[numero 16 - aprile 2018]

 

Quale utilità possono recare le opere di Luciano al secolo presente, ed alla nazione degl’Italiani, pei quali è fatta questa traduzione? Credenze, sapere, costumi, lingua, tutto ora è mutato e diverso dall’antico; pure i vizi e le sciocchezze che Luciano derise, rimangono e rimarranno sempre, sebbene piglino altre forme: e la verità che egli disse, siccome non era nuova al suo tempo, così non è vecchia nel tempo nostro, e giova sempre ripeterla (SETTEMBRINI 1861, p. 167).

Con queste parole Luigi Settembrini (1813-1876) chiosa la sua celebre traduzione delle Opere di Luciano di Samosata, autore satirico vissuto tra Grecia e Roma nel II secolo d.C. È il 1858, da sette anni lo scrittore è rinchiuso nel carcere di Santo Stefano, dove sconta una condanna all’ergastolo a causa delle sue posizioni politiche antiborboniche. Con pochi mezzi materiali, sostenuto solo da una fervida intelligenza e da una vibrante passione civile, si adopera per volgere dal greco i dialoghi, le opere filosofiche, i discorsi retorici. Il compito da portare a termine è arduo: la produzione di Luciano è vasta, la traduzione in più punti difficoltosa. Impegnativa è anche la stesura dell’ampio saggio introduttivo, che mira, oltre che a dar ragione delle scelte testuali, a inquadrare l’autore nel proprio tempo, analizzando le singole opere, e ricostruendo il contesto storico, filosofico, politico e religioso da cui esse provengono. Luciano è per Settembrini l’emblema di «un intelletto che raccoglie il mondo greco a lui presente, lo conosce, lo giudica, e benché vi sia in mezzo, pure si sente pienamente libero da esso e superiore ad esso, perché non crede a nulla, e si ride di ogni cosa» (ivi, p. 50). Il filosofo si pone dunque all’interno di una corrente di pensiero negativo, che dalla Grecia si dirama nei secoli in tutta Europa, sino a permeare della sua influenza autori come Montaigne e Leopardi, per citare solo alcuni dei riverberi più celebri e proficui. Alla negatività di giudizio circa le sciocche credenze e le vuote convenzioni che tengono in scacco l’animo umano, si contrappone un’unica religione, quella dell’arte. Settembrini rileva, infatti, come «a voler vivere in questo mondo bisogna pur credere in qualche cosa: e Luciano, come greco, credeva nell’arte, della quale non rise mai: solamente si scagliò contro coloro che la guastavano e l’avvilivano: e se fu acerbo contro di questi, non è a maravigliarsene, perché gli guastavano la cosa che egli più amava ed aveva unicamente cara» (ivi, p. 67). Una concezione siffatta della vita e della letteratura avvicina Luciano a uno degli autori più rappresentativi del nostro Novecento: Alberto Savinio. Proprio Savinio firmerà infatti una nuova edizione della traduzione ottocentesca di Settembrini, pubblicata per i tipi Bompiani nell’estate del 1944.

Gli anni Quaranta segnano per lo scrittore l’avvio di una nuova fase della sua produzione, caratterizzata da una vera e propria «frenesia lavorativa» (ITALIA-TINTERRI 1999, p. 917). I libri progettati e realizzati sono numerosissimi: nel 1942 viene pubblicata la raccolta di biografie Narrate, uomini, la vostra storia, l’anno seguente è la volta dei racconti di Casa «la Vita», subito seguiti dal volume Ascolto il tuo cuore, città. Il rinnovato entusiasmo di Savinio è dovuto non solo alla oramai consolidata fiducia nei propri mezzi espressivi e alla consapevolezza del livello maturo raggiunto dalla sua prosa, ma anche agli stimoli forniti dal suo ingresso in una nuova casa editrice. Nel 1941, infatti, si formalizza, dopo «una lunga serie di sondaggi e contatti preliminari» (TINTERRI 1995, p. 968), il legame con Valentino Bompiani.

