[numero 16 - aprile 2018]

La Bowl Chair, letteralmente sedia ciotola, è un oggetto di arredo progettato da Lina Bo Bardi (Roma, 1914 – San Paolo, Brasile, 1992) nel 1951, poco dopo il suo arrivo in Brasile, nello stesso anno in cui ottiene la cittadinanza brasiliana per naturalizzazione e realizza la Casa de Vidro, una delle sue opere architettoniche più famose. La sedia è stata di recente (2013) riprodotta dall’azienda Arper in edizione limitata di 500 pezzi, attraverso un processo di produzione industriale condiviso con l’Istituto Lina Bo e Pietro Maria Bardi, per garantire la corrispondenza con le originali idee dell’architetto italo-brasiliano sulla produzione e standardizzazione industriale nonché sulla produzione artigianale.

Iscritta tra le icone del design del XX secolo, grazie alla sua capacità volumetrica di costruire lo spazio che occupa e che la circonda, la Bo Bardi Bowl chair può essere letta ed interpretata quale paradigma della filosofia progettuale di Lina Bo Bardi, che si basa sulla ricerca continua di corrispondenza tra essenzialità della forma e funzionalità, accompagnata da uno spirito umanista che si traduce nella capacità di rinnovare e innovare il razionalismo per porre l’uomo al centro del progetto.

L’oggetto di design declina il tema progettuale del passaggio dal segno al disegno, dalla forma-archetipo alla forma-oggetto, senza mai tradire la relazione con l’uomo, sia dal punto di vista metrico, nella ricerca delle proporzioni, che da quello psicologico, nella risposta ai suoi bisogni. Attraverso l’insistenza sulla purezza dei volumi e delle forme, di origine leonardesca e rinascimentale, specie per l’uso del tema del cerchio e del quadrato e della loro quadratura, la Bowl chair diventa trade union tra il design italiano degli anni ’50 e il processo di modernizzazione del Brasile, e consente di leggere l’evoluzione e la continuità delle forme nel tempo e nello spazio.

La sedia è anche un emblema della volontà di Lina Bo Bardi di creare oggetti e architetture per la libertà dell’uomo, libertà che si esprime nelle infinite possibilità di movimenti della scocca. Libertà di espressione e di immaginazione, di movimenti e posizioni che si accordano all’uomo e rispondono all’uomo, secondo il pensiero antropologico sviluppato da Lina Bo Bardi negli anni brasiliani, che la porterà ad affermare che non c’è architettura senza l’uomo che l’attraversa.

Da queste prime note emerge la complessità della personalità della progettista italo-brasiliana, che per molti aspetti rimane meno chiara della sua produzione architettonica e di designer. Achillina Bo nasce a Roma nel 1914. Dopo la laurea in architettura conseguita nel 1939, si trasferisce a Milano ed entra in contatto con personalità di spicco del panorama architettonico, tra cui Gio Ponti (1891-1979), fondatore nel 1928 della rivista "Domus", e nel 1941 di "Lo Stile nella casa e nell’arredamento" (ribattezzata subito in "Stile"), rivista estremamente raffinata pubblicata fino al 1947, che - come scrive Ponti nell'editoriale del primo numero della rivista del gennaio 1941 - vuole dare «indicazione di opere d’architettura e d’arredamento, e anche di disegni, e di opere di pittura e di scultura», e alla quale Lina Bo darà grande contributo come redattrice. Quelli milanesi sono gli anni della guerra, in cui, se da un lato la progettazione e la produzione architettonica sono come paralizzate dagli eventi bellici e dalla crisi economica, la rivista "Stile" dall’altro diventa punto di incontro, di scambio e di vivacità intellettuale e progettuale per personalità quali Giorgio De Chirico (1888-1978), Lodovico Belgiojoso (1909-2004), Agnoldomenico Pica (1907-1990), Filippo De Pisis (1896-1956), Massimo Bontempelli (1878-1960), Carlo Pagani (1913-1999), e il giornalista e critico d’arte Pietro Maria Bardi (1900-1999), che diventerà marito di Lina Bo nel 1946.

I contatti con tali esponenti del mondo dell’avanguardia artistica e letteraria e l’attività di redattrice di rubriche di altre riviste dedicate al mondo femminile e della casa, come "Grazia", influenzeranno Lina Bo Bardi, il suo modo di disegnare e concepire l’oggetto di arredo. È in queste esperienze che possiamo rintracciare la genesi progettuale della sua opera, o quanto meno una parte di essa, se l’altra è riconducibile agli anni brasiliani. Nel 1946 Lina Bo Bardi si trasferisce in Brasile, ne abbraccia la cultura e le problematiche sociali, tenta di dare una risposta alle nuove esigenze mettendo sempre l’uomo al centro. «Emerge un profilo molto articolato: una donna interprete del suo tempo, immersa in due modernità e in due avanguardie», quella italiana e quella brasiliana. «Una sintesi originale di illuminismo, che intende l’arte e l’architettura una sapiente mescolanza tra razionalismo delle forme e culture popolari, tra tecniche dell’ingegneria e saperi artigianali, capace di esprimersi con le figure e i materiali della vita quotidiana» (CRICONIA 2014, p. 6)

