Edizioni ETS, Pisa, 2018

 

Leggendo il libro di Corrado Lavini Ippocrate alla berlina, la domanda che fin da subito prende forma nella mente del lettore è: perché tanto accanimento? Per quanto l'esperienza quotidiana di ciascuno di noi ci abbia portato a contatto con avvocati trasandati, idraulici idrofobi, commercialisti opportunisti e docenti indecenti, nessuna categoria sembra essere stata messa sotto la lente di ingrandimento e dissezionata quanto quella dei medici. Un inesauribile catalogo di frecciatine, insulti, accuse tra le più svariate va dipanandosi pagina dopo pagina, secolo dopo secolo, da Esopo a Collodi, da Marziale a Molière, e l'obiettivo è sempre il medesimo: il medico, il signor Dottore. Cialtrone, incompetente, presuntuoso, arrogante, avido, esoso, cinico, inutilmente pomposo e quantomai oscuro nel suo eloquio, infarcito immancabilmente di latinorum.

L'autore in effetti suggerisce la risposta fin dalle prime pagine, indicando nell'oggetto particolare della scienza medica, o presunta tale, il motivo di tale accanimento: con la salute non si scherza e un errore anche banale può avere delle conseguenze disastrose. Si aggiunga a questo che per secoli la medicina è stata esercitata sulla base di conoscenze imprecise quando non del tutto errate e il risultato che si ottiene è il fiorire di proverbi, epigrammi, commedie, incisioni, caricature contenenti messaggi satirici più o meno forti tutti raccolti in questo volume. Due divertenti capitoletti sono dedicati rispettivamente l'uno ai proverbi e ai detti popolari («salassalo e purgalo, se muore seppelliscilo», p.18) e l'altro agli aforismi e agli aneddoti. Un esempio per tutti: lapidario, nello stile asciutto e feroce dell'umorismo inglese, Winston Churchill scrive:

Una mela al giorno toglie il medico di torno. Basta avere una buona mira (p. 26).

Un capitolo più corposo è invece dedicato alla satira medica in letteratura. Qui la produzione si fa pressoché sterminata – leggere per credere – e lambisce quasi l'intero tempo della scrittura umana, dal Talmud a Virginia Woolf e oltre. Autore particolarmente fecondo sul versante della satira contro i medici del suo tempo è il già citato Molière, che ne ha fatto il leitmotiv di ben sei sue commedie, la più nota delle quali è naturalmente Il malato immaginario. Il Dottor Purgone e il Dottor Diaforius (o Diaforetico in alcune traduzioni), fin dai loro nomi evocano l'anacronismo e la futilità di pratiche che venivano propinate indiscriminatamente ai pazienti, in assenza di possibilità diagnostiche vagamente credibili nonché di terapie davvero efficaci. Molti certamente ricorderanno il Corvo, la Civetta e il Grillo parlante, esimi scienziati convocati dalla Fata dai capelli turchini al capezzale di Pinocchio per sapere se il povero burattino fosse vivo o morto: il dialogo tra il Corvo e la Civetta è surreale. Si salva solo il Grillo parlante, grazie proprio a quell'umiltà che sembra essere dote sconosciuta alla maggior parte dei medici: «Io dico che il medico prudente, quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto» (p. 70).

Ma cosa ce ne facciamo di un medico che tace e che non è capace di guarirci? Oggi più che mai la società sembra essere dominata dall'ossessione della salute perfetta, quindi la domanda di soluzioni, di farmaci, di terapie, di rimedi ad ogni problema è cresciuta a dismisura. E in effetti in questi ultimi decenni la medicina ha fatto passi da gigante, ha sviluppato tecniche di diagnosi e di cura ai limiti dell'immaginazione umana, ma rimane pur sempre un sapere imperfetto. Questa imperfezione deve forse essere, entro certi limiti, compresa e tollerata: ciò che ai medici non si può perdonare è però l'opportunismo e la malafede. Laddove una persona, in virtù del proprio titolo e del proprio sapere, approfitti della debolezza e della paura altrui e usi il proprio potere per arricchirsi, per acquistare prestigio sociale o per esercitare forme di controllo intollerabile sul cittadino, la satira non basta più. E qui il nostro autore cita Ivan Illich e il suo corrosivo La nemesi medica.