Sono anni di grande fermento anche per l’editoria italiana, tesa fra lo slancio e l’entusiasmo per i nuovi progetti e i timori dovuti all’inasprirsi della censura e ai danni morali e materiali provocati dalla guerra. L’editrice milanese, in particolare, vara in questi mesi una serie di iniziative di grande rilievo, tra cui spicca il monumentale Dizionario delle Opere e dei Personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature (1946-1950), in nove volumi più appendici, nato con l’intento di offrire ai lettori un catalogo universale di quanto scritto dagli uomini di ogni epoca e latitudine. Il lavoro intellettuale dunque non si ferma, piuttosto conosce una nuova fase del suo sviluppo. Se nel primo decennio di attività Bompiani ha privilegiato una linea saggistica, attenta all’attualità e legata agli eventi contemporanei, la guerra impone a questa tendenza un deciso ridimensionamento. L’inversione di rotta si inquadra nella prospettiva di un vero e proprio «ritorno ai classici» (PIAZZONI 2007, p. 218). Tra il 1938 e il 1943 vengono infatti varate quattro nuove collane: i «Grandi ritorni», «Centonovelle», «Corona» e «Pantheon», destinate ad accogliere i volumi più rappresentativi della storia letteraria italiana e straniera.

La realizzazione del Luciano lega la sua storia proprio a quella di «Corona», collana diretta da Elio Vittorini a partire dal 1942. In Bompiani lo scrittore approda dopo una sofferta separazione da Mondadori, resa inevitabile dal rifiuto di pubblicare Conversazione in Sicilia. Il distacco è in realtà già avviato, a causa della limitata autonomia concessa a Vittorini da una casa editrice di impronta tradizionalista, attenta alle esigenze del mercato e del pubblico, poco aperta alla sperimentazione. Bompiani può al contrario garantirgli una maggiore indipendenza, una piena libertà di iniziativa. Per le sue dimensioni ridotte gli consente inoltre di seguire il lavoro sul testo in tutte le fasi della sua produzione e promozione. Sotto la direzione di Vittorini nascono due collane: «Pantheon», collezione antologica fondata nel 1939 che si propone di presentare le più significative opere di narrativa, poesia e teatro della letteratura mondiale, e la già citata «Corona». Quest’ultima collana si ispira all’Universale Sonzogno, e ha l’obiettivo di proporre al lettore testi classici, favorendone un’interpretazione in chiave moderna e attualizzante. Il target di riferimento è quello di un pubblico medio, bisognoso di cultura ma non intellettuale, desideroso di ampliare il proprio bagaglio attraverso letture eterogenee e non sistematiche. Ad accomunare i titoli selezionati è dunque una scelta di «popolarità», «dinamica, moderna, antitradizionale, aperta al nuovo e all’attuale, articolata in pagine meno conosciute e non acquisite di autori classici o in (ri)scoperte di autori minori» (FERRETTI 1992, pp. 45-46).

All’obiettivo attualizzante contribuiscono [...] gli interventi sui testi e le presentazioni editoriali, e tuttavia anche le caratteristiche dei titoli in programma hanno un significato di rilievo: autori e testi del passato sono presi in considerazione per la loro potenziale «modernità» (di stile o di contenuto), che permette di consegnarli alla lettura come se fossero scritti nel presente (CADIOLI 2012, p. 78).

Lo conferma uno tra i primi volumi pubblicati, I musulmani in Sicilia di Michele Amari, opera pressoché sconosciuta ai più, destinata a fare storia per la complessa metodologia di allestimento della sua edizione. Seguono testi di autori italiani e stranieri, scelti con una libertà di iniziativa che rifugge ogni tentativo di definizione di un canone. Lo spirito fondativo della collana coincide pienamente con l’idea di classico elaborata da Savinio, che «fra i tanti meriti» della «nostra letteratura odierna» rileva:

