[numero 8 - aprile 2014]

 

[ Andrea Tagliapietra, Non ci resta che ridere, Il Mulino, Bologna 2013 ]

 

L'autore, Andrea Tagliapietra, è Docente Ordinario presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove insegna Storia della filosofia, Storia delle idee ed ermeneutica filosofica. Tra le sue pubblicazioni Il dono del filosofi (Einaudi 2009), Sincerità (Cortina 2012), Icone della fine e Non desiderare la donna e la roba d'altri (Il Mulino 2010).

Il riso è generoso e avaro, amichevole e ostile, innocente e colpevole, sincero e ambiguo, dolce e amaro, gioviale e accigliato, sereno e nervoso (p. 9)

Rido forse potrei essere (p. 112)

Nel saggio Non ci resta che ridere, Andrea Tagliapietra conduce il lettore attraverso la tradizione filosofica alla riscoperta dell'autenticità del riso. La lettura del testo è gradevole e coinvolgente, con apparente leggerezza si è invitati a riflettere sulla complessità del comico.

L'autore descrive il significato che il riso ha assunto nelle diverse epoche storiche. Spiega che non vi è mai stato alcun periodo in cui non si sia affrontata la tematica del riso o se ne sia attribuita un'unica spiegazione. Anche nel Medioevo, in cui dominava la concezione del ridere come espressione del demoniaco, esso era comunque accostato anche al divino, ed accanto all'interpretazione colta e ufficiale, che denigrava il riso, in quanto manifestazione di superficialità e stoltezza, vi era comunque la risata trasgressiva, dissacrante, liberatoria e scanzonata del carnevale.

La risata è un fenomeno sociale: si ride prevalentemente del prossimo, non di se stessi o almeno ridere di stessi non è tanto un ridere quanto assumere consapevolezza dei propri limiti e dei propri difetti.

Il testo inizia prendendo in esame il riso nella realtà contemporanea. Attraverso la risata si esprimono emozioni contrastanti: si ride di, si ride con, si ride per. Ridendo degli altri, ma anche con gli altri, di fatto si riorganizza la realtà, ci si approccia al mondo in modi diversi, per poter affrontare situazioni complesse.

Secondo l'autore nella nostra società il riso è associato troppo spesso a quello stereotipato e accattivante dell'uomo politico, che vuole trasmettere sicurezza, e a quello che suscita il comico, che ironizza, sdrammatizza, per convogliare il disappunto della massa in una risata liberatoria, perché come affermava Seneca, «è meglio per l'uomo farsi una risata della vita, piuttosto che piangere».

L'attuale satira politica contro le persone ha portato a perdere di vista il vero senso del comico e dell'umoristico; la massa passiva esprime una debolezza che si trasforma in banalità e noia. Gli intrattenimenti ludici e ridanciani, talvolta volgari, nascondono l'impotenza di fondo che, parafrasando Nietzsche, esprime la sofferenza umana: «l'uomo soffre così profondamente da aver dovuto inventare il riso» (p. 24). Stiamo scivolando verso «la banalità e la grigia quotidianità delle passioni tristi, verso la noia e il trastullo del riso inautentico, anonimo, finto», come lo ha definito Heidegger. Proprio perché si è passati dal ridere al deridere.

L'autore concorda con la tradizionale interpretazione del riso che, da Aristotele a Porfirio a Rabelais, ritiene che «l'uomo soltanto fra tutti gli animali, ride»; affermazione che porta ad accostare il riso alla razionalità, caratteristica propria dell'essere umano. Attraverso la risata l'uomo esprime la propria creatività, costruisce con l'altro una complicità che gli permette di interpretare la realtà rendendola umanamente abitabile; si potrebbe quindi concordare con l'affermazione kantiana, che - in linea con quella cartesiana - riteneva che ridere fosse un fenomeno di interazione tra mente e corpo, avesse una funzione terapeutica (p. 82) e fosse espressione di benessere.

La riflessione sul riso non sarebbe però esaustiva se non si considerasse il fenomeno del riso come risposta a una delusione, al vuoto abissale davanti al quale ci si può trovare. Ed ecco allora la riflessione sul nonsenso, associazione semantica contraddittoria che rivela la profondità del ridere. Non si tratta solo di una fuga dall'essere o «privazione del senso, come il venir meno, il non più del senso, ma anche come il non aver ancora senso e infine come il contro senso», «come rottura del consenso, come il dissenso [...]» che dà una risposta alla problematicità dell'esistenza (p. 85).

Tagliapietra, richiamando le riflessioni di Bergson e Freud, riflette sul legame tra gioco e riso cogliendone caratteristiche comuni: entrambi i fenomeni sono espressione di creatività e libertà di essere.

Per Bergson la realtà, quella raddoppiata e semplificata o quella meccanizzata proposta dal comico, rafforza di fatto la serietà della vita, perché attraverso uno sguardo esterno è possibile comprendere ciò che ci circonda. Freud ne Il moto di spirito considera il gioco come l'aprirsi alla dimensione incognita dalla realtà, «il ridere, come il giocare, fungono da gratificazioni sostitutive che appagano il desiderio» (p. 93). Il riso, come il gioco, assume quindi, per il fondatore della psicoanalisi, una funzione compensativa. Il gioco e il riso permettono di affrontare la vertigine dell'insicurezza provocata dall'irruzione del caso e dell'irrazionale, del suo non senso, sia aggirando l’ostacolo che si frappone al soddisfacimento delle pulsioni sia perché la creatività apre la strada alla possibilità di essere. Il riso più umano è quello che si contrappone alla prepotenza della volontà che anima i disegni della vita seria e della realtà che le corrisponde per dare un senso sempre nuovo della vita.

Infine l'autore distingue il riso dal sorriso: il primo ha «carattere datativo», capita, non si può ridere a comando, non si può controllare la risata, essa esprime spontaneità; il secondo può essere intenzionale, quindi razionale e controllabile.

Il ridere esprime la libertà dell'uomo, gli permette di controllare il destino, di esprimere la “leggerezza dell'essere”. L'autore propone di recuperare il riso che accomuna, che trasmette l'allegria necessaria per affrontare con serietà e consapevolezza la vita. Ritiene che il valore della risata stia nel ridere con gli altri e non contro qualcuno. Questa ultima possibilità determina il trionfo della derisione, che nasce dal risentimento ed è fine a se stessa, trasmette tristezza e favorisce l'acuirsi delle tensioni.

In conclusione l'autore propone di abbandonarsi alla risata autentica che include l'altro, che potrebbe essere intesa come un prendersi “cura di".

[Silvana Castelli]