Grande impresa, disegno, arduo lavoro:
O muse, voi dall’Eliconie cime
a me scendete, il vostro aiuto imploro:
datemi vago stil, carme sublime:
antica lite io canto, opre lontane
[...]
Vennero al campo, e se non è mendace
il grido che tuttor va per la terra,
questa l’origin fu di quella guerra.

(LEOPARDI 1988, p. 420)

La guerra che il poeta si prepara a celebrare è quella fra i topi e le rane: allegorici animali dietro i quali si cela il volto scherrnito dei Greci e dei Troiani, le cui gesta belliche erano state cantate dagli antichi aedi. Perché deriderli? Forse – azzardiamo – perché se la letteratura nasce con l’epica, sua gemella alla nascita sarà la parodia; forse perché nessuna voce può conoscersi se non sperimenta tutte le sue corde: da quelle eroiche dell’epica a quelle eroicomiche della parodia. E così non potrebbe esistere una Iliade senza che una Batracomiomachia ne potesse riprodurre l’eco rovesciato.

Il fascino esercitato dalle due opere nei secoli non ha uguali: nel mondo occidentale diversi sono gli autori che si sono cimentati con la loro traduzione. Fra questi Leopardi, che già nel 1815 completò una prima traduzione della Guerra dei topi e delle rane, da cui poi si lasciò ispirare per scrivere una ideale e fittizia continuazione del testo, i Paralipomeni alla Batracomiomachia, con la quale da un lato fece il verso alla moda letteraria diffusasi fra Settecento e Ottocento di dichiarare il ritrovamento di un manoscritto antico contenente testi ignoti da tradurre al grande pubblico, dall’altro espresse il suo disincanto verso i moti rivoluzionari di inizio Ottocento e la situazione italiana ed europea dopo la Restaurazione.

La verve comica dell’opera, poco apprezzata dalla critica di stampo crociano, la rende uno dei punti più alti della produzione satirica leopardiana e un raffinato esempio di come la letteratura possa ridere prima di tutto di se stessa e poi della storia e dei miti identitari che, attraverso di essa, ci costruiamo.

Se in Occidente lo pseudo-Omero prima e Leopardi poi si immaginano rane e topi che guerreggiano fra loro, in Oriente i pittori ukiyo-e o “del mondo fluttuante” danno vita a rappresentazioni parodistiche di episodi chiave della storia giapponese. Fra gli artisti ukiyo-e, che con le loro stampe dilettano il pubblico con rappresentazioni irriverenti, vi è Utogawa Hiroshige (1797- 1858), autore di più di quattrocento incisioni, che coinvolgono generi differenti e che con il loro originale tratto stilistico riuscirono a conquistare il favore sia del pubblico giapponese che di quello europeo, il quale nel XIX secolo incominciò a manifestare curiosità e ammirazione verso l’arte orientale.

Ed è proprio a Hiroshige e al giapponismo che è stata dedicata a Roma, presso la Scuderia del Quirinale, un’ampia retrospettiva che ha ripercorso la feconda carriera del maestro e l’influenza da lui esercitata sul nuovo immaginario impressionista di Degas, Van Gogh, Toulouse-Lautrec, i quali tentavano percorsi originali di espressione dell’io attraverso il paesaggio. Hiroshige, infatti, è noto soprattutto come autore paesaggista: le sue serie Cinquantatré stazioni di posta del Tokaido o Cento vedute di luoghi celebri di Edo ne hanno consacrato il successo di artista sensibile e capace di ispirare con il suo uso delle linee e dei colori un’osservazione meno banale del reale.