Anche un difetto, che è una certa scarsezza e immobilità di idee e un atteggiamento troppo canonico. Il quale difetto le viene in parte da questo comportarsi dei nostri scrittori davanti ai «classici» come alcuni davanti al maestro, e dalla comunemente ammessa infallibilità dei «classici» [...] Manca così in gran parte alla nostra letteratura quello spirito ribelle che incita ad aprire nuove finestre, spalancare nuove porte, scoprire nuovi orizzonti, e che allarga, ingigantisce l’anima di una letteratura, ossia l’anima ‘maggiore’ di un popolo; e si accentua invece quel che di troppo semplice essa ha, spesso di canonico. Talvolta di purità. Aggiungo che è molto più intelligente e profittevole, e umano trattare i «classici» alla stregua dei nostri simili, ossia come uomini fallibili, che come infallibili divinità; che è anche una condizione migliore per capirli; e assieme per non metterci nella condizione di coloro che hanno per i «classici» una venerazione assoluta, ma ignorano perfettamente la loro opera (NE, p. 95).

Sin dal 1942 Savinio prende parte alle iniziative di volta in volta proposte dalla casa: suggerisce i titoli da pubblicare, realizza schede per il Dizionario dei Personaggi, cura una Prospettiva della Letteratura italiana rimasta inedita, svolge insomma a tutti gli effetti il ruolo del «letterato editore» (CADIOLI 2003 2), intervenendo nella definizione del programma culturale di Bompiani dal di dentro, costruendo un discorso coerente che collega i suoi libri a quelli degli altri. Tra i progetti realizzati si annovera anche la nuova edizione delle Opere di Luciano. L’idea è dello stesso Bompiani, che per lettera ne dà notizia a Savinio.

Caro Savinio,
ho finito in questo momento di leggere la “VERIDICA STORIA” che mi ha spassato moltissimo. Ora ti faccio queste proposte:
I – prendere la traduzione di Settembrini, schiarirla qua e là quanto occorra per togliere le pesantezze antiquate (spezzare i periodi, mettere degli a capo, togliere i “pensomi”, isolare le battute di dialogo, ecc.);
II – preparare per “VERIDICA STORIA” e per qualche altro dialogo che aggiungeremmo al volume sino al raggiungere le 200 pagine circa (riceverai fra qualche tempo i primi volumi della nuova “Biblioteca Universale” in cui rientrerà il “LUCIANO”) una serie di disegni tuoi riproducibili al tratto da intercalare al testo;
III – una prefazione da 10/20 pagine. Il tutto per un compenso adeguato.
Adesso tu rispondimi dicendomi quanto tempo ti ci vorrebbe (16 aprile 1942).

Savinio accetta con entusiasmo. Il 20 maggio scrive ancora a Bompiani: «sto lavorando intensamente al Luciano. Presto avrai il testo e la prefazione, e dopo poco i disegni» (20 maggio 1942). Il 19 giugno vengono inviate dodici illustrazioni, la prima metà del testo viene invece spedita la settimana seguente:

Oggi stesso ti spedisco 153 cartelle dattilografate del Luciano. Ho alleggerito la traduzione di Settembrini degli arcaismi insopportabili, ma trattandosi di una traduzione famosa e del resto molto bella e molto fedele, come ho riconosciuto confrontandola con l’originale, non ho voluto strafare.
Ci sono dei passaggi scabrosi: parte li ho cancellati addirittura, parte li ho circondati con la matita e segnati in margine con un punto interrogativo. Io credo che bisogna toglierli. Giudica te.
Rimangono 152 cartelle, che mi sto rivedendo ora e che ti manderò a giorni.
In tutto dunque saranno 305 cartelle: troppe per un volume della collezione Corona. Ma dalla composizione potremo vedere quante pagine dovremo togliere. Per il titolo io direi di mettere: Una Storia Vera. Che te ne pare? Rispondimi.
Prestissimo ti manderò anche la prefazione, che io mi sto lavorando (22 giugno 1942).

