da I colloqui (1911), Milano, Mondadori, 2016

I

Ho rivisto il giardino, il giardinetto

contiguo, le palme del viale,

la cancellata rozza dalla quale

mi protese la mano ed il confetto…

II

«Piccolino, che fai solo soletto?»

«Sto giocando al Diluvio Universale.»

Accennai gli stromenti, le bizzarre

cose che modellavo nella sabbia,

ed ella si chinò come chi abbia

fretta d’un bacio e fretta di ritrarre

la bocca, e mi baciò di tra le sbarre

come si bacia un uccellino in gabbia.

Sempre ch’io viva rivedrò l’incanto

di quel suo volto tra le sbarre quadre!

La nuca mi serrò con mani ladre;

ed io stupivo di vedermi accanto

al viso, quella bocca tanto, tanto

diversa dalla bocca di mia Madre!

«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?

Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»

«Sì… vedi la mia mamma e il mio Papà?»

Subito mi lasciò, con negli sguardi

un vano sogno (ricordai più tardi)

un vano sogno di maternità…

«Una cocotte!…»

«Che vuol dire, mammina?»

«Vuol dire una cattiva signorina:

non bisogna parlare alla vicina!»

Co-co-tte… La strana voce parigina

dava alla mia fantasia bambina

un senso buffo d’ovo e di gallina…

Pensavo deità favoleggiate:

i naviganti e l’Isole Felici…

Co-co-tte… le fate intese a malefici

con cibi e con bevande affatturate…

Fate saranno, chi sa quali fate,

e in chi sa quali tenebrosi offici!

III

Un giorno – giorni dopo – mi chiamò

tra le sbarre fiorite di verbene:

«O piccolino, non mi vuoi più bene!…»

«È vero che tu sei una cocotte?»

Perdutamente rise… E mi baciò

con le pupille di tristezza piene.

IV

Tra le gioie defunte e i disinganni,

dopo vent’anni, oggi si ravviva

il tuo sorriso… Dove sei, cattiva

Signorina? Sei viva? Come inganni

(meglio per te non essere più viva!)

la discesa terribile degli anni?

Oimè! Da che non giova il tuo belletto

e il cosmetico già fa mala prova

l’ultimo amante disertò l’alcova…

Uno, sol uno: il piccolo folletto

che donasti d’un bacio e d’un confetto,

dopo vent’anni, oggi ti ritrova

in sogno, e t’ama, in sogno, e dice: T’amo!

Da quel mattino dell’infanzia pura

forse ho amato te sola, o creatura!

Forse ho amato te sola! E ti richiamo!

Se leggi questi versi di richiamo

ritorna a chi t’aspetta, o creatura!

Vieni! Che importa se non sei più quella

che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno,

o vestita di tempo! Oggi ho bisogno

del tuo passato! Ti rifarò bella

come Carlotta, come Graziella,

come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno è nutrito d’abbandono,

di rimpianto. Non amo che le rose

che non colsi. Non amo che le cose

che potevano essere e non sono

state… Vedo la case, ecco le rose

del bel giardino di vent’anni or sono!

Oltre le sbarre il tuo giardino intatto

fra gli eucalipti liguri si spazia…

Vieni! T’accoglierà l’anima sazia.

Fa ch’io riveda il tuo volto disfatto;

ti bacierò; rifiorirà, nell’atto,

sulla tua bocca l’ultima tua grazia.

Vieni! Sarà come se a me, per mano,

tu riportassi me stesso d’allora.

Il bimbo parlerà con la Signora.

Risorgeremo dal tempo lontano.

Vieni! Sarà come se a te, per mano,

io riportassi te, giovine ancora.

 

Paolo Poli legge Cocotte