«Non si deve rinunciare a raccontare belle storie, anzi bisogna riproporle volentieri». Questo è l’incipit del lai di Aristotele, un poemetto duecentesco attribuito, non senza contestazioni, a Henri d’Andeli.

Ivi si narra che Alessandro Magno, dopo aver sottomesso l’India, se ne sta inebetito e perso, soggiogato dall’amore per una bellissima principessa straniera. A corte si mormora con sdegno e disappunto contro di lui, finché Aristotele, il suo maestro, rimprovera aspramente l’allievo. Alessandro per un po’ sta lontano dall’amata, ma poi ritorna da lei, che gli propone un’ironica vendetta. «Sarete voi a biasimare il vostro canuto e smorto maestro…dialettica e grammatica gli gioveranno gran poco contro di me…vedrete Natura attaccarlo e privarlo di tutto il suo senno e il suo sapere.»

Il giorno dopo lei va nel giardino sotto la torre di guardia. Sa che Aristotele può vederla dalla finestra del suo studio. E’ un mattino d’estate, ha indosso solo la camicia, i piedi sono nudi, «ad abbellirla basta la sua lunga e grossa treccia bionda». Intona ripetutamente un canto e Aristotele smania per il desiderio. In malo modo le afferra la tunica e per averla accetta di mettersi a quattro zampe, di tenere una sella sulla schiena e di farsi cavalcare da lei.

Alessandro lo sorprende così, mentre sta gattonando in giardino. Aristotele si difende con una retorica abile, ma non del tutto convincente: «Ciò che ho appreso e letto, Natura me lo ha distrutto in un attimo…se non sono riuscito io, pur contro la mia volontà, a evitare una così enorme follia, tanto meno vi riuscirete voi, e la cosa vi procurerà danno e disprezzo». Alessandro ridendo lo perdona e ottiene da lui il permesso di esaudire i propri desideri.

Fra l’inizio del XIII e la fine del XV sec. ci sono pervenute tredici versioni della leggenda che va sotto il nome di Aristotele cavalcato da Fillide. Numerosissimi i documenti iconografici, anche di epoche posteriori. La vicenda suggerisce interpretazioni diverse, una molteplicità di letture che sta probabilmente all’origine della sua fortuna. Tra le più interessanti, quella che ne sottolinea l’allegria dissacrante, liberatoria e leggera. Senza compiacimento maligno si vede riconosciuto un mondo fisico che resiste a ogni sua intellettuale cancellazione. Ma c’è anche l’irrisione rivelatrice dei limiti del sapere e di ogni auctoritas autocompiaciuta e autoreferenziale.

Eppure Aristotele doveva sapere la sorte che lo attendeva. L’aveva scritto nella Poetica che il comico fa parte del brutto, che è una sorta di errore, una bruttezza senza sofferenza e senza danno. Sorvolando sul danno, almeno all’immagine del maestro, il comico entra così a pieno diritto nell’ambito dell’estetica, ma fatica a trovarvi una sistemazione.

Critici e filosofi ne hanno inutilmente cercato una definizione accostando o contrapponendo il termine a quello di ironia e di umorismo, hanno scavato attorno alle radici fisiologiche, inconsce, dionisiache del riso, senza riuscire a trovarne l’origine (l’origine della commedia rimane oscura, aveva avvertito lo stagirita). Forse non ci resta che la via di una definizione in negativo, come indicato da un filone dell’estetica ottocentesca: comico e umorismo sono allora il sublime rovesciato. Ne abbiamo il vantaggio di aprire più un ambito di possibilità di ricerca che l’individuazione di un’essenza.

Del resto comico, umorismo, arguzia - agudeza, wit, Witz - hanno il pregio di trattare dell’effimero e del contingente, del quotidiano, del minuscolo, del basso, e da questo particolare punto di vista costruiscono metafore che collegano, saltando molti passaggi, cose lontane, colgono in esse legami che non si lasciano trasferire sul piano analitico.

Il filosofo - se mai ce ne sia più uno - dovrà allora guardarsi intorno, scoprire le letture del collega che si occupa di poesia o di scienza, per evitare di fare la fine del gatto che lo spilorcio inglese, invece di nutrirlo, spalmava di grasso e che doveva leccarsi tutto il giorno per sopravvivere (Jean Paul). E chiedere a tutti se c’è qualcosa da ridere.

Luisa Bertolini e Barbara Ricci