La lettera attesta come in una prima una prima fase lo scrittore si dedichi alla selezione dei testi, da ritagliare all’interno di un corpus vastissimo, secondo un criterio di scelta che privilegia le pagine meno note dell’opera di Luciano. Inizialmente concepito in un unico volume, il libro viene invece sdoppiato in due tomi. Il primo, Dialoghi e saggi, è comprensivo di: Il giudizio delle dee, Dialoghi dei morti, Encomio della moscaDell’ambra o dei cigni, I longeviDella Dea Siria, Della morte di Peregrino, Il naviglio o i castelli in aria. Il secondo tomo raccoglie, oltre al romanzo d’avventura Una storia veraAlessandro o il falso profetaIl Menippo o la negromanzia, Icaromenippo o il passanuvoli, Lucio o l’asino. A proposito di questa selezione è lo stesso Savinio a dichiarare: «la nostra scelta ha tenuto conto di questo ingiusto e ingiustificabile passaggio dalla luce al buio ed è intesa a portare luce anche là dove era buio più fitto» (SAVINIO 1944, p. 34). L’indice è allestito tenendo conto del genere di appartenenza di ogni testo, la cronologia è invece esplicitata nelle note introduttive.

Terminata la selezione Savinio si dedica alla revisione della traduzione, come auspicato dallo stesso Bompiani. È una «ripulitura» «discreta» (CONDELLO 2014, p. 41), che non intacca la sostanza espressiva del testo di Settembrini. Un puntuale confronto tra le due versioni dimostra infatti la limitata estensione degli interventi, per la maggior parte finalizzati a un alleggerimento del dettato, con l’emendazione di quegli «arcaismi insopportabili» (22 giugno 1943), che avrebbero appesantito e rallentato la lettura. Le principali modifiche sono dunque di natura formale. Si procede alla sostituzione di parole desuete con sinonimi più attuali: «selvaggiume» passa a «selvaggina», «vago» diventa «curioso», «rancurarsi» «rammaricarsi», «stucco» «stufo». Vengono sistematicamente eliminate le forme elise: «se’ingiusto» diventa «sei ingiusto», «de’Troiani» passa a «dei Troiani». La -d eufonica tra vocali diverse viene espunta. Vengono adeguate all’uso moderno anche le forme verbali. Le desinenze in -a della prima persona singolare passano a -o («era caduto» diventa «ero caduto»), il condizionale in -ia passa a -ebbe («troveria» diventa «troverebbe»). Le forme univerbate con pronomi vengono sciolte: «duolmi» diviene «mi duole», «fuggissene» diventa «se ne fuggì». Gli stessi pronomi personali vengono ricondotti alle varianti di uso più comune, o addirittura espunti ove non necessari. Osservando globalmente le correzioni emerge dunque una volontà di «“lucianizzare” al massimo questa versione italiana di Luciano, il quale, come scrittore “della fine”, era il più prosatore dei prosatori e tirava più a dire che a cantare». Lo scopo non è, infatti, quello di «ammodernare la bellissima prosa di Luigi Settembrini», quanto piuttosto di permettere alla lingua dell’autore di giungerci in tutta la sua freschezza e vitalità (SAVINIO 1944, p. 36).
Limitati sono anche gli interventi sull’interpunzione. Savinio decide di lasciarla pressoché intatta, giustificando questa scelta nell’ Introduzione:

In un primo tempo pensai di semplificare la punteggiatura di Settembrini […] poi intesi meglio il «perché» di quella punteggiatura così fitta, quel mettere i periodi, le frasi, le parole in altrettante gabbiette, quel dare alla prosa per l’occhio un aspetto di piccolo labirinto, quella ornamentazione rococò fatta con virgole, punti, punti e virgole, due punti, quel senso diverso che allora si dava al punto e virgola e ai due punti; e mi determinai a rispettare quel gioco per la sua singolarità, per la sua arcaicità, per il suo sapore ormai perduto (ivi, p. 42).

