Francesco Porcelli è nato a Trani nel 1985 e vive a Bolzano da cinque anni.

Gran parte della sua ricerca espressiva è dedicata allo studio del paesaggio, delle periferie urbane e dell'architettura. Sono i luoghi il suo percorso conoscitivo privilegiato, gli spazi abbandonati dell'archeologia industriale, le presenze vuote delle rovine storiche o i profili lontani delle città. Il catalogo della mostra dedicata all'area dell'ex distilleria Angelini a Trani (2013) è una testimonianza precisa di questo lavoro che documenta con il disegno, le incisioni e i dipinti la caotica vicinanza dei relitti industriali e dei resti di un passato glorioso e remoto, entrambi aperti sul mare. E sono al centro della sua attenzione anche il luoghi letterari, in particolare quelli danteschi: le trentaquattro visioni dall'inferno di Dante sono i disegni a china su carta che raccolti insieme hanno costituito la mostra e poi catalogo Sotterraneo (2016). A Bolzano sono dedicati sei studi di ponti raffigurati tutti con un segno grafico chiaro e preciso, quattro a china su carta, un'acquaforte e una tecnica mista. La tonalità è sempre il bianco e nero e la totale assenza di colore rende più nitida l'immagine, più concentrata e asciutta, senza fronzoli e abbellimenti. Anche l'assenza completa di figure umane sembra confermare una volontà di scarnificazione del visibile, come se il paesaggio raffigurato meritasse tutta l'attenzione possibile, senza inutili distrazioni.

Bolzano è una città di ponti, divisa com'è dai fiumi, ma qui la loro consueta liturgia metaforica positiva sembra essere disattesa: i ponti sono colti più nella loro dimensione di passaggio sospeso che non in quella di raccordo fra due rive o due mondi. Quando si allude a una meta come nel caso del ponte Twenty, non c'è nulla che possa fornire un segno chiaro della presenza di un centro commerciale vicinissimo, per cui tra l'altro il ponte è stato costruito. Gli alberi spogli sono in primo piano e le lontanissime ombre che sembrano essere case respingono ai margini le possibili presenze attive e disturbanti, mentre il ponte, guardato dalla riva, ricompone la sua immobile e oscura pace. Stesso discorso per il ponte che porta al Museion, dove eccezionalmente si può intravedere una figura umana: gli edifici e il ponte sono immagini prosciugate ed essenziali, geometriche e chiuse; anche l'eccentrica casa vicina al Museion diventa un insieme di linee scure a graffio che ne ripropone comunque la disarmonia colorata, anche se in bianco e nero. La grigia sostanza del mondo viene dunque messa in primo piano, senza consolazioni e senza sconti, a tratti con una leggera e consapevole ironia, come quando l'autore usa come titolo per uno dei suoi disegni Ponte giallo, che in effetti è giallo nella realtà, ma che nella ricostruzione artistica certo giallo non è. Come se appunto anche il colore facesse parte delle possibili e inutili distrazioni che impediscono di prendere consapevolezza dell'esistente e che quindi vanno eliminate. E si tratta di un esistente che forse nasconde qualcosa di remoto e difficile, da cogliere solo nel silenzio rarefatto della riflessione solitaria, contraendo e ritraendo la soggettività emotiva che guarda e disegna. Forse è la res amissa, il dono perduto e inconoscibile delle poesie di Caproni, quando solo le cose rimangono salde e sicure fra i dis/abitanti della terra, che oscillano fra patria ed esilio.

Sono partiti tutti.
Hanno spento la luce,
chiuso la porta, e tutti
(tutti) se ne sono andati
uno dopo l’altro.

Soli,
sono rimasti gli alberi
e il ponte, l’acqua
che canta ancora, e i tavoli
della locanda […].