Gli interessi della progettista sono quindi trasversali e vanno dalla critica d’arte, alla politica, dalla progettazione all’impegno redazionale, mentre il suo spirito si caratterizza per un forte aspetto umoristico e ludico che si ritrova oltre che in molti suoi progetti, anche nello stile giocoso dei suoi disegni. Come quelli per la Bowl chair (immagine n. 1), in cui Lina si diverte nell’accostare colori e fantasie, ad immaginare un gioco compositivo, l’oggetto moltiplicato in una visione prospettica che lo riduce al sempre più piccolo e pur ancora riconoscibile, e che si trasferisce al gioco del movimento. La scocca non è fissa, può muoversi liberamente, e assumere posizioni diverse a seconda delle necessità del fruitore. Da poltrona a culla, con tutte le infinite declinazioni intermedie, solo grazie alla rotazione più o meno accentuata della semisfera rispetto al riferimento orizzontale del pavimento, o della struttura metallica che la sostiene.

La complessa idea che sottende questo semplice oggetto, nato dalla scomposizione e ricomposizione di forme archetipiche, è legata alla formazione di Lina Bo Bardi e alle sue profonde convinzioni circa il ruolo e i caratteri dell’arredamento: «Forniture also has its morality and its reason for beings in its own times. The copy of past styles, frills and fringes, are indicators of inchoerent mentalities, out of morality of life» (FERRAZ 1994, p. 76).

Libera da «frills and fringe», ossia «fronzoli e frange», La Bowl Chair è composta da soli due elementi, una struttura di metallo semicircolare a cui sono saldate quattro gambe, in pianta il tutto ricondotto ad un cerchio ed un quadrato, e una scocca semisferica - in pelle nera nella originaria versione, poi declinata in altri colori e materiali – che, non essendo fissata ma solo appoggiata alla struttura di supporto, può essere diversamente inclinata o addirittura staccata dal supporto per entrare in diretto contatto con il suolo (immagine n. 2).

Come nelle opere puriste di Le Corbusier (1887-1965) le parti della sedia, ridotte nel numero e semplificate nella forma, assemblate tra di loro per ricostruire l’unità dell’oggetto, sempre scomponibile nelle sue sottocomponenti (segno e sottosegno), diventano «oggetti a reazione poetica» (GIRARDI 2004, pp. 92-98). Ma la rivoluzione rispetto all’avanguardia corbusiana sta in ciò che ora la reazione non avviene più nello spazio bidimensionale della tela, bensì nella tridimensionalità del volume occupato dalla poltrona, che instaura relazioni poetiche, nel senso di estetiche, e poietiche, nel senso progettuale, con l’intorno spaziale e con il soggetto fruitore.

Elemento fondamentale del “concetto” compositivo di questa rivoluzionaria seduta è, come anticipato, il rapporto che si instaura tra l’oggetto e il soggetto utilizzatore, l’uomo, che può letteralmente “piegare” la sedia alle sue esigenze. La Bowl chair non «modalizza il riposo del corpo» (BAYERT-GESLIN 2017, p. 87) in via definitiva, come accade per la maggior parte delle sedute, ma offre all’utente la possibilità di moltiplicare all’infinito sia la modellizzazione del riposo che la “mediazione dell’uomo al suolo” (immagine n. 3).

Anne Beyaert-Geslin (2017), in un recente saggio in cui studia il significato dei mobili, prendendo come paradigma di riferimento o pre-testo le sedie, per condurre la speculazione sul piano della grammatica e della semiotica generale del design, chiarisce che l’oggetto d’uso, per configurarsi come oggetto di design, deve essere caratterizzato sia da una istanza pratica (oggetto del fare) sia da una istanza estetica (oggetto da contemplare). La differenza che intercorre tra oggetto di design e oggetto d’arte, se non si misura più sul parametro prettamente estetico, viene ricondotta al parametro del numero e quindi alla dialettica tra unicità dell’opera d’arte, facendo comunque salve tutte le acquisizioni introdotte da Benjamin (1936) circa la riproducibilità tecnica dell’opera, e la molteplicità propria dell’oggetto di design legato alla produzione industriale.