Il lavoro prosegue con la stesura di una lunga prefazione. Lo scrittore si rivolge direttamente a Vittorini per concordare alcuni dei punti da trattare nel testo, che funge non solo da introduzione all’opera di Luciano, ma si configura come vero e proprio saggio critico. L’aspetto informativo è soddisfatto con l’efficace e divertente espediente di un incontro in riva al fiume tra i due autori, durante un’allegra «biciclettata» (ivi, p. 23):

Caro Vittorini,
oggi stesso ti spedisco in plico raccomandato la prefazione del Luciano. Vedrai che a un certo punto io fingo di incontrarmi con Luciano il quale mi racconta la sua vita, dopo di che ho inserito un pezzo di Luciano, Il Sogno, che è un pezzo autobiografico, togliendolo dalle bozze. La prefazione va composta in corsivo, meno il pezzo intercalato che va lasciato in tondo così com’è. Ti prego di raccomandare al proto la massima attenzione. Nella prefazione, fra testo e note, ho cercato di dire quanto si può dire di Luciano, e della vita, e delle opere, e delle opere spurie. Credi necessaria una nota bibliografica delle opere che parlano di L. e un elenco completo delle opere di L.? Scrivimelo e te li manderò. Se tardo a rimandarti le bozze corrette, è perché aggiungo a piè di pagina molte note. Vado avanti anche con i disegni (8 febbraio 1943).

È un’idea che a Vittorini sembra felicemente riuscita e, nonostante qualche rallentamento derivante dalle difficoltà di spedizione delle bozze e di trascrizione dei caratteri greci, il libro può dirsi compiuto.
Ad arricchire i volumi è anche una serie di disegni in bianco e nero, che illustrano i punti salienti della narrazione. Per i Dialoghi vengono realizzate venti tavole, per Una storia vera trenta. Ciascun tomo presenta alla sinistra del frontespizio un acquerello a colori. Il 22 aprile 1943 il lavoro pittorico può dirsi concluso. Savinio scrive infatti a Bompiani: «aspetto le bozze del Luciano che ormai saranno pronte. Come ti dissi, sono riuscito a fare 60 illustrazioni: alcune sono dei cul-de-lampe; ho fatto anche il disegno orizzontale per la copertina: il tutto è stato già spedito da parecchi giorni a Vittorini. Ho mandato anche il riassunto pubblicitario e la frase per la fascetta» (22 aprile 1943). Non tutti i disegni verranno in realtà accolti. I cul-de-lampe che avrebbero dovuto ornare le pagine vengono eliminati, mentre per le copertine si prediligono particolari tratti da pitture greche, probabilmente per ragioni di uniformità con gli altri titoli della collana. Tutte le opere, comprese quelle inedite, sono oggi riprodotte nel Catalogo generale curato da Pia Vivarelli (ASCG, pp. 307-320). Nel volume la studiosa testimonia come una piccola parte di questi disegni sia frutto di elaborazioni precedenti, mentre la maggioranza è stata approntata tra il 1942 e il 1943 ed esposta nell’aprile del ’43 in una personale che l’artista tiene a Roma, presso la Galleria dello Zodiaco.

Nel maggio del 1944 il Luciano va in stampa, ai numeri 47 e 48 di «Corona». Savinio è piuttosto soddisfatto della riuscita del lavoro, solo un dettaglio non è di suo gradimento, e subito ne scrive a Bompiani:

Ho visto i due volumetti del “Luciano”. Sono molto graziosi. Le riproduzioni buone ma non ottime. Ho visto che alcuni disegni sono rimasti fuori. Ma perché così poco in vista la dicitura in cui è detto che prefazione, note e illustrazioni sono mie? Come dietro un velo di pudore... Ed anche errore commerciale. Perché so di alcune persone che non essendo state richiamate da altro se non dalla “solita” versione di Settembrini, non hanno acquistato il libro (7 agosto 1945).

