[numero 8 - aprile 2014]

 

Scrive Gian Antonio Stella sul “Corriere della Sera” del 28 aprile 2009 [qui]:

Cosa c’entrano i cammelli coi camalli? Niente, si dirà. Eppure, partendo anche dall’assonanza dei nomi, che verrebbero dall’arabo hamal, Cesare Lombroso si spinse nel 1891 a teorizzare che tra gli animali e gli scaricatori di porto ci fosse una sorta di parentela dovuta alla gibbosità. Al punto che, con Filippo Cougnet, firmò un saggio dal titolo irresistibile: Studi sui segni professionali dei facchini e sui lipomi delle Ottentotte, cammelli e zebù. La folgorante idea, scrive Luigi Guarnieri nel suo irridente L’atlante criminale. Vita scriteriata di Cesare Lombroso, gli viene «esaminando un paziente, di professione brentatore, il quale ha sulle spalle, nel punto in cui appoggia il carico, una specie di cuscinetto adiposo.Vuoi vedere, almanacca prontamente Lombroso, che la gobba dei cammelli e dei dromedari ha la stessa origine del cuscinetto del brentatore? Subito esamina tutti i facchini di Torino e scrive a legioni di veterinari perché studino a fondo gli animali da soma, in special modo gli asini. Non pago dell’imponente massa di dati raccolti, Lombroso indaga con grande scrupolo i misteri del cuscinetto adiposo delle Ottentotte», cioè le donne del popolo africano dei Khoikhoi.

C’è da riderne, adesso. Come c’è da sorridere a rileggere gran parte dell’opera dell’antropologo veronese. Basti ricordare, tra gli altri, lo studio su La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, dove sosteneva, in base all’esame delle foto degli schedari del capo della polizia parigina, Goron (il quale scoprì poi che per sbaglio aveva mandato al nostro le immagini di bottegaie in lista per una licenza…), che «le prostitute, come i delinquenti, presentano caratteri distintivi fisici, mentali e congeniti» e hanno l’alluce «prensile». […]

Non c’è opera lombrosiana in cui non sia possibile trovare, a voler essere maliziosi, spunti di comicità. A partire da certi titoli: «Sul vermis ipertrofico», «La ruga del cretino e l’anomalia del cuoio capelluto», «Fenomeni medianici in una casa di Torino», «Sulla cortezza dell’alluce negli epilettici e negli idioti », «Rapina di un tenente dipsomane », «Il vestito dell’uomo preistorico», «Il cervello del brigante Tiburzio», «Perché i preti si vestono da donna»… […]

Certo, spiega l’antropologo Duccio Canestrini, era un uomo pieno di contraddizioni: «Socialista, criminalizza di fatto i miserabili. Ebreo, pone le basi del razzismo scientifico. Razionalista, partecipa a sedute spiritiche nel corso delle quali una medium gli fa incontrare persino la mamma defunta e spiega il paranormale con l’esistenza di una ‘quarta dimensione’. Le sue teorie, affascinanti e spesso assurde, ebbero un successo internazionale, condizionando sia la giurisprudenza, sia la frenologia».

Con Verdi e Garibaldi, fu probabilmente uno degli italiani più famosi del XIX secolo. […]

Vittorio Emanuele III salutava in lui «l’onore d’Italia». I socialisti lo omaggiavano regalandogli un busto di Caligola. Émile Zola lo elogiava come «un grande e potente ingegno». Il governo francese gli consegnava la Legion d’Onore. Gli scienziati, i medici e i prefetti si facevano in quattro per arricchire la sua stupefacente collezione di crani, cervelli, maschere funerarie, foto segnaletiche, dettagli di tatuaggi di criminali e prostitute e deviati di ogni genere, oggi raccolti al Museo Lombroso di Torino. Lo scrittore Bram Stoker lo tirava in ballo scrivendo Dracula. Il filosofo Hippolyte Adolphe Taine gli si inchinava: «Il vostro metodo è l’unico che possa portare a nozioni precise e a conclusioni esatte».

