, alla comicità, al divertimento. Molti si servono opportunamente anche della categoria dell’assurdo, da porre accanto a quella del comico (Ferroni intitola Luigi Malerba: l’assurdo e il comico un capitolo, lucido e molto informativo, della sua Storia della letteratura italiana).

Beninteso, le componenti citate sono tutte ben presenti e, certo, caratterizzanti. Il rischio, però, è quello di schiacciare l’altro polo, quello tragico (che non coincide sic et simpliciter con l’assurdo), e di renderlo poco più che una presenza ammessa, subito dimenticata e non verificata nel corpo vivo dei testi.

Le Galline pensierose è tra i libri che meno si adatta a una ricerca del tragico, eppure anche in mezzo a toni marcatamente ludici e a registri comici, si annida un’inquietudine che di umoristico ha ben poco. Mi piace rilevarla qui, su un sito dedicato al comico, proprio per enfatizzare un contrasto costitutivamente presente in molta letteratura e, appunto, alla base dell’intera bibliografia malerbiana.

Le Galline sono brevissimi racconti giocosi che bruciano nel volgere di poche righe (a volte pochissime, al limite dell’aforisma) divertenti e divertite riflessioni di sorprendente idiozia e, al contempo, di inaspettata profondità. A formularle sono, appunto, galline segnate da una stupidità che, in un mondo complesso e caotico in cui la logica fa una vita assai grama, è una dote da non disprezzare. Del resto, è nel nome della stupidità che è possibile osservare la realtà da punti di vista stranianti e vertiginosi. È grazie a essa che è possibile riconfigurare un esistente doppiamente esaurito. Il mondo (ed è l’assunto base della neoavanguardia, nel cui alveo Malerba si è formato, sebbene sempre mantenendosi in una posizione periferica) non può essere detto né può più produrre significati validi e veritieri.

La lingua è logorata dall’uso intensivo dei mass media ed è incrostata dalle ideologie delle classi dominanti (in ciò si osserva l’aspetto sociale del fare letterario dell’autore: non va ricercato all’interno dei suoi romanzi ma, semmai, in riflessioni extra-narrative che ne sono all’origine). Anche qualora fosse ancora possibile far aderire le parole alle cose, avremmo comunque a che fare con una realtà che accoglie in sé ogni contraddizione e si rivela allergica a qualsiasi forma di incasellamento e di definizione. Malerba compie qui e altrove un’apologia del relativismo, non senza un inevitabile senso di disorientamento.

I raccontini contenuti in queste pagine si configurano come spassose istanze inquisitorie che aggrediscono la realtà in cerca di un senso (mettere ordine nel caos è lo scopo ultimo dello scrittore, come più volte ha dichiarato nelle interviste). Le galline sorprendono il mondo, raramente e senza divenirne consapevoli, becchettando in angoli surreali e imprevedibili, sovvertendo le strutture linguistiche e facendo esplodere gli automatismi del linguaggio. La maggior parte delle volte si attestano su una soglia di stupidità non molto produttiva: è la futilità geniale e godibilissima del nonsense. Altre volte, per via indiretta, magari per una sorta di gallinacea serendipità, scoprono alcune piccole verità. Verità in minore, chiaramente: gli assoluti sono crollati e non possono essere ricostruiti.

La gallina numero nove, ad esempio, filosofeggia chiedendo a tutte le le compagne chi realmente sia. Quando ottiene risposta – «una cogliona» (MALERBA 2014, p. 11) – accetta in silenzio il saggio responso e ne fa tesoro, non osando più far domande. La decima gallina discetta di galassie, ma pecca di gallinocentrismo, per così dire. Se l’uomo si è inventato un Dio a sua immagine e somiglianza, le galline non sono da meno e si illudono di vedere la zampa di un loro simile al di là degli ammassi stellari. Di fatto, vengono evidenziati i limiti dell’antropocentrismo e viene nuovamente beffata ogni ipotesi rassicurante.