Per lo scrittore, infatti, il volume è in toto accostabile a uno dei propri: «la mole di lavoro che io ho messo nel Luciano e l’impronta che ho dato a questo libro sono tali che il Luciano io lo potrei considerare quasi come un mio libro originale» (2 giugno 1944).
Le affinità riscontrabili tra l’opera di Luciano e quella di Savinio sono in effetti numerosissime. Punto di partenza per spiegare questa vicinanza è anzitutto la comune “grecità”. Benché Luciano abbia frequentato la corte romana e viaggiato molto nel corso della sua vita, egli rimane un uomo di mentalità greca, un greco «della fine», che interpreta la decadenza della sua civiltà, ma nel contempo è permeato dai suoi valori. Il medesimo sentimento di appartenenza è avvertito da Savinio. Lo scrittore, nato ad Atene da genitori italiani, trascorre l’infanzia nell’Ellade, prima di intraprendere i numerosi spostamenti che caratterizzeranno la sua giovinezza. Il cosmopolitismo di Savinio non è comunque sufficiente a sradicarne l’attaccamento alla terra greca, avvertita come madre universale e come culla della civiltà. Questo attaccamento si riverbera nelle sue opere, in cui l’elemento mitologico è preponderante, proprio in virtù della capacità dei miti classici di fornire un inesauribile repertorio di topoi in grado di accomunare gli uomini di tutte le epoche e le latitudini.
Dei ed eroi non sono però oggetto di museificazione, quanto piuttosto di una demistificazione ironica. Nell’opera di Savinio domina infatti la cifra del riso e della satira. Lo rileva Ugo Piscopo, tra i suoi primi e più attenti critici:

In fondo alla via su cui si è messo Savinio, sorride l’ipotesi della vita e dell’arte come giuoco, come liberazione. L’autore sente nella serietà e nel concetto canonizzato di «umanità» un segno della costrittività delle istituzioni, un modello paterno. A questo padre egli contrappone, quasi in chiave freudiana e marcusiana, l’antipadre, il divertimento, il dilettantismo, che soli possono salvare l’uomo occidentale dall’unidimensionalità avvilente e schiacciante imposta dai valori istituzionalizzati del passato (PISCOPO 1973, p. 250).

È la stessa via percorsa da Luciano, che apertamente irride i personaggi protagonisti dei suoi Dialoghi dei morti, mette alla berlina ogni dogmatismo e fanatismo, dal cristianesimo alle religioni orientali, smascherando in Alessandro e Peregrino falsi profeti e impostori. Persino le gesta mitiche dei personaggi omerici, le loro mirabolanti avventure, vengono fatte oggetto di scherzo in Una storia vera. In questa «parodia dei favolosi racconti di Ulisse alla corte di Alcinoo» (USV, Nota di A. S., p. 152) gli elementi tipici delle narrazioni di avventura sono ridicolizzati mediante un gigantismo iperbolico, che ne sottolinea le qualità di irrealtà e paradosso. Un’ancor più esplicita professione di questa “religione dell’ironia” è rintracciabile nel Menippo. Il protagonista, disceso negli inferi per ricercare quale sia il più retto modo di vivere, incontra l’indovino Tiresia. A questi espone i suoi dubbi, ottenendo un emblematico responso:

La vita dell’ignorante è la migliore e la più saggia: onde lascia di spiare il cielo, di strologare sui principi e i fini delle cose: manda alla malora i filosofi e i loro sillogismi, ché son tutte sciocchezze; e attendi solo a questo, usare bene del presente, passare ridendo sopra molte cose, non dare importanza a nulla (USV, p. 71).

In questo senso quello di Luciano, come quello di Savinio, è uno spirito autenticamente «moderno», poiché «non misticamente ispirato dai miti come Eschilo o Dante, ma cosciente della propria autonomia mentale e che liberamente e spassionatamente contempla intorno a sé il mondo sdivinizzato» (SAVINIO 1944, p. 9).