E questo cercava Cesare Lombroso, misurando crani e confrontando orecchie e calcolando pelosità in un avvitarsi di definizioni «scientifiche» avventate: l’esattezza. Capire il perché delle cose. Così da migliorare la società. «Il traguardo che spero di raggiungere completando le mie ricerche», dice in un’edizione de L’uomo delinquente del 1876, «è quello di dare ai giudici e ai periti legali il mezzo per prevenire i delitti, individuando i potenziali soggetti a rischio e le circostanze che ne scatenano l’animosità. Accertando rigorosamente fatti determinati, senza azzardare su di essi dei sentimenti personali che sarebbero ridicoli». Il guaio è che proprio quel «rigore scientifico» appare oggi sospeso tra il ridicolo e lo spaventoso. […]

Un disastro, col senno di poi. Gravido di conseguenze pesanti. Eppure a quell’uomo incapace di trovare il bandolo della matassa e liquidato da Lev Nikolaevic Tolstoj (che in base alla bruttezza lui aveva classificato «di aspetto cretinoso o degenerato») come un «vecchietto ingenuo e limitato», una cosa gliela dobbiamo riconoscere. Non si stancò mai di cercare. A che prezzo, però…

 

Il testo che qui segnaliamo, Il ciclismo nel delitto, ristampato per le edizioni La Vita Felice nel 2013, uscì sulla “Nuova Antologia” nel 1900. Secondo Lombroso, la bicicletta, o meglio il biciclo, è pericolosa socialmente, in quanto aumenta le possibili cause della criminalità, conducendo fino all’omicidio. Il breve testo è online [qui].

Scrive Pasquale Coccia su Alias il 5 settembre 2013 [qui]:

Ciclisti, dunque delinquenti. Sentenziava così, all’alba del Novecento Cesare Lombroso e per gli appassionati della bicicletta non vi era appello.Il biciclo […] sul finire dell’Ottocento e i primi anni del Novecento tentava i più arditi, i più spericolati, quelli che volevano a tutti i costi provare l’emozione del nuovo; del resto salire sulla «macchina» e pedalare a spron battuto consentiva di dare velocità al corpo e vivere nuove emozioni. Dunque, il Lombroso sosteneva che il massimo della tendenza criminosa si registrava tra coloro che avevano una fascia di età tra i 15 e i 25 anni, quelli esageratamente agili, perciò concludeva senza ombra di dubbio: «Nessuno dei nuovi congegni ha assunto la straordinaria importanza del biciclo sia come causa che come strumento del crimine». […]

Chiaro il caso di un giovane di 22 anni, il quale «aveva i caratteri di un delinquente nato, cranio idrocefalo, occhio strabico, avendo preso un colpo al capo a seguito di una caduta ed essendo dedito ai piaceri più ignobili fin dall’età di 10 anni, aveva rubato un biciclo nel negozio in cui lavorava come commesso». A parziale giustifica dell’efferato furto, il Lombroso scriveva: «Bisogna però notare che la madre era isterica e pazza morale; lo zio paterno epilettico e suicida; egli ebbe turbe isterico-epilettiche da giovanissimo, il che spiega la doppia personalità, l’altruismo eccessivo da un lato e l’eccessivo egoismo dall’altro, doppia bilancia che traboccò nel delitto per causa della vanità morbosa, acuita evidentemente dalla moda del biciclo».

Non poteva mancare il riferimento al genere femminile, associato senza mezzi termini alla bicicletta come causa di tutti i mali. «Se uno si pretendeva di trovare nelle donne il movente di ogni delitto virile, si potrebbe con minore esagerazione oggi dire: cercate il biciclo!», sosteneva Cesare Lombroso.

A conclusione di una serie di casi clinici correlati alla bicicletta, Lombroso attribuisce alle due ruote anche l’origine di casi di pazzia, che il noto criminologo definiva clinicamente «ebefrenia biciclica» tale era il filo rosso che legava il pericoloso mezzo a due ruote ai casi di follia. Il caso clou quello di un ragazzo di 13 anni «figlio di operai, soffre l’ossessione di possedere una fisarmonica, poi lo prende la smania irrefrenabile dei bicicli, e tutto il giorno, essendo la famiglia povera, medita i mezzi per rubarli, senza essere scoperto, sicché i parenti si allarmano come di pazzia gravissima e criminale».

