[numero 8 - aprile 2014]

 

[ Giorgio Vallortigara, Cervello di gallina. Visite (guidate) tra etologia e neuroscienze, Introduzione di Edoardo Boncinelli, Bollati Boringhieri, Torino 2005 ]

 

L'accostamento tra uomo e animale è un topos della letteratura umoristica: l'attribuzione di caratteristiche umane ad esempio a un gatto oppure a un pappagallo ha spesso consentito lo spostamento del punto di vista dall'occhio immerso nella commedia umana alla visione estraniata dell'umorismo critico. Ma non è questo l'esercizio di Giorgio Vallortigara, studioso di psicologia comparata e neuroscienze, direttore del CIMeC, il Centre for Mind-Brain Sciences all’Università di Trento, che in questo libro - ma anche in altri suoi studi precedenti e successici - tenta un ulteriore rovesciamento prendendo sul serio il mondo animale. Ci consegna così un'esposizione dei risultati della ricerca scientifica più avanzata sui processi percettivi e intellettivi degli animali, intrecciata a una riflessione sulla teoria della mente umana con importanti conseguenze anche filosofiche. Il risultato si colloca nell'ambito della tradizione della letteratura scientifica alta, nella quale i problemi non vengono semplificati a scopo divulgativo, ma mantengono, pur nella chiarezza espositiva, tutta la complessità del lavoro di ricerca.

In tutto questo ricompare l'accostamento umoristico che ricorre prima di tutto nelle citazioni tratte dal libro di Luigi Malerba, Le galline pensierose (Torino 1980). Basti un esempio soltanto: il primo capitolo ha per titolo "Un mondo di oggetti" e descrive la percezione secondo la tradizione fenomenologica, percezione di oggetti e non somma di sensazioni che, addizionate, comporrebbero l'oggetto; Malerba aveva scritto:

Una gallina paurosa vide una camicia stesa ad asciugare e la scambiò per un fantasma. Corse dalle sue compagne e raccontò che i fantasmi hanno le braccia ma non le gambe. Il giorno dopo vide un paio di pantaloni stesi ad asciugare e ritornò dalle compagne a raccontare che i fantasmi vanno in giro a pezzi, le braccia da una parte le gambe dall'altra.

E così per ciascun capitolo Malerba introduce Vallortigara. Ma anche l'Appendice ci riserva una sorpresa, riportando una nota storiella tratta dal web; anche per questa riporto solo alcuni esempi:

Perché la gallina ha attraversato la strada?

PLATONE  Per raggiungere un bene superiore.

ARISTOTELE  È nella natura delle galline, attraversare le strade.

[...] ERNEST HEMINGWAY  Per morire. Sotto la pioggia.

Naturalmente l'intero elenco riportato provoca maggiori risate. Ma non sta solo in questa cornice l'interesse della nostra rivista per questo testo: sono molti i passaggi interni alla trattazione che ci sorprendono e fanno crollare con ironia e senso dell'umorismo la nostra convinzione (il nostro pregiudizio) di essere superiori agli animali e, in particolare, a quegli animali che la storia evolutiva - considerata come lineare - ci fa considerare più in basso, come le galline appunto, per cui abbiamo coniato l'espressione "cervello di gallina".

Il libro si presenta, a detta dello stesso autore, come una sorta di manuale di psicologia cognitiva che prende in considerazione i capitoli tradizionali sulla percezione, la rappresentazione, la memoria, il ragionamento, il linguaggio e la coscienza. Scopriamo così che le galline o, meglio i pulcini - che Vallortigara osserva assieme ai suoi studenti nel laboratorio di Rovereto -, non percepiscono l'oggetto come somma di parti, che non reagiscono a un mosaico casuale di pezzi di gallina, che vengono ingannati, come noi umani, dall'esperimento-paradosso di Guido Petter (che qui sotto riproduciamo; nel libro si trova alla pag. 39), che sanno ricordare, immaginare e riconoscere.

Senza entrare qui nel merito delle singole operazioni mentali - anche per non togliere il piacere di ripercorrere l'analisi dei processi cognitivi esaminati nel testo e di scoprire le inaspettate capacità percettive dei pulcini, delle galline, ma anche di molti altri animali - voglio citare un solo esempio sorprendente. Si tratta della scoperta dell'etologo-psicologo Shigeru Watanabe che qualche anno fa ha ottenuto l'anti-premio Nobel, l'IgNobel, destinato alle scoperte più inutili e bizzarre. Probabilmente - come nota l'autore - anche lo scienziato giapponese aveva il senso dell'umorismo e, con questo, la consapevolezza che queste importanti ricerche potessero apparire piuttosto strampalate. Watanabe aveva addestrato dei piccioni a discriminare immagini di dipinti di Monet e Picasso, cosa che sembra avessero imparato con facilità. «Nulla di sorprendente in ciò - commenta Vallortigara -: i dipinti di Monet e di Picasso sono stimoli visivi come altri, perfettamente distinguibili dal sistema visivo di un piccione» (p. 84). Interessante è che i piccioni riuscivano a trasferire la discriminazione a dipinti mai visti prima degli stessi autori; non solo: riuscivano a generalizzare dai dipinti di Monet a quelli di Cezanne e Renoir, e da quelli di Picasso a quelli di Braque e Matisse.

Il discorso prosegue poi con l'analisi della capacità di alcuni animali di cogliere le proprietà metriche dello spazio, di contare percettivamente il numero delle cose, di comunicare e forse di sentire in modo empatico. In questa parte del libro molto interessanti sono anche le osservazioni sulla diversa funzione dei due emisferi cerebrali, oltre che nei pulcini, nei delfini, nei rospi, nei camaleonti e in altri animali.

Il testo si chiude con una riflessione sulle menti altrui: Vallortigara dice di aver finalmente compreso l'affermazione di Borges che la letteratura è una necessità umana: «raccontare storie, in letteratura, - scrive il nostro autore - è sempre un passeggiare nelle menti altrui». E sapete di cosa parlano gli accademici durante le pause pranzo? Il 60 per cento del tempo di conversazione è occupato da pettegolezzo, magari accademico, ma sempre pettegolezzo: «succede così perché siamo fatti così: pettegoli come vecchie galline» (p. 149).

[Luisa Bertolini]