Il riso nasce anche da una necessità contingente, funge da antidoto contro le avversità. Ridere è un atto eversivo, significa rifiutare i valori dominanti, le imposizioni del potere, ma allo stesso tempo la risata ha anche una funzione consolatoria. Non bisogna dimenticare, infatti, come il Luciano sia un libro interamente progettato durante la guerra. La drammaticità della situazione vissuta da Bompiani e dai suoi scrittori emerge in più punti del carteggio. Nel maggio 1944 l’editore scrive a Savinio una lunga angosciosa lettera:

Se nei prossimi giorni accadesse un qualche fatto militare più al nord di Firenze rischieremmo di trovarci chissà quanti mesi in una specie di isola, senza contatto né con Roma né con Milano. E questo è il pericolo che io devo in tutti i modi evitare per non compromettere tutto il lavoro fatto fin qui, per restar vivo e tener vive tutte le possibilità di continuare domani nella medesima direzione. Il mio rammarico è grandissimo e ci affondo con qualche cosa che assomiglia all’angoscia.
Proprio perché, mio caro Savinio, il lavoro non mi basta, ho bisogno di parlare con voi, con gli amici come uno in acqua cerca con la punta del piede se tocca. Sono mesi che lavoro, lavoro a studiare, a preparar libri, a interrogare, e ogni giorno mi trovo defraudato di qualche cosa, non so bene di che cosa. Forse è questa città chiusa e prudente, o forse è il continuo e crescente equivoco delle parole, per il quale tutti i valori astratti che dovrebbero servire di riferimento sono sforzati e compromessi, sì che uno si sente sempre dalla parte del torto e insieme tradito.
Nessuna riforma sarà mai possibile se prima non si ripulisce e solidifica il linguaggio, non si rendono univoci e immutevoli l’onesto e il lecito.
Ed ecco che appena formulato anche questo pensiero tanto semplice si rivela dubitabile; che invece basti spingere avanti l’intelligenza, due occhi in cima alle corna, e noi seguire trascinando il guscio con le incrostazioni antiche, detriti ormai di quel mondo morale che ci crebbe (15 maggio 1944).

La missiva evidenzia una strenua volontà di resistenza, ma anche il timore che lo sforzo sia vano, che il sacrificio sia inutile. La condizione di Savinio è, se possibile, ancor peggiore. Da tempo sotto osservazione per alcuni articoli critici verso il regime fascista, è costretto a cambiare più volte residenza, oltre che vessato dalle preoccupazioni economiche derivanti dalla sospensione delle collaborazioni con i giornali. Il suo stato d’animo si rivela ancora una volta nella corrispondenza con l’editore, cui l’autore confessa: «ogni lettera che io mando a te e ogni lettera che tu mandi a me, hanno il tono dell’ultima lettera, ma forse neppure questa che ti mando oggi sarà l’ultima prima della grande separazione. Mentre ti scrivo si sente tuonare il cannone, ma ormai la voce del cannone rientra in certo modo nella nostra vita regolare e quotidiana» (2 giugno 1944). Al rumore delle bombe non resta che opporre lo scricchiolio della penna sul foglio, il fruscio delle carte sfogliate. Come per Settembrini in prigionia, così per Savinio e molti altri, l’amore per Luciano si risveglia nei «momenti oscuri e difficili, quando si sentono circondati dal fanatismo o addirittura ne sono vittime» (CV, p. 11). Secondo Leonardo Sciascia, che qualche decennio dopo ripubblicherà la traduzione di Settembrini per Einaudi:

Luciano è l’immagine di una libertà per sempre perduta, di una condizione mai più ripetibile: e perciò gli spiriti liberi lo amano e se ne confortano quando più intorno a loro si stringe l’assedio di quella che ai tempi di Luciano era semplice stupidità e divenne poi, fino ai nostri incommensurabilmente, fanatismo. è la ragione per cui Luigi Settembrini, nel durissimo carcere di Santo Stefano, imprende a tradurlo: «mi parve che il riso e l’ironia di Luciano si confacesse allo stato dell’anima mia». È la ragione per cui Alberto Savinio, nell’Italia occupata dai tedeschi e bombardata dagli americani, nell’Italia in cui il fascismo colpito a morte ancora atrocemente colpiva, scriveva quel suo apparentemente divagante ma sostanzialmente centratissimo saggio su Luciano (ibidem).