Della bicicletta all’inizio del secolo scorso, facevano uso i ladri per allontanarsi il più velocemente possibile dal luogo del misfatto, ma Lombroso non esitava a considerarla quale origine delle tentazioni delinquenziali. La sua attenzione si soffermò sui ladri di biciclette, fenomeno assai in voga fin dai primi anni del Novecento; una banda di giovinastri, aveva sottratto ai legittimi proprietari «settanta o ottanta bicicli in pochi mesi», e non esitò a tratteggiare l’identikit dei ladri di biciclette, vere e proprie categorie sociali ritenute borderline: «Sono giovanissimi, agilissimi, appassionati ciclisti e della cosiddetta buona società, specialmente militari ed ex militari, meccanici, artisti o studenti con scarsezza del tipo fisiognomico criminale».

Le tesi di Lombroso ebbero un certo effetto sull’opinione pubblica, che non poteva non associare la bicicletta ai fenomeni di delinquenza, considerazioni delle quali si avvantaggiarono non poco coloro che all’interno del partito socialista si erano dichiarati apertamente antisportivi.

La pratica ciclistica poteva avere secondo il Lombroso anche un effetto terapeutico, perciò lo consigliava per le cure di «giovani epilettici, discoli, indocili, bizzarri, esauribili e frenostenici».

Il ciclismo moderato poteva giovare alle malattie mentali che affliggevano quei giovinastri presi dalla frenesia del nuovo «il ciclismo regolato può avere utili applicazioni in certe nevropatie e specialmente nelle forme depressive: lo spleen e l’ipocondria; nella cura delle paresi, delle amiotrofie, della paralisi infantile, paralisi isterica, dell’esaurimento nervoso generale, della sciatica, della tabe dorsale».

Inoltre, avvertiva il criminologo «come effetto generale immediato, si ottiene dal ciclismo l’esaltazione di tutte le funzioni della sensibilità, della circolazione, della forza muscolare, che mette a capo ad una certa eccitazione dell’attività del cervello. Se il ciclismo moderato produce un’eccitazione cerebrale leggera, così che dopo una breve passeggiata, l’intelligenza è più libera e il lavoro mentale è più facile, il ciclismo smodato, invece, determinando un’eccitazione più forte e più lunga, può mettere capo a varie malattie del cervello».

Va detto che sull’onda positiva di queste ultime considerazioni, in modo piuttosto inaspettato, Lombroso conclude con un certo ottimismo sul ruolo del biciclo nel futuro, specie per quanto riguarda i benefici sul fisico di chi lo usa:

E se una satira arguta ha voluto mostrarci il cicloanthropos dell'avvenire come curvo, colle braccia atrofiche, e la schiena gibbosa, io amo invece poter dire che il cicloanthropos del secolo Ventesimo soffrirà meno di nervi, sarà più robusto di muscoli dell'uomo del secolo ora trascorso. E così certamente per uno o due mali che il biciclo ci provoca, saranno dieci i beni che ci recherà in dono.

E va anche ricordato che molta parte della società del tempo condivideva le perplessità e le ansie di Lombroso; il dibattito era acceso e non sempre favorevole nei confronti dei ciclisti.

Ad esempio su Bologna e Olindo Guerrini vedi [qui].

Infine, Giuliano Ferrara [qui] ha manifestato in tempi recenti una calda e imprevista simpatia per il libello di Lombroso: Sindaci in bici, rivalutare Lombroso. Un profetico articolo del criminologo sul ciclismo nel delitto, è il titolo di un suo articolo sul “Foglio”. Scrive infatti: «Verrebbe voglia di aggiungere ai numerosi e talvolta obsoleti ciclo-crimini enumerati da Lombroso anche quello – ancora da codificare, ma ci arriveremo – che vede la bicicletta usata come arma impropria e contundente di colpevolizzazione di massa. Non è infatti l’uso ludico a essere in discussione. […] Benissimo. Purché non lo si faccia passare come un modo per salvare il mondo, bonificare le città e lustrarsi l’immagine, se si fa politica. […] Del lato oscuro della bici, insomma, il mai abbastanza rivalutato Cesare Lombroso aveva intuito, se non capito, l’essenziale, anche se non poteva certo prevedere l’uso narcisistico che ne avrebbero fatto Marino, Pisapia e De Magistris…»

[Barbara Ricci]