Il lavoro è una ricognizione rigorosa sulla medicina contemporanea in cui demitizza l'istituzione medica, denunciando l'estrema medicalizzazione della società e la gestione professionale del dolore e della morte. La nemesi medica è la vendetta, la minaccia per la salute quale conseguenza di una crescita eccessiva dell'organizzazione sanitaria (p. 81).

Tornando poi subito alla satira vera e propria, Lavini assembla altri due capitoli molto ricchi: uno dedicato a dipinti, incisioni, caricature; l'altro dedicato al “Bel canto” e al cinema. In Così fan tutte, Mozart, o meglio il suo librettista Da Ponte, fa travestire da medico la cameriera Despina, la quale, utilizzando abilmente termini astrusi e gesti misteriosi, si guadagna il rispetto e l'ammirazione di tutti, che concludono senz'altro «ah, questo medico vale un Perù!» (p. 133). Altro esempio celeberrimo è il personaggio di Dulcamara, nell' Elisir d'amore di Donizetti: un ciarlatano coi fiocchi capace di vendere «una vera panacea per tutti i mali, potendo guarire i crucci della vecchiaia, ma anche quelli d'amore, le paralisi, il diabete, il mal di fegato, le scrofole... e con indiscusse proprietà topicide ed insetticide» (p. 138).

Sul fronte cinematografico, vale la pena citare, tra gli altri, due film con protagonista Alberto Sordi che hanno stigmatizzato in modo esemplare l'arrivismo sfrenato, la sete di denaro e il cinismo di certa professione medica: Il medico della mutua (1968) e Il prof. dott. Ugo Tersilli, primario della Clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue (1969), che rappresentano a buon titolo la summa di tutti i difetti imputati per secoli alla categoria. Una rappresentazione peraltro assai poco edificante, che suscita sì la risata, ma la risata amara. Il dott. Tersilli è un uomo divorato dall'ambizione e dalla volontà di arricchirsi, un uomo meschino, avido, corrotto, insomma il medico che mai nella vita vorremmo incrociare, ma assolutamente visionario:

Quando tutto il mondo sembra crollargli addosso, ha un'intuizione geniale, e da vero uomo d'affari trasforma la clinica in un centro di medicina estetica, identificandolo con lo slogan: “La vecchiaia e la bruttezza sono malattie dalle quali si può e si deve guarire” (p. 144).

Geniale davvero alla luce di quello che sta accadendo in questi tempi in cui il delirio dell'immortalità e della perfezione sembra averci fatto scordare il senso del limite e della nostra finitudine...

E oggi? Secondo Lavini oggi «la medicina ha guadagnato rispettabilità, trasformandosi in una disciplina moderna, efficiente e risolutiva» (p. 165), sottraendosi quindi agli strali della satira, che sembrano invece indirizzarsi contro le storture dell'organizzazione ospedaliera e la burocratizzazione della pratica medica. Sembra non esserci più posto per i medici ritratti dalla Commedia dell'arte come panciuti parolai pieni di boria, dispensatori di rimedi miracolosi. Nell'immaginario collettivo il medico ha assunto piuttosto le sembianze del fascinoso dott. Ross, un giovane Clooney nella serie americana E.R. Medici in prima linea, o del poco convenzionale, ma non meno intrigante dott. House, nella serie omonima, interpretato da Hugh Laurie. La realtà, come al solito, è più prosaica e, come in tutte le categorie professionali, esistono medici scrupolosi, empatici, preparati ed altri meno. Non pretendiamo che siano migliori di noi, ma per favore neanche peggiori. Quindi speriamo che l'autore del nostro libro non debba aggiungere, la prossima volta, un nuovo capitolo dedicato alla satira involontaria ricavabile da notizie di cronaca come questa:

Medici in ferie e pazienti trasferiti: il reparto è chiuso per la festa del primario ("La Stampa", 9 luglio 2018).

P.S.
Da un sondaggio d'opinione condotto da me personalmente su un ristretto campione di persone esercitanti la professione medica (una: mio padre), ho ricavato il seguente risultato: il difetto peggiore in un medico è la presunzione. Segue dibattito...