Ad accomunare Savinio e Luciano è anche la componente autobiografica, parte integrante delle loro opere. Spesso infatti il racconto si svolge in prima persona e le caratteristiche dell’io narrante sono pienamente assimilabili a quelle dell’autore. Questa identificazione dello scrittore con i suoi personaggi contribuisce a rendere incerta la definizione della specificità del suo ingegno, a rendere difficoltoso delineare i confini della sua arte. Se Luciano sia «poeta, scrittore, moralista», è difficile dirlo, poiché nella zona «nella quale Luciano si trova, che è la zona della perfezione, la divisione per specialità non ha più senso. Si tratta ormai di uomini che sono tutto assieme ciò che un uomo mentale può essere: poeti, filosofi, artisti e assieme qualche cosa di più, dato dalla “convivenza” di queste varie qualità mentali» (SAVINIO 1944, p. 36). Sono doti che Savinio stesso sa di possedere, e che ne fanno un «Grande Dilettante», come Montaigne, Stendhal, Nietzsche (e Luciano stesso), autori che tanto ammira e con cui condivide la libertà di espressione e sentimento (ivi, pp. 39-40).

È un paradosso che riuscirebbe forse gradito al nostro sofista, come queste medesime qualità siano state parte in causa nel determinare per Luciano «l’astio de’contemopranei» e «l’obbliviosa ignoranza dei posteri» (SETTEMBRINI 1861, p. 1). Una medesima dimenticanza pare essere calata su Alberto Savinio, scrittore ironico e antitradizionale, libero e modernissimo, insieme classico e avanguardista, colpevolmente trascurato dalla critica e dal pubblico. Sfogliare oggi le pagine del Luciano, ammirarne i disegni, leggere le curiosissime note e la brillante prefazione, ha dunque ancor più il gusto di una doverosa e sorprendente riscoperta.

Alberto Savinio, Oceano (in Luciano di Samosata, Dialoghi e saggi, trad. di Luigi Settembrini, Bompiani 1944, vol. II, p. 183)

 

Bibliografia

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CONDELLO Federico (2014) Settembrini e Luciano: norme e costanti di una traduzione (primi sondaggi) , in Salvatore Cerasuolo, Maria Luisa Chirico, Serena Cannavale, Cristina Pepe, Natale Rampazzo (a cura di), La tradizione classica e l’unità d’Italia, Atti del Seminario, Napoli-Santa Maria Capua Vetere 2-4 ottobre 2013, I, Napoli, Satura Editrice, 2014, pp. 39-68

FERRETTI Gian Carlo (1992), L'editore Vittorini, Torino, Einaudi

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PISCOPO Ugo (1973), Alberto Savinio, Milano, Mursia

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SETTEMBRINI Luigi (1861), Discorso intorno la vita e le opere di Luciano, in Luciano di Samosata, Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini, vol. I, Firenze, Le Monnier, 1861, pp. 1-174

TINTERRI Alessandro (1995), Note ai testi, in Alberto Savinio, Hermaphrodito e altri romanzi, a cura di Alessandro Tinterri, Milano, Adelphi, 1995, pp. 897-988

Le lettere qui riprodotte sono quasi del tutto inedite e fanno parte di un più ampio carteggio custodito presso l’Archivio Storico della casa editrice Bompiani, attualmente in deposito alla Fondazione «Corriere della Sera» di Milano. Dodici lettere sono state pubblicate in Caro Bompiani. Lettere con l’editore, a cura di G. D’Ina e G. Zaccaria, Milano, Bompiani, 1988; stralci sono stati utilizzati nelle Note al testo delle Opere di Savinio per Adelphi dai curatori P. Italia e A. Tinterri (A. Savinio, Hermaphrodito e altri romanzi, Milano, Adelphi, 1995; Alberto Savinio, Casa «la Vita» e altri racconti, Milano, Adelphi, 1999). Un’edizione integrale commentata è in corso di pubblicazione. Si ringraziano la Dottoressa Tramma, responsabile dell’Archivio, e gli eredi di Valentino Bompiani e Alberto Savinio che hanno generosamente acconsentito alla divulgazione di questi materiali.

L’autrice resta a disposizione di eventuali aventi diritto che non è stato possibile raggiungere.