La realtà di Hiroshige sembra essere frutto di uno sguardo grandangolare che aspira a cogliere dettagli inconsueti e a collocarli in rappresentazioni spaziose, per dare l’abbrivio a narrazioni fluide e iconiche del mondo. Una fluidità narrativa che, spesso, sfocia in vertiginosi e rapidi accostamenti di scene che scorrono l’una accanto all’altra come vivide sequenze fumettistiche. Un mondo fluttuante, appunto, nel quale figure umane, animali e oggetti sono ritratti in modo scherzoso, grottesco e parodistico, secondo canoni estetici desueti nel mondo occidentale. Le incisioni che si ascrivono a questo genere sono state realizzate fra il 1840 e il 1854 e ad esse è dedicata una sezione della mostra intitolata Parodie e umorismo che, come sottolinea la curatrice del catalogo Rossella Menegazzo, «spazia in tutti gli ambiti del gioco visivo» (MENEGAZZO 2018, p. 167). Colpiscono le sequenze degli attori delle ombre cinesi mentre mimano gli elementi naturali, oppure quelle delle figure del teatro nei panni di commercianti e clienti: i livelli di finzione mimetica sembrano potenziati dalla mano che li immortala per offrirli nuovamente al pubblico, sempre desideroso di momenti ludici da vivere direttamente o da osservare indirettamente. Oppure da rinnovare nella memoria: ed è questo il caso della “batracomiomachia” giapponese.

Eccola prendere vita sotto forma di lanciatori di palline di riso e sake nel quadro Taiheki. Mochisake tatakai (Cronache della grande pace. La battaglia tra palline di riso e sake, 1843-1847, 360 x 763 mm). Si dispiega ai visitatori una scena concitata in cui le figure si affastellano in un corpo a corpo multiplo che segue una climax ascendente e centripeta: nei due margini laterali osserviamo gli schieramenti disporsi alla battaglia e scendere progressivamente verso il centro dove la battaglia infuria. I momenti bellici sono enfatizzati dal rosso delle armature che si staglia sul celeste dello sfondo.

La scena potrebbe essere epica e altisonante se non fosse per le palline di riso infilzate nelle lance dello schieramento a sinistra che fronteggiano imperiose le bottiglie di sake dell’esercito opposto. Nel sovrapporsi delle figure i soldati stessi sembrano gommose palline di riso o slanciate bottiglie di sake, separate fra di loro da scritte in lingua originale che potrebbero far pensare a cartigli di commento alla scena, come in uso nei quadri occidentali, ma che in realtà corrispondono a etichette delle bottiglie stesse. Una scena, dunque, di ardua esegesi per un occhio occidentale, il quale si chiede: chi si nasconde dietro di loro?

Il riferimento parodistico è a un episodio storico celebrato dalla letteratura: la battaglia combattuta fra Ashikaga Takauji e Nitta Yoshisada nel XIV secolo, periodo contraddistinto dalle lotte per la successione all’impero. Lo scontro venne ricordato da un’opera anonima e stratificatasi nel tempo a seguito di rimaneggiamenti di più autori: la Taiheiki o Cronaca della grande pace. Essa era ben nota al pubblico giapponese, così come l’Iliade o l’episodio storico della guerra di Troia potrebbero esserlo per uno occidentale. Dunque, la scelta di Hiroshige di renderlo oggetto di una caricatura irriverente potrebbe (etnocentricamente, lo ammettiamo) essere associata alla pseudo-omerica Batracomiomachia: una forma necessaria e straniante di depotenziamento degli alti registri dell’epica che, tuttavia, ne garantisce la sopravvivenza. Come ci insegna Leopardi nei suoi Paralipomeni alla Batrocomiomachia, un ludus moderno che finge di appropriarsi della voce (pseudo)-omerica per parodiare il moderno e con esso pure le sue pretese di conoscersi attraverso l’antico:

perché le cose del topesco regno
che son per venustà da noi lontane
tanto che come appar da più d’un segno,
agguaglian le antichissime indiane,
i costumi, il parlar, l’opre, l’ingegno,
e l’infime faccende e le sovrane,
quasi ieri o l’altr'ier fossero state,
simili a queste nostre ho figurate.

(LEOPARDI 1988, p. 245).

 

Bibliografia

MENEGAZZO R. (2018), a cura di, Hiroshige. Visioni dal Giappone, Skira, Milano

LEOPARDI G. (1988), Poesie e prose, a cura di M. A. Rigoni, Mondadori, Milano