Nel caso della Bowl chair, il prioritario senso pratico dell’oggetto domestico (l’oggetto deve servire a qualcosa), ha lo stesso peso del senso estetico (che attiene al campo dell’oggetto d’arte), qui tradotto e riconoscibile nella ricerca della forma razionale, pura ed essenziale, capace di rispondere alle nuove domande poste dalla modernità. Per quanto attiene il rapporto unicità/molteplicità (DE FUSCO 2005, pp. 21ss.), nel caso della Bowl chair esso è reso più complesso poiché la generalità e serialità (molteplicità) di produzione va ad associarsi alla possibile individualità d’uso (unicità) da parte dell’utente che trasforma continuamente l’oggetto. La soluzione adottata da Lina Bo Bardi, consente di ottenere il massimo di configurazioni con il minimo di elementi e regole combinatorie, materializzando così uno dei capisaldi della linguistica e della semiologia applicate al design. La modernità archetipica del processo compositivo della Bowl chair e la razionalità “giocosa” che lega forma e funzione, proiettano l’oggetto in una dimensione di contemporaneità permanente, la stessa in cui si esplica la ricerca di risposta ai bisogni dell’uomo.

 

Bibliografia

ANELLI Renato, CARBONCINI Anna, CORREIA Marina et al. (2014), Lina Bo Bardi 100: Brazil's alternative path to modernism, Hatje Cantz, Osfildern

BAYERT-GESLIN Anne (2017), Semiotica del design, Edizioni ETS, Pisa

BO BARDI Lina (1995), L’impasse del design. L’esperienza del Nordest del Brasile, Milano, Charta, 1995

BO BARDI Lina (2014), Tutto quello che volevo era avere Storia, in “Domus”, n. 986, dicembre 2014, pp. 1-5

CRICONIA Alessandra (a cura) (2014), Lina Bo Bardi 1914-1992. Un’architetta romana in Brasile, Prospettive, Roma

DE FUSCO Renato (1994), Dall’architettura al design, Utet, Torino.

DE FUSCO Renato (2005), Una semiotica per il design, Franco Angeli, Milano.

DE FUSCO Renato (2012), Filosofia del design, Einaudi, Torino.

DE FUSCO Renato (2012), Storia del design (1985), Laterza, Bari 2012.

FERRAZ Marcelo Carvalho (a cura) (1994), Lina Bo Bardi, Charta, São Paulo.

GALLO Antonella (a cura) (2004), Lina Bo Bardi architetto, Marsilio, Venezia.

MANETTI Giovanni (2013), In principio era il segno. Momenti di storia della semiotica nell’antichità classica, Milano, Bompiani, 2013, specie cap. 11, Da Agostino a Saussure, e ritorno. Modello inferenziale ed equazionale del segno tra antichità ed epoca contemporanea.

MIOTTO Laura, NICOLINI Savina (1998), Lina Bo Bardi. Aprirsi all’accadimento, Arte&Immagine, Torino.

ROSTAGNI Cecilia (a cura) (2016), a cura di, Gio Ponti. Stile di Franco Albini, Asnago e Vender, BBPR, Melchiorre Bega, Luigi Carlo Daneri, Adalberto Libera, Giuseppe Pagano, Paniconi e Pediconi, Mario Ridolfi, Giuseppe Vaccaro , a cura di, Electa Architettura, Milano.

 

Sitografia

https://cultureofdesign.wordpress.com/2015/05/06/lina-bo-bardi-by-marie-clement-rasmussen/ (consultato il 15 marzo 2018)

http://www.metropolismag.com/design/lina-bo-bardis-classic-bowl-chair-reissued/ (consultato il 20 marzo 2018)

PIRAZZOLI Giacomo (2014), 100 anni di Lina Bo Bardi, In Domus, 4 dicembre 2014.

https://www.domusweb.it/it/architettura/2014/12/05/lina_bo_bardi_100_years_young.html (consultato il 20 marzo 2018)

https://bardisbowlchair.arper.com/ (consultato il 4 marzo 2018)

http://www.gioponti.org/it/archivio/scheda-dell-opera/dd_161_5969/rivista-stile (consultato il 7 aprile 2018)

http://design.repubblica.it/2016/06/07/lo-stile-e-il-gusto-italiano-secondo-gio-ponti/#1 (consultato il 7 aprile 2018)

http://www.artribune.com/progettazione/architettura/2015/03/lina-bo-bardi-esperimenti-di-editoria/ (consultato il 7 aprile 2018)

 

1. Bardi’s Bowl chair, 1951. Lina Bo Bardi, Perspectives, Graphite and watercolor on paper, Istituto Lina Bo e P. M. Bardi, Sãn Paulo, Brazil

2. Lina Bo Bardi in Bardi’s Bowl, 50s. Credits: Francisco Albuquerque. Istituto Lina Bo e P. M. Bardi, Sãn Paulo, Brazil

3. Bardi’s Bowl, 1951. Lina Bo Bardi, schetches. Graphite and hydrographic pen on paper 31,3 x 21,4 cm. Istituto Lina Bo e P. M. Bardi, Sãn Paulo, Brazil