Come si vede, il riso fiorisce su un terreno tragico. Tragico, non solo assurdo. Malerba non contempla con rigore e distacco l’assoluta mancanza di senso (alla maniera di Beckett, per capirci) di ciò che lo circonda. I suoi libri non sono la registrazione, affidata al solo intelletto, di uno svuotamento di significato; permane tra le loro pagine un disagio crescente, una sensazione di sconfitta e una volontà di reazione. L’imperativo malerbiano, mettere ordine nel caos, si oppone all’accettazione di un mondo sui cui non può far presa la mente umana. L’assurdità produce sofferenza e costringe alla reinvenzione fantastica e alla correzione delle sue storture. Non è improprio parlare di elementi tragici, dunque. L’assurdo, insomma, è fuori discussione, ma è tragicamente vissuto e attraversato, non è contemplato senza alcun coinvolgimento emotivo.

L’inversione causa-effetto è, da questo punto di vista, un processo emblematico. Cos’è più disturbante per il sereno procedere razionale del prima che viene dopo il dopo, del dopo che produce il prima? La gallina numero due si gratta la testa con aria preoccupata, si gratta talmente tanto fino a diventare calva. Vedendola abbattuta, un’altra gallina le domanda che cosa le stia succedendo. La risposta è fulminante: «La calvizie» (MALERBA 2014, p. 7).

Il testo numero centoundici propone qualcosa di simile: una gallina vuole diventare santa, ma non sa come fare per raggiungere l’ambizioso obiettivo. Poi, di colpo, il lampo di genio (o di stupidità, naturalmente): forma un piccolo cerchio con la scorza di salice dorato e lo indossa a mo’ di aureola. Inizia così a credere di essere diventata santa, e se ne convince a tal punto che comincia a fare anche dei miracoli. Dall’autoproclamazione della santità ai miracoli, quindi, e non viceversa.

L’animale appartiene alla vasta famiglia dei sabotatori logici, presenti in tutte o in quasi tutte le pubblicazioni malerbiane. Elisabella, nel Protagonista, si solletica le piante dei piedi per ridere e dunque per essere felice, e in Fantasmi romani Clarissa fa «l’esperimento di usare lo sbadiglio come sonnifero: l’effetto come cura della causa» (MALERBA 2008a, p. 96).

Anche il niente, il vuoto, tematizzati in molti romanzi di Malerba, emergono con travestimenti umoristici nel volume in esame, e perfino la morte è implicitamente allusa quando i pennuti si ritrovano a parlare dell’anima (p. 52), altro punto fisso della produzione malerbiana.

In numerosi interventi gallineschi, poi, si riflette l’intolleranza dell’autore alle fumisterie filosofiche totalmente disancorate dal piano della pragmatica quotidianità. Un po’ come fa Migone (uno dei protagonisti del Pataffio) nei confronti di chi parla una lingua oscura e piena di trabocchetti e inganni, Malerba mette in guardia dalle pure astrazioni, dai simboli con referenti ambigui, dalle teorie che prescindono dai verificabili dati di fatto.

È il caso della psicoanalisi, disciplina verso la quale lo scrittore si è sempre mostrato piuttosto insofferente. Pronto a riconoscerne il valore dal punto di vista conoscitivo («Non voglio certo mettere in dubbio che la psicanalisi sia uno straordinario strumento di conoscenza della personalità umana» (MALERBA 2008b, p. 30), è quantomeno scettico sulla sua efficacia terapeutica. Lo psicanalista è colpevole di presunzione. Trattando i sogni come conglomerati di messaggi da decriptare invece che come realtà parallele e autonome rispetto a quella in cui siamo quotidianamente immersi, egli suppone di dipanare l’ingarbugliata matassa inconscia servendosi della razionalità – peraltro inficiata dalla tendenza a cogliere simboli dovunque, a cercare allegorie e metafore dove conta solo la lettera –, ma la razionalità è uno strumento limitato e imperfetto. In molti casi è, semplicemente, inutilizzabile. La gallina numero sessantasette ci offre una spassosa parodia dei vizi della psicanalisi, ridotta all’uso di un linguaggio forbito per mascherare l’assenza di contenuti:

Una gallina che aveva il pallino della psicanalisi si andò a mettere su un trespolo al centro di un pollaio e disse ben forte perché tutte le compagne la sentissero: «La maternità è la sublimazione dell’uovo». Le galline uscirono tutte dal pollaio in silenzio e andarono nell’aia a meditare su quello che aveva detto la loro compagna. Finalmente una gallina ritornò nel pollaio e disse alla compagna che aveva il pallino della psicanalisi: «L’uovo è la sublimazione della maternità» (MALERBA 2014, p. 40)

Le cose si complicano ulteriormente quando il piano finzionale attrae al suo interno anche lo stesso autore – o, in ogni caso, l’istanza autoriale – , e il capogiro del lettore viene di colpo elevato al quadrato. Mi riferisco al racconto conclusivo della prima parte della raccolta, in cui le galline vanno «dall’autore di un libro intitolato Le galline pensierose» e gli chiedono «di proporre un finale adatto alle favole future sulle galline» (MALERBA 2014, p. 79).

Siamo dalle parti del Pianeta azzurro, dove un complesso congegno narrativo è reso ulteriormente intricato dalla presenza di un narratore che coincide, in modo fittizio, con Malerba stesso.

Quel romanzo, però, fa parte della produzione dello scrittore considerata “seria” e impegnata, e certi giochi di prestigio si inseriscono nell’orizzonte d’attesa del lettore (del lettore che abbia frequentato la letteratura malerbiana e che conosca, quindi, i suoi guizzi creativi e il suo gusto per la sperimentazione applicata alle strutture romanzesche). Quella delle Galline pensierose potrebbe sembrare invece letteratura per ragazzi, e per certi versi ovviamente lo è. Tuttavia, ha in sé il fremito del vuoto e lo smarrimento di un relativismo assoluto. Gode, insomma, di plurimi piani di lettura, e non si risolve per intero nella categoria della letteratura per ragazzi né nell’etichetta di comodo della scrittura comica.

Proprio l’assenza (o comunque la drastica riduzione) della quota di sofferto stupore che ho cercato di rilevare, ovviamente senza alcuna pretesa di completezza, è a mio parere ciò che accomuna gli scrittori emiliani direttamente e palesemente influenzati da Malerba. Anche nei loro esiti più convincenti si predilige il versante comico del fare letterario, e il resto passa, nel migliore dei casi, in secondo piano. Non è di per sé necessariamente un difetto, ma il pericolo è quello di dar vita a una letteratura senz’altro piacevole e sapientemente costruita, ma incapace di rendere la vertigine e la voglia di capire, da cui, in fondo, scaturisce ogni testo malerbiano.

Le storie che ci racconta l’autore del Serpente, sia che si presentino come romanzi sia che prendano la forma frammentaria e sorridente di apologhi strampalati, sono fragili costruzioni in bilico su un vuoto che inghiotte tutto: il senso (qualsiasi senso), la vita, la letteratura. Il suo è un universo di parole, gli spazi in cui si muove sono gli spazi metaletterari della scrittura. Sotto l’affabulazione verbale si agita il nulla. Scribo ergo sum, insomma. Le vicende narrate strappano sorrisi liberatori, ma il lettore avveduto si sentirà raggelare non appena getterà uno sguardo oltre i bordi del racconto. Lì, in quella zona liminare tra il non detto e il non dicibile, la risata si traforma in un ghigno incredulo e angosciato; lì – soprattutto lì – sta la grandezza ironica e tragica di Luigi Malerba.

 

Bibliografia

MALERBA L. (2008a), Fantasmi romani, Mondadori, Milano

MALERBA L. (2008b), Parole al vento, Manni, Lecce

MALERBA L. (2014), Le galline pensierose, Quodlibet, Roma

ALMANSI, G. (1986), La ragion comica, Feltrinelli, Milano